LA LEZIONE DEGLI ANTICHI

N. 2 -

Anno 2026

I filosofi cercano la Verità da così tanti secoli che forse dovremmo arrenderci all’evidenza che Essa non esista.

Forse una considerazione troppo radicale, ma una provocazione necessaria per ricordarci il fine ultimo per cui siamo scesi dagli alberi e abbiamo iniziato a scoprire le savane, le foreste, le coste e infine anche la Luna. Ce lo aveva già fatto intendere Kubrick nella sua più grande opera.

Ma torniamo alla Verità. Quanto è difficile, per noi umani che abbiamo bisogno di nutrirci di certezze, vivere in un mondo in cui ogni volta che scopriamo qualcosa di nuovo inevitabilmente veniamo a confrontarci con ulteriori 10 nuovi segreti da svelare?

Il metodo più semplice che hanno trovato tanti pensatori nella Storia per sedare senza farmacoterapia la nostra ansia figlia dell’Ignoto è stato quello di riporre la Verità in un unico Essere perfetto in tutto, per questo anche estremamente vero, che era ovviamente il Dio o l’Uno o l’Essere, a seconda se vogliamo risalire a Plotino o ancora più indietro a Parmenide.

Dall’Illuminismo prima e dal Positivismo poi abbiamo iniziato invece a cullarci nell’idea che le verità matematiche, le verità scientifiche, le verità dure siano una fonte di sicurezza: ma i numeri non sono altro che le rappresentazioni della realtà, non la realtà stessa. È come la storia paradossale della mappa di Baudrillard così piena di dettagli da diventare più reale ( e più importante) della realtà stessa. E con buona pace del buon Hegel e del suo “Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale”.

“La verità è una verità solo quando è una verità per me” rifletteva Søren Kierkegaard, esistenzialista: una sentenza che ci appare più vicina al sentire dell’uomo moderno.
Intanto però il problema rimane: dobbiamo stare al mondo. E abbiamo bisogno, per ragioni di sicurezza, di sacrificare questo vivere sul filo del dubbio che la ricerca della conoscenza e della Verità comporta.

A noi Umani troppo spesso non piacciono le mezze misure, troppi pensieri richiede il dover vivere nella scala dei grigi. E però il rischio, di contro, diventa scadere, scivolando su una strada sdrucciolevole, nelle rigidità degli assolutismi. Per fortuna ci salva in corner Karl Popper: la Verità assoluta diventa meta ideale verso cui tendere. Nella sua teoria del falsificazionismo, la scienza non possiede verità definitive, ma teorie che non sono ancora state smentite dai fatti. Un’idea propria di chi ha compreso la nostra finitezza da uomini del nostro tempo e che possiamo allargare anche a tutta la vita, non solo alle scienze.

Ma nella vita di tutti i giorni come si fa?
Nessuno purtroppo ha la risposta, a parte qualche demagogo. A me personalmente viene solo da solidarizzare con quello che sembrerebbe il mestiere più difficile del mondo: quello del giudice, con l’ingrato compito di dover stabilire a tutti i costi una “verità”, che però viene chiamata verità processuale, giuridica. È quella che si può stabilire con gli elementi a disposizione, quindi con un grado di approssimazione più basso possibile. Non sarà mai la Verità al cento per cento, ma comunque deve essere quanto basta per farci sentire, ça va sans dire, tutelati e sicuri.

Ritornando alla storia del pensiero occidentale, siamo partiti dalle certezze di Parmenide per arrivare ai dubbi di Popper. E come in una composizione ad anello, mi preme però tornare ai classici. Difatti i Latini hanno posto le basi proprio del diritto, che cerca di ricostruire la verità dai fatti. I Greci, invece, ci hanno lasciato in eredità la filosofia, che cerca invece di svelare il mistero che è il Mondo.

Guardiamo per un attimo le etimologie: per i pragmatici Latini, la verità è un’asserzione, un fatto e da essa deriva di fatti la radice del termine “veritas”, che parrebbe derivare dal sanscrito, correlato proprio all’idea di “fatto, accadimento”. In greco antico la parola verità si dice “aletheia” con alfa privativa nel senso di “non nascosto”, quindi rivelato, come se la Verità ci fosse, a noi Umani limitati, nascosta, e che quindi sarebbe da guadagnare poco a poco… squarciando il velo di Maya. E forse i Greci avevano ragione, moderni già 2500 anni fa. Ma qualche certezza, per vivere nella società viva e pulsante, dobbiamo averla: e la andiamo a sorreggere con un bastone latino.

Non ci resta pertanto che, alla fine di questa riflessione sul concetto di Verità, credere che forse la Storia sia davvero il cammino dell’Uomo verso la ricerca della Verità: e che ognuno di noi possa contribuire diventando un sampietrino di questa strada.

Ultimi articoli