L’Islam e il denaro: un prestito di Dio

Dalla zakāt al waqf: come la tradizione islamica trasforma la ricchezza in responsabilità collettiva

Mustafa Cenap Aydin, Direttore dell’Istituto Tevere, Roma

Premessa.
L’oro di Sicilia: quando il denaro parlava arabo

Nel cuore del Mediterraneo, tra il IX e l’XI secolo, la Sicilia islamica conobbe una stagione di straordinaria fioritura economica e culturale. Palermo – Madīnat Balarm per i suoi governanti – divenne una delle città più popolose e prospere del mondo conosciuto, rivaleggiando con Cordova e Il Cairo. Una testimonianza tangibile di quella civiltà ci è giunta attraverso le monete: piccoli dischetti d’oro e d’argento che, nel silenzio dei musei e delle collezioni numismatiche, continuano a raccontare una storia profonda sul rapporto tra fede e ricchezza.

Le monete della Sicilia musulmana erano il rubā‘ī, il quarto di dinar aureo – il celebre tarì, dall’arabo ṭarī, “fresco”, “appena coniato” – e le kharrube, piccolissime frazioni di dirhem in argento. Ciò che le rendeva uniche non era soltanto il loro valore economico, ma ciò che vi era inciso sopra. A differenza delle monete bizantine, che portavano l’effigie dell’imperatore, le monete islamiche siciliane non recavano alcuna immagine umana. Al posto dei volti, parole. Al posto del potere terreno, la professione di fede.

Su quei piccoli tondi d’oro, in elegante scrittura cufica, si leggevano formule che risuonano ancora oggi in ogni moschea del mondo: la shahāda“Lā ilāha illā Allāh, Muḥammad rasūl Allāh” (“Non vi è dio se non Dio, Muhammad è il Messaggero di Dio”) –, la basmala – “Bismillāh al-Raḥmān al-Raḥīm” (“In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso”) –, e talvolta versetti della sura al-Ikhlāṣ (Corano 112), che proclama l’unicità assoluta di Dio. La moneta, dunque, non era mai solo moneta: era un atto di fede che passava di mano in mano, un promemoria quotidiano del fatto che la ricchezza appartiene a Dio e viene affidata all’uomo come prestito da restituire.

Questo retaggio siciliano fu così potente che persino i Normanni, dopo la conquista dell’isola, continuarono a coniare monete con iscrizioni arabe e con la shahāda per oltre un secolo e mezzo. Ruggero I e poi Ruggero II, sovrani cristiani, emisero tarì dalla Zecca di Palermo con legende cufiche, consapevoli che quel linguaggio monetario – intriso di sacralità – garantiva fiducia, stabilità e circolazione nel vasto mondo mediterraneo. È un dettaglio storico che merita riflessione: un re cristiano che imprime su monete d’oro la professione di fede islamica, perché la solidità di quel sistema economico era inseparabile dalla visione spirituale che lo aveva generato.

Questa premessa siciliana non è un’erudizione marginale. È la porta d’ingresso al tema di questo articolo: comprendere come l’Islam concepisca il denaro, quale teologia lo sostenga, e perché, nella visione coranica, ogni moneta che passa per le nostre mani è un prestito divino di cui dovremo rendere conto.


1. Al-Razzāq: Dio come unica fonte di sostentamento

Per comprendere il rapporto tra Islam e denaro occorre partire da un nome: al-Razzāq, “Colui che provvede”, “Il Sostentatore”. È uno dei novantanove Nomi più belli di Dio (al-asmā’ al-ḥusnā) e definisce in modo radicale la concezione islamica della ricchezza. Il Corano afferma: “In verità Dio è Colui che provvede (al-Razzāq), il Detentore della forza, il Saldo” (Corano 51:58). La ricchezza, qualsiasi ricchezza, non origina dall’abilità dell’uomo, dal mercato o dal caso: proviene da Dio.

