AMICUS PLATO, SED MAGIS AMICA VERITAS

N. 2 -

Anno 2026

È indubbio che oggi si faccia una gran parlare di verità. Tuttavia, si ha spesso l’impressione di trovarsi in un contesto in cui una ristretta schiera di “Socrati” si prodiga nel denunciare le menzogne propagate da una ben più ampia e combattiva moltitudine di “sofisti”. Ai moderni sofisti è stata associata la nozione di post-verità, ovvero la consapevolezza che non è importante il contenuto di verità che viene trasmesso quanto la capacità di convincere, emozionare, acquisire consenso. La pattuglia dei Socrati, come dicevamo, si affanna con pratiche di fact-checking, ovvero verificando il contenuto di evidenza-verità delle affermazioni contenute nei discorsi che circolano in rete o nei media, al fine di riaffermare il valore della verità e il pericolo insito nella diffusione di informazioni palesemente false. Non possiamo non segnalare che il più grande produttore di post-verità, ovvero di discorsi che non si propongono di fare affermazioni contenenti quella che potremmo chiamare una verità oggettiva, ma di costruire un’opinione – una doxa, direbbero i Greci – confacente ai propri desiderata politici, sia Donald Trump.

Ora, il riferimento al dibattito che animò la vita politica e filosofica dell’Atene del V secolo (e che tra l’altro portò alla condanna a morte di Socrate proprio con l’accusa di essere un sofista, ovvero un traviatore dei giovani ateniesi e un distruttore dei valori della democrazia) ci dice che non ci troviamo certamente di fronte a un fenomeno nuovo, anche se forse – ma non sono uno storico e non ho certezza di quello che dico –  alcune cose hanno caratteri nuovi: primo fra tutti, a quanto dice Maurizio Ferraris, il fatto che la rete consente di produrre una quantità di post-verità degna della biblioteca infinita di Borges. Certo Trump sembra avere, a mio avviso, un che di nuovo e originale. L’uso della menzogna, ovvero della post-verità è sfacciato e rozzo, degno di un imbonitore di paese, ma l’uso di un linguaggio diretto, privo della dignità e della formalità cui il ruolo lo costringerebbe (quale Presidente della Repubblica avrebbe mai detto “fanno la fila per venirmi a baciare il culo”?) gli dà un tono di franchezza, potremmo dire di verità, di chi non ha peli sulla lingua, ovvero di chi dice quello che pensa senza filtri.

In altre parole, di chi dice la verità. Strana capriola, il re dei bugiardi diviene la persona più franca e sincera. Come si capisce già qui si cela uno dei primi inganni, o se si vuole trappole, della parola verità: una cosa è la verità intesa come “il senso di accordo o di coerenza con un dato o una realtà oggettiva, o la proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso”, una cosa è l’attitudine del soggetto a non dissimulare le proprie intenzioni con azioni o espressioni che inducano l’altro a valutare erroneamente la volontà di chi parla.

In effetti, se dovessimo soltanto provare ad aprire le innumerevoli porte cui può dare accesso il termine verità, potremmo averne per anni e certamente personalmente non ne avrei le competenze. È certo, però, che il Novecento ha avuto con il concetto di verità un rapporto difficile (a dire il vero il rapporto difficile con la verità era iniziato ben prima: senza voler tornare ai Greci, converrà risalire almeno a Cartesio), teso più a decostruirne la potenza e le pretese che a riconoscerne la dignità. Molte sono le ragioni e molte le strade che hanno condotto a questo ridimensionamento del valore della verità. Da Rorty a Sloterdijk (in Critica della ragion cinica) hanno messo in luce come oggi il rapporto che ognuno di noi dovrebbe avere con la verità dovrebbero essere vagamente ironico, distaccato, direi un poco dandy, di chi sa che in fin dei conti una realtà vale l’altra (pericoloso relativismo?) e che non è elegante pretendere di conoscere proprio noi la Verità. Suvvia, un poco di presunzione in meno. Sappiamo dove ci ha portato l’eccesso di sicurezza nel possedere la verità.

Tornerò su questo punto, ma prima vorrei, inevitabilmente, fare un passaggio nelle stanze della psicanalisi e non solo perché, come ascoltato infinite volte, l’aver messo in dubbio la pretesa razionalità umana ne ha intrinsecamente indebolito la pretesa di verità. Un’altra ragione sta nel fatto che, indagando sui traumi infantili, Freud si rese conto che ad un certo punto non solo la ricerca della verità, o meglio la ricerca di quella che potremmo chiamare la verità storica, diveniva piuttosto ardua – e in questo il lavoro non differisce sostanzialmente da quello che fanno gli storici, appunto – ma era la verità del soggetto che sfuggiva da ogni parte.

