La scienza utile e l’opinione migliore

N. 2 -

Anno 2026

Viviamo, da almeno mezzo secolo – a dire di molti filosofi – nell’epoca della «verità post-moderna», detta anche «post-verità». Vedi, ad esempio: Maurizio Ferraris: Post-verità e altri enigmi (il Mulino, 2017).

Per comprendere le caratteristiche del nuovo genere di «verità» di cui oggi disponiamo è utile tornare agli scritti di due autori francesi che – pure diversi l’uno dall’altro – ne furono indagatori e pronosticatori decenni orsono. Mi riferisco a Jean-François Lyotard – in particolare al suo saggio: La Condition postmoderne: rapport sur le savoir, (1979) – e a Jean Baudrillard – in particolare a L’Échange symbolique et la mort, (1976).

Anche la dottrina anti-tecnica della verità come «disvelamento» e automanifestazione dell’essere: α̇λη̇θεια – di cui scrisse dal 1936 Martin Heidegger – e la teoria della verità interpretativa ed ermeneutica, elaborata da Hans Georg Gadamer (vedi: H. G. Gadamer, Wahrheit und Methode, 1960), possono venir considerate come visioni anticipatrici – sia pure «a contrario» – delle teorie post-moderniste sul tramonto delle verità scientifiche e ideologiche. Vedi: Charles Jencks, What is Post-Modernism?, London – New York, 1986 e Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti (a cura di), Il pensiero debole, Feltrinelli, 1984.

In generale, va tenuto presente che esistono due ordini del discorso «veritiero», cioè del discorso che verte sull’«autentica costituzione» del suo oggetto. C’è il discorso veritiero di tipo «scientifico» relativo alle conoscenze sui vari livelli e ambiti della «natura», e il discorso veritiero di tipo «socio-politico», che riflette le interlocuzioni, le ideologie e le conversazioni che avvengono all’interno dei gruppi e delle istituzioni che animano la «società» e che hanno per oggetto la «società» stessa.

Una tale partizione risale agli scritti di Aristotele (Stagira, 384 a.C. o 383 a.C. – Calcide, 322 a.C.). Il filosofo greco-macedone distinse fra i «discorsi teorici» – fondati sulla purezza e il disinteresse della conoscenza e sulla netta distinzione fra gli enunciati falsi e gli enunciati veri (Organon, IV sec. a.C.) – e i «discorsi pratici» che circolavano nelle città e che erano fondati su enunciati più o meno probabili, più o meno condivisibili e sempre relativi ad una qualche forma di utilità (Περὶ ῥητορικῆς). Certamente anche dei discorsi «pratici» vi può essere «scienza», ma in un senso peculiare e traslato: quello della classificazione delle forme della conoscenza ὡς ἐπὶ τὸ πολύ: conoscenza approssimativa e variabile (tecnica, economia, etica, politica, arte ecc.) fondata sulla persuasione e il convincimento.

Anche nel dibattito di fine Ottocento sulla distinzione tra «Naturwissenschaften und Geisteswissenschaften» – fortemente influenzato dal Positivismo scientifico – si può trovare una evoluzione dell’antica tematica aristotelica a proposito dei differenti modi e ambiti della «verità». (Si veda, ad es.: Wilhelm Dilthey Einleitung in die Geisteswissenschaften, 1883).

Grandi avversari di Aristotele erano stati i Sofisti. Contro di essi si erano scagliati Socrate e Platone proponendo la drastica separazione fra «opinione» e «verità», fra δόξα e ἐπιστήμη. Aristotele pensò, invece, che fosse più opportuno accettare la Sofistica confinandola, però, in uno spazio cognitivo limitato – quello del dibattito politico cittadino – e di tenerla distinta dalla scienza attraverso una articolata costruzione dell’edificio del sapere e una accorta metodologia linguistica e discorsiva (vedi, ad es. Σοφιστικοὶ Ἔλεγχοι).

Tornando alle verità scientifiche post-moderne, Lyotard, che era un epistemologo, affermò qualcosa che può essere considerato come una evoluzione delle posizioni formulate da Karl Popper in clima post-positivista quarant’anni prima. Ricordiamole: il carattere ipotetico-deduttivo della scienza, la falsificabilità e congetturalità delle sue teorie, la critica delle pseudoscienze: l’omeopatia, la psicanalisi, il marxismo. (Si veda ad esempio: Conjectures and Refutations. The Growth of Scientific Knowledge, 1963).

Lyotard scrisse:

  1. che la conoscenza scientifica era distribuita in modo diseguale fra i differenti Paesi,
  2. che era, al suo interno, suddivisa in differenti settori, ognuno relativamente autonomo dagli altri e
  3. che ogni settore della scienza si sviluppava a scopi utilitaristici attraverso programmi di ricerca e apparati tecnologici differenziati. In sostanza: non vi era più – nel mondo umano – una ricerca scientifica fondata sul puro desiderio di conoscenza, non vi era un unico luogo di raccolta e di ordinamento della conoscenza scientifica e che le verità scientifiche si costruivano in centri di ricerca e con progetti applicativi differenti.