Questo principio non annulla l’iniziativa umana, ma la ricolloca in una cornice di significato. L’essere umano è chiamato a lavorare, a produrre, a commerciare – e il Corano loda esplicitamente il commercio onesto: “Dio ha reso lecito il commercio e ha proibito l’usura” (Corano 2:275) – ma deve ricordare costantemente che ciò che guadagna non è suo in senso assoluto. È un’amāna, un deposito fiduciario. In un celebre versetto, Dio esorta: “Credete in Dio e nel Suo Messaggero e spendete di ciò di cui Egli vi ha reso eredi” (Corano 57:7). Il termine arabo mustakhlafīna, “successori” o “vicari”, rivela una verità fondamentale: l’uomo non è proprietario della ricchezza, ne è custode temporaneo. Il denaro, in questa prospettiva, è un prestito che Dio fa all’uomo, e come ogni prestito implica un uso responsabile e una restituzione.

Il poeta mistico turco Yunus Emre (XIII secolo), una delle voci più alte della spiritualità anatolica, esprimeva questo concetto con la semplicità disarmante dei grandi:

“Mal sahibi mülk sahibi / Hani bunun ilk sahibi? / Mal da yalan, mülk de yalan / Var biraz da sen oyalan”
“Il padrone della ricchezza, il padrone del regno / Dov’è il primo padrone di quel regno? / La ricchezza è illusione, il regno è illusione / Vieni anche tu, fermati un poco”.

Con queste parole, Yunus Emre ricordava che ogni ricchezza è transitoria e che il vero Proprietario è Dio. Nella tradizione sufi, il distacco dal denaro non significa povertà, ma consapevolezza: possedere senza essere posseduti.

Anche Mevlānā Jalāl al-Dīn Rūmī, nel terzo libro del suo Masnavī, paragona il denaro all’acqua in una barca: “L’acqua nella barca è la rovina della barca, ma l’acqua sotto la barca è il suo sostegno”. Finché il denaro è al servizio dell’uomo, lo sostiene; quando l’uomo diventa servo del denaro, affonda. Questa metafora potente attraversa tutta la letteratura sufi e riecheggia un detto profetico fondamentale:

“Non è la povertà che temo per voi, ma temo che vi venga data l’abbondanza del mondo come fu data a quelli prima di voi, e che vi mettiate a competere per essa come essi fecero, e che essa vi distrugga come distrusse loro” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e Ṣaḥīḥ Muslim).


2. La zakāt: l’imposta sacra che purifica la ricchezza

Se il denaro è un prestito di Dio, la zakāt ne è la rata di restituzione. Terzo pilastro dell’Islam – dopo la professione di fede e la preghiera – la zakāt non è un atto di carità facoltativa, ma un obbligo religioso vincolante (farḍ) per ogni musulmano che possieda un patrimonio superiore a una soglia minima (niṣāb) per un anno lunare intero. La parola stessa, zakāt, deriva dalla radice araba z-k-w, che significa “purificare” e “far crescere”: pagare la zakāt purifica la ricchezza rimanente e ne benedice la crescita futura.

Il Corano è inequivocabile: “Prelevate dai loro beni un’elemosina con la quale li purificherete e li farete crescere” (Corano 9:103). E ancora: “Compite la preghiera e versate la zakāt” (Corano 2:43), un comando che ricorre in decine di versetti, quasi sempre associando la preghiera al versamento della zakāt, come a dire che pregare senza condividere la ricchezza è un atto di fede incompleto.

La misura stabilita dalla giurisprudenza islamica è il 2,5% annuo del patrimonio netto accumulato – oro, argento, denaro liquido, merci commerciali, bestiame. Il Corano stesso definisce con precisione le categorie di beneficiari: “Le elemosine (ṣadaqāt) sono per i poveri, per i bisognosi, per quelli incaricati di raccoglierle, per quelli i cui cuori devono essere conquistati, per il riscatto degli schiavi, per i debitori, per la causa di Dio e per il viandante. Questo è un obbligo imposto da Dio. E Dio è Sapiente e Saggio” (Corano 9:60). Otto categorie: i poveri (al-fuqarā’), i bisognosi (al-masākīn), gli esattori della zakāt, i “nuovi di cuore” da avvicinare alla fede, gli schiavi da liberare, i debitori, coloro che si spendono nella via di Dio, e il viandante (ibn al-sabīl). La tradizione interpretativa ha esteso queste categorie comprendendo orfani, vedove, studenti indigenti e chiunque si trovi in stato di necessità temporanea o permanente.