Per altro, l’introduzione di un concetto come quello di après-coup rende le cose ancor più complesse, poiché è l’azione di rimemorazione di un evento che riorganizza il senso di quell’esperienza. Pur non essendo un filosofo, so che la tautologia è il grado zero della verità: dire che “a è uguale ad a” è un enunciato che contiene certamente un grado di verità, perché risponde al principio di non-contraddizione, ma proprio per questo ci si chiede quanto una comunicazione di tal fatta renderebbe le nostre vite migliori perché più vicine alla verità. Al contrario il linguaggio poetico, così come il linguaggio retorico, è ricco di metonimie, metafore, sineddochi.

Certamente foriero di inganni, illusioni, chimere, ippogrifi, erinni, divinità, angeli, diavoli, streghe e maghi, cui sin da bambini chiediamo di dare colore, senso e profondità alla vita. In una bellissima conferenza su Prometeo tenuta alla Casa della Cultura a Milano, Carlo Sini ricostruiva con grande senso poetico il rapporto che l’homo sapiens ha da subito istituito con la divinità e il culto dei morti: non c’è Homo sapiens dove non c’è rapporto con la divinità e dove non c’è culto dei morti (almeno sino ad ora). Ebbene, immaginava questi uomini primitivi inginocchiarsi con le palme delle mani rivolte al cielo in comunicazione con una divinità e si chiedeva come questo si fosse prodotto e debbo dire che quell’immagine mi ha toccato. In realtà, Sini continuava raccontando come il mito di Prometeo (anche qui, cosa dire del portato di verità del linguaggio mitologico?) si contestualizzi in una fase dello sviluppo umano in cui la stanzialità e l’agricoltura consentono all’essere umano di non essere più così dipendente dalla Provvidenza (ovviamente non quella manzoniana), e di sottrarre agli dei (da cui il furto proprio del mito) le provviste da stoccare. Ecco raccontata così la ribellione dell’essere umano alla condizione di sottomissione al caso e la presa di possesso sulla propria vita.

È evidente come il riferimento a Prometeo non sia casuale: colui che guarda avanti, colui che dona il fuoco, la tecnica all’essere umano, colui, insomma che si sottrae alla condizione di ignoranza e pretende di conoscere le cose è, ovviamente, colui che incarna il mito della ricerca della verità. La relazione poi tra il mito di Prometeo, così centrale nella civiltà greca, e la cultura greca, ovvero l’esser questa la cultura per antonomasia del logos e della razionalità, ci dà ragione del fatto che proprio in quella cultura il tema della verità costituisse una vera e propria ossessione. Non a caso è il titolo di questo editoriale.

Tanto Platone nel X libro della Repubblica, riferendosi ad Omero, quanto Aristotele nell’Etica Nicomachea, infatti, ricordano come l’amicizia – o nel caso di Platone l’ammirazione per Omero – sia cosa estremamente cara, ma la verità merita ancor più rispetto. In questi casi, non è alla Carità, come ci ricorda San Paolo, ma alla Verità cui l’uomo saggio deve consacrarsi. Non il rispetto per il grande Omero, o per i padri o eventualmente per gli Dei. Si intrecciano, qui, forse, alcuni dei temi oggi più drammaticamente sentiti: quel sogno di potere dell’uomo prometeico sulla natura sembra quasi realizzato, tanto che forse l’uomo ha generato un superuomo digitale (è evidente il riferimento all’intelligenza artificiale) che potrebbe costituire l’era 2.0 dell’homo sapiens. D’altro canto, la razionalità presunta di quel progetto si infrange in un ripetersi ossessivo di guerre, violenze, ineguaglianze sociali e denuncia da tutte le parti la sua fallacia, ma non lo fa recedere dalla sua arroganza. D’altra parte, le emozioni, i sentimenti, le paure continuano ad albergare al centro della nostra razionalità chiedendoci un mondo in cui 2 + 2 non faccia 4, o almeno non faccia sempre 4.

