Più azzurro dell’azzurro del mare/ c’è solo il rosso del sangue.
Paul Claudel
Uno dei versi per me più misteriosi della poesia contemporanea. Che mi svegliò la domanda perenne: qual è la verità della poesia, dell’arte?
A cosa possiamo credere?
Alla fantasia di un visionario, alla cronaca di un fedele narratore, all’incendio di parole e sinapsi di un rivoltoso sperimentatore?
Dove sono io quando sono di fronte alla poesia?
In quale territorio mi sovverte e apre a nuove interpretazioni di quel che vivo?
Dopo anni e anni di scrittura mi pare di aver capito che non è dell’arte la verità ma solo tutto ciò che le eccede. E in questa eccedenza sperare che qualcosa di vero si palesi alla coscienza.
Mariella De Santis
Verità oggettiva?
Necessaria, ma lo è solo in relazione a una convenzione, un sistema di misurabilità.
Verità relativa?
Utile, ma può diventare solo una comoda via di uscita.
Verità parziale?
Quasi una bugia.
Verità dogmatica/assoluta? Pericolosissima.
Verità strumentale?
Interessante, ma da prendersi con le molle.
Desidero cercare:
una Verità come meta a cui avvicinarmi giorno per giorno, dentro e fuori di me, nucleo dinamico, conquista umile, infinita e rivedibile.
Ha ragione Platone perché senza tensione alla Verità, amore, amicizia e qualunque altro sentimento diventano menzogna.
E soprattutto mi piace cercarla nascosta nelle pieghe della creazione artistica dove la natura metaforica del gesto creativo e gratuito la svela in frammenti nel rispetto del suo mistero.
I registi sono i soli a dire la verità attraverso le bugie
Jean-luc Godard
La verità è una questione di prospettiva
Akira Kurosawa in Rashomon
Maria Teresa Ciammaruconi
VNon c’è dubbio che chi fa filosofia è spinto a farlo dal desiderio di fare chiarezza (in saphós, sapiente, risuona il senso di pháos, luce), di “dire le cose come stanno”, sulla base del presupposto che le cose stiano in un certo modo.
Dire il vero è dire le cose come stanno. Non per nulla la filosofia si è definita epistéme, che indica lo “stare” (stéme) che si impone “su” (epí) tutto ciò che pretende negare ciò che “sta”. Questa volontà di affermare qualcosa di innegabile, se ci pensiamo, è presente anche nella nostra vita quotidiana, quando ad esempio utilizziamo l’espressione «è vero» per dichiararci in accordo con il nostro interlocutore (o “non è vero” per affermare il nostro disaccordo), o quando giuriamo di dire “tutta la verità”, o ancora quando ci riferiamo ad un verità scientifica, ad una notizia che abbiamo appreso sui media.
La differenza è che l’uomo comune vive nella certezza che le cose siano come gli appaiono, mentre il filosofo ritiene che la verità non appaia direttamente, ma richieda la mediazione del pensiero.
Da qui nasce il problema: chi dice la verità svela le cose come stanno o come crede che stiano, manifesta la realtà o il suo pensiero?
È veridico o sincero?
Da questa ambiguità, che si riflette già nella parola greca alétheia (non nascondimento, svelamento), ha preso inizio la lunga e travagliata vicenda del concetto di verità, che va da posizioni più tradizionali (accordo tra pensiero e realtà) fino all’abbandono dell’idea stessa di verità, inconoscibile o non esistente, che lascia ciascuno libero di costruirsi la propria immagine della realtà.
E se abbandonassimo l’ingenua pretesa del buon senso di svelare una Realtà che sussiste al di là delle apparenze per un’idea nuova di verità, che non preesiste al pensiero, che è da costruire e tuttavia non è nella testa di qualcuno, ma qualcosa che esiste «in un fuori più lontano di ogni mondo esterno, perché è un dentro più profondo di ogni mondo interno»?
Una verità che ha a che fare con le forze che producono effetti sul mondo, con le potenzialità di una realtà dinamica e complessa da sperimentare per cogliere il fondo da cui si originano. Una concezione paradossale del vero più vicina all’atto creativo che non all’adeguazione. Per questo mi sembra più attuale volgersi al soggetto che cerca la verità, che vuole rendere la verità una esperienza, una pratica di vita, non solo conoscerla. La verità qualifica innanzitutto il comportamento di chi dice la verità, il suo dire più che ciò che dice. Non più il vero, ma il dire-vero, da testimoniare, con coraggio.
Fabrizio Spagnol
Il servizio sociale abita professionalmente uno spazio di verità provvisoria: da un lato l’istituzione che chiede certezze, ad esempio per erogare una misura o una prestazione; dall’altro la persona, che non è mai riducibile a una categoria, porta una storia che cambia, si contraddice, si trasforma.
Questa tensione non si risolve. Si abita.
E abitarla responsabilmente richiede quella che Zagrebelsky chiama etica del dubbio. Il servizio sociale anti-oppressivo (Sanfelici e Allegri nel panorama italiano) e la pratica riflessiva descritta da Sicora (2005) lo dicono con altri nomi: riconoscere che lo sguardo professionale non è neutro, che le categorie con cui leggiamo le situazioni portano con sé gerarchie, culture, rapporti di potere.
Si tratta di costruzioni storiche e politiche, frutto di scelte normative e culturali precise. Definire la povertà, valutare le condizioni di rischio o stabilire criteri di adeguatezza famigliare sono processi che si presentano come tecnici, ma che hanno inevitabilmente anche una dimensione culturale, sociale e istituzionale, politica. Le e gli assistenti sociali operano spesso proprio in questo spazio complesso, nel quale le definizioni normative e organizzative incontrano la pluralità delle situazioni concrete e delle storie di vita delle persone.
Per questo, ogni processo di valutazione e di attribuzione di significato alle condizioni delle persone richiede particolare attenzione, consapevolezza e responsabilità professionale, poiché le categorie utilizzate e le decisioni assunte possono produrre effetti concreti sui percorsi di vita, sulle relazioni e sulle opportunità delle persone coinvolte.
Il CNOAS considera questa consapevolezza non un optional deontologico, ma il cuore del mandato professionale.
Carmela Francesca Longobardi, CNOAS