La zakāt non è dunque un’elemosina nel senso generico della parola, né un’imposta nel senso moderno. È un diritto dei poveri sulla ricchezza prodotta. Il Profeta Muhammad (pace su di lui) disse: “Dio ha reso obbligatorio per i ricchi tra i musulmani un tributo (zakāt) sui loro beni, sufficiente a soddisfare i bisogni dei poveri tra loro. I poveri non soffrono la fame o la mancanza di vestiti se non per ciò che i ricchi fanno. Sappiate che Dio li chiamerà a un rendiconto severo e li punirà con un castigo doloroso” (al-Ṭabarānī). In un altro hadith, riportato da al-Bukhārī, il Profeta ammonì:

“Chiunque Dio abbia arricchito e non versi la zakāt sui suoi beni, nel Giorno della Resurrezione la sua ricchezza gli si presenterà sotto forma di un serpente calvo e velenoso con due macchie nere sopra gli occhi, che gli si avvolgerà intorno al collo e gli morderà le guance dicendo: Io sono la tua ricchezza, io sono il tuo tesoro” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 1403).

Queste immagini potenti trasmettono un messaggio chiaro: accumulare senza condividere non è solo un peccato sociale, è un tradimento del patto con Dio. Chi guadagna, guadagna anche per i bisognosi. La ricchezza che non circola è come il sangue che non scorre: diventa veleno nel corpo della comunità.


3. Oltre la zakāt: la ṣadaqa e la cultura della generosità

Se la zakāt è l’obbligo minimo, la ṣadaqa è l’orizzonte illimitato della generosità islamica. La parola ṣadaqa condivide la radice con ṣidq, “sincerità” e “veridicità”: donare è un atto di verità interiore, la prova tangibile che il credente è sincero nella sua fede. Il Corano promette: “Chi farà a Dio un bel prestito, Egli glielo moltiplicherà e avrà una generosa ricompensa” (Corano 57:11). La metafora del “prestito a Dio” (qarḍ ḥasan) è tra le più suggestive del testo coranico: non è Dio ad aver bisogno del denaro dell’uomo, ma è l’uomo che, donando, si avvicina a Dio.

Un celebre hadith del Profeta raccoglie in sé l’intera filosofia islamica della generosità: “Ogni giorno in cui i servi si svegliano, scendono dal cielo due angeli. Uno dice: O Dio, dà a chi spende una ricompensa. L’altro dice: O Dio, dà a chi trattiene la rovina” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī). La ṣadaqa non ha misura fissa né scadenza: può essere data in qualsiasi momento, in qualsiasi forma. Il Profeta stesso dichiarò che “anche un sorriso rivolto al tuo fratello è una ṣadaqa” (al-Tirmidhī), e che “togliere un ostacolo dalla strada è una ṣadaqa” (Ṣaḥīḥ Muslim). La generosità, nell’Islam, non è confinata al denaro: è un habitus interiore, un modo di stare nel mondo.

Nella letteratura turco-ottomana, il concetto di generosità trovava espressione nella figura ideale del “sahib-i kerem”, l’uomo generoso per eccellenza. Nella tradizione sufi, il concetto di futuwwa – la cavalleria spirituale – poneva la generosità al centro dell’ideale etico: l’uomo “completo” (insān al-kāmil) è colui che dà senza calcolo, come il sole che illumina senza distinzione il giusto e il peccatore. Il grande poeta persiano Sa‘dī Shīrāzī (XIII secolo) sintetizzava magistralmente questa tensione nel suo Golestān: il ricco generoso è superiore al povero devoto, perché la generosità del ricco nutre molte bocche, mentre la devozione del povero nutre solo la propria anima. Non è una glorificazione della ricchezza, ma un riconoscimento del suo potenziale trasformativo quando è guidata dalla coscienza.