Per certi versi, a conclusioni simili, era già pervenuto, in ambito economico-sociale, negli anni ’30 e ’40, Friedrich von Hayek (Vienna, 8 maggio 1899 – Friburgo in Brisgovia, 23 marzo 1992). Per von Hayek la conoscenza scientifica era sempre e strutturalmente «scarsa»: nessuno sapeva tutto, ma ognuno sapeva qualcosa di qualcosa. Malgrado ciò, ognuno doveva scegliere e ad agire pur trovandosi confinato dietro ad un «Veil of Ignorance». Vedi ad es.: Conoscenza, competizione e libertà, a cura di Dario Antiseri e Lorenzo Infantino (Soveria Mannelli, Rubbettino, 1998).

Jean Baudrillard, sociologo, era stato attratto dalle trasformazioni subite dalla società americana ed europea all’indomani della Seconda guerra mondiale: un intenso processo di industrializzazione, un forsennato consumismo, la diffusione di nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione. Baudrillard ammise il suo debito nei confronti di Marshall McLuhan (Understanding Media: The Extensions of Man, 1964), di cui, però, non condivise l’ottimismo.

La visione «apocalittica» della società post-moderna di Baudrillard– la crisi dell’identità e del sapere da cui era affetta – era evidenziata dal carattere «parlante» delle merci e dalla supremazia del linguaggio asintotico e suggestivo della pubblicità sui processi di comunicazione tra i consumatori. Nella società post-industriale, negli usi quotidiani e nelle attività stagionali, infatti, si affermavano gli stili di vita, le correnti di opinione, i consumi selettivi propagandati da «esperti», testimonials, opinion leader che gestivano una ininterrotta «iper-comunicazione». Per questo, la «simulazione» – diremmo oggi la «Fiction» – improntava i rapporti sociali. I monumenti, i luoghi e le immagini di uno smarrito passato dell’Occidente diventavano «simulacri», mentre i ruoli e i soggetti trasudavano «impostura».

Una intersoggettività strutturalmente alterata trovava, secondo Baudrillard, momenti di liberazione e di fuga dalla «iper-verità» e dalla «iper-realtà» diffuse dai mass media e da internet solo quando si affermavano processi di «seduzione». Erano situazioni paradossali e catastrofiche in cui l’«apparenza» prevaleva sulla «post-verità». Con la «seduzione» un mondo prelogico e non pianificato di caos, di esaltazioni, di mitologie, si imponeva e interrompeva la gestione omologata delle esistenze sociali (De la séduction, 1979; Simulacres et Simulation, 1981). In tal modo Baudrillard attualizzò l’impostazione «nihilistica» del sofista Gorgia da Lentini (483–375 a.C. ca.). Questi aveva parlato della persuasione (πειθώ) come di una fascinazione individuale e collettiva che faceva scorrere nella società correnti di «verità» simulata.

Questa posizione iper-scettica contrappose Baudrillard a Lyotard e a Michel Foucault (L’Ordre du discours. Leçon inaugurale au Collège de France prononcée le 2 décembre 1970; Microphysique du pouvoir, 1971 – 1976). Infatti, sia Lyotard sia Foucault – anche se con intendimenti opposti – avevano inteso di farsi coinvolgere dal mondo liberale e capitalistico della fine del sec. XX: il primo per governarlo e per conoscerne la struttura composita e complessa, il secondo per opporvisi in nome di movimenti di dissidenza e di liberazione.

In realtà, una «Fake News», una «post-verità», non era semplicemente una notizia falsa o una nozione lacunosa. Era, piuttosto, una credenza consolidata, uno slogan implementato e diffuso, che riusciva a plasmare la «pubblica opinione». Se i parametri e gli strumenti a disposizione del pubblico per distinguere astrattamente il vero dal falso si facevano vaghi e inefficaci, l’«opinione» collettiva e personale veniva consolidata e rinforzata da un «opinion leader» che la calibrava e adattava alle circostanze.

Nella società post-moderna, i due piani della «post-verità» – la verità come ricerca tecnico-scientifica e la verità come messaggio di un prodotto – tendevano a convergere e a incontrarsi. Ciò avveniva nel mondo industriale, nell’agricoltura e nell’allevamento, ma anche nei servizi avanzati come il sistema sanitario, nei dispositivi tecnologici, nelle edificazioni infrastrutturali. Avveniva anche nel sistema giudiziario, in cui i magistrati facevano ricorso a consulenze e a prove «scientifiche» per giustificare le proprie decisioni.

Ma, se la «post-verità» è fondata sull’opinione – a sua volta fondata sulla suggestione – potrà la «verità scientifica» arginarla o, addirittura sostituirsi ad essa?
L’esperienza mostra che non è possibile o che è molto difficile che accada. Innanzitutto: perché la verità scientifica circola all’interno di mondi e di strutture comunque separati da quelli della comunicazione sociale. Ma anche perché le verità tecnico-scientifiche non si prestano alla diffusione mass-mediale se non travestendosi da opinioni, Fake News e post-verità e quindi perdendo le proprie caratteristiche.

Aristotele, nell’Etica Nicomachea, aveva affermato che nella società è bene che circolino soltanto le «opinioni», le credenze personali e collettive. Sarà quindi importante che le opinioni dei singoli o delle masse non siano dannose per la società nel suo insieme. Occorrerà, cioè, che le «post verità» non siano eccessive e neppure difettive. Occorrerà che stiano nel «giusto mezzo»: μεσότης. Il che è quanto – sulla base del discernimento che Voltaire descrisse nel Traité sur la tolérance (1763) – tutti auspichiamo accada nella «conversazione» delle società democratiche e liberali.

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