Purtroppo, la razionalità ha una sua durezza, una sua spietatezza e talvolta manca del calore del sogno. Dell’uomo il fin è la maraviglia, e certo quanta poesia c’è ancora nell’inginocchiarsi con le palme rivolte al cielo, un cielo ancora ricolmo di stelle, e pensare che quel cielo è abitato da dei, angeli, persone amate che vanno lassù e da lassù ci guardano. Ma non è soltanto in questa naïveté dell’essere umano che la verità si fa fragile e perde il suo fulgore. La questione è più sottile. Le verità sono tali perché falsificabili, ovvero perché soggette costantemente a revisione, e specialmente quelle scientifiche, come ci insegna Popper. Le verità in genere sono tali quando sono solide operativamente ma meno solide euristicamente (non sappiamo come sia fatto un atomo e quali particelle si sprigionano da una fissione, ma sappiamo fare una bomba atomica); e di verità solide operativamente, come sappiamo, ne sono state costruite tante. Magari alcune più solide e altre meno, come ad esempio nelle medicine, ma tutte con una loro più o meno grande capacità operativa. Questa è la magia dell’Homo Faber.

La verità, quindi, potrebbe apparire principalmente un concetto operativo che ci consente di muoverci nel mondo e di creare pezzi di mondo, e sempre verità entrano in contrasto con altre verità, così come tutte le verità, anche le più profonde sono in parte anche bugie (quale essere umano potrebbe ritenersi portatore di verità assoluta?). Ecco il cauto disincanto di cui ci parla Rorty.

Andiamoci piano con le verità, e forse una certa cautela con la verità potrebbe renderci anche più cauti con le post-verità. Questa, infatti, è la lezione che la ragion cinica tristemente ci dà, vivere da disillusi sulla possibilità di imbattersi nella verità ci farebbe essere meno esposti al rischio di rimanere affascinati dai proclami degli imbonitori della post-verità. Qualcuno ricorda l’elisir del dottor Dulcamara nell’Elisir d’amor di Donizetti? Ebbene, dovremmo essere ormai capaci di non cedere alla suggestione di Dulcamara, ma pare che così non sia. Certo, la rinuncia totale alla verità, non tanto in nome di un relativismo estremo, ma in nome di quella che potremmo chiamare l’indifferenza valoriale è uno scenario che forse turba di più di un mondo in conflitto per l’affermazione di una verità sull’altra. Laddove, infatti, vediamo profilarsi non l’atteggiamento cauto e distaccato alla Rorty, ma quell’indifferenza assoluta rispetto alla tensione verso la verità ci troviamo di fronte o a forme di nichilismo estremo, e su questo le pagine di Dostoevskij rimangono insuperate; o dall’altra verso quello che oggi si definirebbe narcisismo patologico, le cui derive si incontrano sin troppo spesso nelle pagine di giornali e sui media.

Certo, risuona un poco nelle nostre menti il monito della morte di Dio nelle due versioni. Se Dio è morto tutto è possibile, ma anche, se Dio è morto nulla è possibile. Entrambi scenari distopici e terribili. In un caso, infatti, l’essere umano perde ogni capacità di orientarsi nel mondo e dare un senso al proprio agire. Nell’altro caso ci troviamo nella condizione che Socrate ricorda a Callicle nel Gorgia. Il tiranno può tutto, ma proprio per questo è il meno libero degli uomini, perché schiavo dei propri desideri. In realtà, la diffidenza nei confronti di un’idea forte di verità non è soltanto legata al suo statuto epistemologicamente debole.

Lo statuto debole della verità era ben noto a Platone, come ci ricorda Maurizio Migliori:

“Tale lavoro complesso deve fare i conti con i limiti delle nostre forme conoscitive, a partire dalle parole, e con la polivocità del reale. L’esito è la conquista della verità (per quanto possibile ad un essere umano), la quale non conclude mai il processo conoscitivo perché consente la scoperta di nuovi problemi che costringono a nuove ricerche” (Migliori M., Platone e la verità, p. 19).

La verità, così, è sempre stata a suo modo fragile, parziale, sfuggente. E tuttavia, come ricorda il titolo di questo editoriale, essa, nella sua fragilità, è stata dichiarata superiore all’amicizia e all’amore. Questo fa paura del discorso intorno alla verità. L’uso che di essa si può fare. Anche i grandi Platone e Aristotele, in una società dove l’insofferenza verso i padri era piuttosto sentita (come ci dicono tutti i miti) hanno trovato nella Verità la ragione spendibile per far fuori i rispettivi Padri.

Allora, forse il tema non sono tanto i fact-checking per scoprire chi dice le bugie e chi la verità, ma l’uso che si intende fare delle proprie affermazioni. Vero è che, dai tempi in cui gli Ateniesi distrussero l’isola di Meli, ad oggi in cui altri intendono impossessarsi di vari paesi qui e lì, non sono pochi i casi in cui si rinuncia persino ad affannarsi a proclamarsi portatori di verità, se non, beninteso, quella di Trasimaco e Callicle, ovvero che l’unica verità è quella del più forte.

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