 

4. La ribā: il divieto di guadagnare dal denaro senza produrre

Se la zakāt e la ṣadaqa rappresentano il versante positivo dell’etica economica islamica, il divieto della ribā (usura o interesse) ne rappresenta il confine invalicabile. Il Corano è di una severità senza pari su questo tema: “Coloro che si nutrono di usura (ribā) risorgeranno come colui che il demonio ha prostrato con il suo tocco. Ciò perché hanno detto: Il commercio è simile all’usura. Ma Dio ha reso lecito il commercio e ha proibito l’usura” (Corano 2:275). E ancora, con un’intimazione che non ammette sfumature: “O voi che credete, temete Dio e rinunciate a ciò che resta della ribā, se siete credenti. Se non lo fate, aspettatevi una guerra da parte di Dio e del Suo Messaggero” (Corano 2:278-279).

La “guerra da parte di Dio”: non esiste nel Corano un’espressione più dura riservata a un peccato specifico. Il Profeta Muhammad rafforzava questo divieto dichiarando:

“Dio ha maledetto chi prende l’usura, chi la dà, chi fa da testimone e chi la mette per iscritto” (Ṣaḥīḥ Muslim). In un altro hadith riportato da Aḥmad ibn Ḥanbal, il Profeta affermava: “Un dirham di ribā che un uomo consuma consapevolmente è peggiore, presso Dio, di trentasei atti di fornicazione”.

Il principio sottostante è di una logica cristallina: il denaro, nella concezione islamica, non è un bene produttivo in sé. Non può generare altro denaro semplicemente perché esiste e viene prestato. La ricchezza deve nascere da un’attività reale: il lavoro, il commercio, la produzione agricola, la fabbricazione artigianale. Il denaro che genera altro denaro senza intermediazione produttiva è un’ingiustizia strutturale, perché trasferisce ricchezza da chi lavora a chi semplicemente possiede, senza rischio e senza sforzo. La finanza islamica contemporanea – un settore in piena espansione globale – si fonda proprio su questo principio: ogni transazione deve essere ancorata a un bene reale o a un servizio concreto, e il profitto deve essere accompagnato dal rischio (al-ghunm bi-l-ghurm: il guadagno accompagna il rischio).

L’illustre pensatore sufi e giurista Imam al-Ghazālī (1058-1111), nel suo capolavoro Iḥyā’ ‘ulūm al-dīn (La rivificazione delle scienze religiose), dedicava pagine illuminanti al tema del denaro. Al-Ghazālī paragonava il denaro a uno specchio: non ha un colore proprio, ma riflette tutti i colori; allo stesso modo, non ha un valore in sé, ma riflette il valore di ciò che vi si scambia. Accumulare denaro, per al-Ghazālī, significava congelare la circolazione sanguigna della società: il denaro deve circolare, come il sangue nel corpo, per svolgere la sua funzione vitale. Chi lo accumula tradisce la funzione per cui è stato creato.

 

5. Il pellegrinaggio e i precetti economici dell’Islam

Il legame tra fede e denaro nell’Islam si manifesta anche in uno dei suoi pilastri più emblematici: il ḥajj, il pellegrinaggio alla Mecca. Il Corano stabilisce: “Il pellegrinaggio alla Casa è un dovere verso Dio per chiunque ne abbia la possibilità” (Corano 3:97). L’espressione araba “man istaṭā‘a ilayhi sabīlā” (“chiunque ne abbia i mezzi”) ha generato un’ampia giurisprudenza sulla relazione tra obblighi religiosi e capacità finanziaria. Il musulmano è tenuto al pellegrinaggio solo se può permetterselo economicamente senza mettere in difficoltà la propria famiglia. Questo significa, nella pratica, che il denaro deve essere prima sufficiente a soddisfare i bisogni essenziali (cibo, alloggio, debiti, mantenimento della famiglia), poi la zakāt, e solo dopo il credente può destinare risorse al pellegrinaggio.

Questa gerarchia rivela una concezione del denaro come strumento di responsabilità concentrica: prima verso i più vicini, poi verso la comunità, infine verso il compimento spirituale personale. Il Profeta disse: “Inizia da te stesso, poi da quelli a tuo carico” (Ṣaḥīḥ Muslim). Il pellegrinaggio stesso, d’altronde, è un esercizio di spesa nel sentiero di Dio: i pellegrini portano con sé denaro per il viaggio, per le offerte rituali, per aiutare i compagni meno abbienti, e tradizionalmente per distribuire doni al ritorno. Lo stesso sacrificio rituale (uḍḥiya) durante la festa del Sacrificio (‘Īd al-Aḍḥā) prevede che la carne sia divisa in tre parti: un terzo per la famiglia, un terzo per i parenti e gli amici, un terzo per i poveri.

Analoga logica sottende altri precetti: il digiuno di Ramadan si conclude con la zakāt al-fiṭr, un’elemosina obbligatoria che ogni musulmano deve versare prima della preghiera della festa, affinché anche i più poveri possano partecipare alla gioia della celebrazione. Non c’è atto di culto che non contenga al suo interno una dimensione economica e solidale: è come se ogni gesto rivolto a Dio dovesse passare attraverso il prossimo per raggiungere il Cielo.

 

6. L’etica della spesa: né spreco né avarizia

Il Corano delinea con chiarezza la “via di mezzo” nella gestione del denaro: “Coloro che, quando spendono, non sono né prodighi né avari, ma si tengono nel giusto mezzo” (Corano 25:67). Questo versetto descrive i “servi del Misericordioso” (‘ibād al-Raḥmān), coloro che hanno raggiunto la maturità spirituale. La moderazione nella spesa non è un invito alla tirchieria, ma un richiamo alla consapevolezza: ogni dirham speso dovrebbe avere uno scopo, un senso, una direzione.

Il divieto di spreco (isrāf) è ribadito con forza: “In verità i dissipatori sono fratelli dei demoni, e il demonio è ingrato verso il suo Signore” (Corano 17:27). L’isrāf non riguarda solo il lusso sfrenato, ma qualsiasi uso del denaro che non contribuisca al bene proprio o altrui. Il Profeta Muhammad viveva questa sobrietà in modo esemplare: morì senza lasciare quasi nulla in eredità, avendo distribuito ogni suo avere. Secondo un celebre racconto di ‘Ā’isha (la sua sposa), il Profeta non lasciò alla sua morte né un dinar né un dirham, né una pecora né un cammello (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī).

Allo stesso tempo, il Profeta lodava chi guadagnava onestamente e spendeva con saggezza: “Quanto è bello il denaro lecito nelle mani di un uomo retto!” (Aḥmad ibn Ḥanbal). L’Islam non predica la miseria, ma la responsabilità. Un hadith attribuito al Profeta recita: “Il credente forte è migliore e più amato da Dio del credente debole, anche se in entrambi c’è del bene” (Ṣaḥīḥ Muslim). La forza, qui, include anche la solidità economica, quando è messa al servizio del bene collettivo.

 

7. Il waqf: quando il denaro diventa eternità

Se la zakāt è il cuore pulsante dell’economia solidale islamica, il waqf ne è il monumento più duraturo. Il waqf (plurale awqāf) è una fondazione pia islamica attraverso la quale un bene – un edificio, un terreno, un capitale – viene “congelato” a favore di un fine benefico in perpetuo. Una volta costituito, il bene non può essere venduto, ereditato o confiscato: esce definitivamente dal circuito della proprietà privata per entrare in quello della proprietà di Dio.

L’origine del waqf risale a un hadith del Profeta. Quando ‘Umar ibn al-Khaṭṭāb ottenne un terreno a Khaybar, il più pregiato che avesse mai posseduto, chiese consiglio al Profeta. La risposta fu: “Se vuoi, trattieni il bene originale e dà in elemosina i suoi frutti. Esso non potrà essere venduto, né comprato, né ereditato, né donato” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e Ṣaḥīḥ Muslim). ‘Umar costituì allora il waqf, destinando i proventi ai poveri, ai parenti, alla liberazione degli schiavi, alla causa di Dio, ai viandanti e agli ospiti.

Il waqf divenne così pervasivo nella civiltà islamica da costituire, per secoli, la spina dorsale di interi sistemi sociali. Ospedali (bīmāristān), scuole (madrasa), biblioteche, fontane pubbliche, caravanserragli, mense per i poveri, persino strutture per la cura degli animali: tutto questo era finanziato attraverso i waqf. Nella Istanbul ottomana, si dice che un viaggiatore potesse attraversare l’intera città bevendo acqua fresca da fontane di waqf, mangiando in cucine di waqf, dormendo in alberghi di waqf e curandosi in ospedali di waqf, senza mai pagare un centesimo. Il grande architetto Sinan (XVI secolo) costruì decine di complessi monumentali finanziati da waqf imperiali, ciascuno dei quali comprendeva moschea, scuola, ospedale, hammam, cucina pubblica e caravanserraglio: un’intera infrastruttura sociale incapsulata in un gesto di devozione.

Il waqf rappresentava anche un’ingegnosa soluzione giuridica per proteggere il patrimonio dai confischi arbitrari dello Stato. Poiché il bene costituito in waqf non era più di proprietà del fondatore ma “di Dio”, nessun governante poteva legittimamente sequestralo. Questa funzione protettiva spiega in parte la straordinaria diffusione dei waqf: famiglie facoltose trasformavano i propri beni in fondazioni pie non solo per spirito religioso, ma anche per metterli al riparo dalle intemperanze del potere politico. Il risultato, intenzionale o meno, era una redistribuzione permanente della ricchezza che rendeva la comunità più resiliente e coesa.

Il concetto che soggiace al waqf è quello della ṣadaqa jāriya, l’“elemosina che scorre”, basata su un celebre hadith: “Quando l’essere umano muore, le sue opere cessano, tranne tre: un’elemosina che continua a dare frutti (ṣadaqa jāriya), una conoscenza da cui si trae beneficio, e un figlio retto che prega per lui” (Ṣaḥīḥ Muslim). Il waqf è la ṣadaqa jāriya per eccellenza: un investimento che trascende la vita del fondatore e continua a generare bene per secoli, trasformando il denaro effimero in un valore eterno. Non è un caso che molti dei più grandi complessi architettonici del mondo islamico – dalla moschea di al-Azhar al Cairo alla Süleymaniye di Istanbul – siano nati come waqf: monumenti alla generosità umana che sfidano il tempo.

 

Conclusione. Il denaro come specchio dell’anima

Tornando alle monete della Sicilia araba, possiamo ora leggere con occhi diversi quelle iscrizioni cufiche. Quando l’incisore tracciava la shahāda su un quarto di dinar nella Zecca di Palermo, non stava semplicemente certificando un peso e una lega: stava incidendo nella materia un principio spirituale. Ogni volta che quella moneta passava di mano, portava con sé un messaggio: questo denaro appartiene a Dio, ed è a Dio che ne renderai conto.

L’Islam propone una visione del denaro che è insieme realista e rivoluzionaria. Realista, perché riconosce il ruolo essenziale della ricchezza nella vita umana: il commercio è lecito e lodato, il guadagno onesto è benedetto, la prosperità materiale non è incompatibile con la vita spirituale. Rivoluzionaria, perché sottopone ogni aspetto della vita economica a un vaglio etico radicale: il denaro deve circolare, deve essere condiviso, deve produrre bene reale, e non può mai diventare fine a sé stesso.

Dalla zakāt al waqf, dalla proibizione della ribā all’etica della spesa moderata, dalla ṣadaqa all’obbligo di provvedere alla propria famiglia prima di compiere il pellegrinaggio, l’Islam costruisce un sistema coerente in cui il denaro è sempre un mezzo, mai un fine. Un mezzo per diffondere benessere, solidarietà, giustizia. Un mezzo per costruire comunità dove nessuno venga dimenticato. Un mezzo, infine, per avvicinarsi a Dio attraverso il servizio al prossimo.

In un’epoca in cui la crisi finanziaria globale e le crescenti disuguaglianze pongono domande urgenti sui fondamenti etici dell’economia, la visione islamica del denaro offre spunti di riflessione che trascendono i confini confessionali. L’idea che la ricchezza sia un prestito di Dio, che chi guadagna guadagni anche per i bisognosi, che il denaro debba produrre e non semplicemente riprodursi, che l’accumulazione senza condivisione sia un tradimento: sono principi che parlano all’umanità intera.
Come scriveva Rūmī nel Masnavī: “L’acqua sotto la barca è il suo sostegno; l’acqua nella barca è la sua rovina”. Sta a noi decidere se il denaro sarà il mare che ci sostiene o il fiume che ci sommerge.

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