Intervista a ENNIO ABATE

Abbiamo deciso di pubblicare questo scritto già uscito sul sito di Poliscritture (http://www.poliscritture.it/2023/08/02/18494/) a ridosso dell’omicidio di Sofia Castelli avvenuto a Cologno Monzese all’alba del 29 luglio 2023 da parte del suo ex fidanzato Zakaria Atqaoui, poiché ci è sembrato che Ennio Abate con la sua allenata attenzione ai mutamenti sociali, politici, relazionali, abbia toccato dei punti importanti che si collegano al tema di questo numero della nostra rivista: “Saremo l’inferno che ci state lasciando”.

A corredo dell’articolo pubblichiamo anche le risposte di Abate a tre nostre domande.

Per una riflessione collettiva sull’uccisione di Sofia Castelli

USCIRE “DI PIANTO IN RAGIONE”
Adulti e giovani

In questo momento di lutto cittadino per l’uccisione di Sofia Castelli da parte del suo ex fidanzato, Zakaria Atqaoui, è bene ricordare il motto: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita», con cui lo scrittore francese Paul Nizan cominciò «Aden Arabia» (1931), il suo primo romanzo.

E’ solo un motto, ma fa capire che si soffre parecchio (anche o soprattutto) da giovani.
E potrebbe aiutare a liberarsi dalle visioni false ed edulcorate sulla gioventù (di ieri e di oggi).
Perché dobbiamo capire che, tranne poche eccezioni, è spesso un’illusione pensare che adulti – genitori, preti, professori, psicologhi, assistenti sociali, politici- siano in grado di capire e aiutare i giovani e le giovani a uscire dalle inquietudini oscure della vita amorosa e sessuale (e anche dalle altre che riguardano i rapporti familiari, di lavoro, di studio, di tempo libero). O che le Istituzioni – dallo Stato alle Regioni, ai Comuni – possano intervenire in questi drammi e tragedie. Purtroppo il compito fondamentale delle Istituzioni resta quello di sorvegliare e punire (Foucault), anche se ascoltiamo di continuo da molti suoi rappresentanti dichiarazioni di vicinanza e di buona volontà.

I drammi ci sono ogni giorno e le tragedie si ripetono.
Da ex insegnante, marito, padre, abitante di Cologno Monzese dal 1964 e politico (fuori dai partiti), ne ho visti troppi di giovani spegnersi, rassegnarsi o perdersi nella tossicodipendenza, nella solitudine, nella follia. Come ho visto troppi miei coetanei o meno anziani di me chiudersi in se stessi, farsi vanto del proprio benessere raggiunto, temere di perdere qualcosa di quel che si erano conquistato, reagire con cinismo all’aggravarsi dei problemi sociali. E so che, con la crisi della democrazia, sia l’esercizio della funzione educativa da parte degli adulti che quella di domandare, criticare e porre problemi da parte dei giovani incontreranno più impedimenti che in passato.

Oggi noi adulti, che pure – (ma ormai nei lontani anni ’70) – avevamo tentato di cambiare il mondo e noi stessi, non siamo più in grado di indicare quale nuovo mondo potrà sostituire questo in crisi o decrepito, che ancora abitiamo. I giovani e le giovani venuti/e dopo di noi, i miei figli, i miei nipoti, si ritrovano più soli ad affrontare divieti e miraggi più pesanti di quelli che noi sfidammo. E il sogno d’amore (Melandri) e il disamore sempre in agguato possono scatenare passioni distruttive e autodistruttive, terribili sempre. Come tanta letteratura e tanti film ci hanno sempre mostrato.

Non so quanto questi nuovi divieti e nuovi miraggi abbiano condizionato il rapporto tra Sofia Castelli e il suo ex fidanzato, Zakaria Atqaoui.
E, perciò, taccio e aspetto di capire.
So, però, e devo dirlo anche in questo momento di lutto che quella Cultura della Libertà, che in alcuni momenti – Risorgimento, Resistenza, 1968-’69 – ha squarciato il cielo spesso plumbeo e servile della storia d’Italia e che oggi appare morta, va – non so come o quando – ricostruita in forme nuove. Da noi per quel che ci resta da vivere. Da altri – adulti e giovani – che verranno.

***

Ennio, stiamo lasciando un inferno ai giovani?

Inferno? Non è un termine che rimanda a un immaginario un po’ medievale?
A me pare che siamo di fronte a una complessa crisi epocale di civiltà e, più precisamente e dalle nostre parti, a una crisi della democrazia (e del progresso).
Mi sforzerei, perciò, di precisare in termini storici, sociologici, culturali, psichici il tipo di “inferno” che lasciamo ai giovani.
Sono poi convinto che,  in un intreccio a volte inestricabile, sia  gli adulti che  i giovani  stanno contribuendo con le loro scelte (o non scelte) più o meno consapevoli a determinare  una convivenza sociale più o meno violenta, a conservare o a innovare istituzioni (d’ogni tipo), anch’esse più o meno escludenti o includenti; e, dunque, al peggioramento o al miglioramento della situazione. Sicuramente in misura diversa a seconda delle differenze (di classe, di ceto, di professioni) esistenti nelle nostre società e dei gradi di potere (minimi o consistenti) che ciascuno, a seconda di queste appartenenze, esercita.
Il “lascito” alle future generazioni  è, perciò, opera di uomini e donne, di adulti e  giovani. E aggiungerei in modi oggi molto confusi, ambigui, equivoci. Essendo venute meno – alla fine degli anni ‘70 del Novecento – le “Grandi Narrazioni”   che  tenevano assieme con più chiarezza adulti e giovani per un Progetto politico  contro adulti e giovani  che lottavano per un altro Progetto. Da qui il prevalere oggi –  eccessivo  e distorcente  – dello scontro tra generazioni. O, come pur  si tende a dire, tra un generico  “mondo degli adulti”  e un altrettanto generico mondo dei giovani

Da quando hai scritto questo testo alla pubblicazione sulla nostra rivista, abbiamo dovuto apprendere ancora di molti assassinii di donne.
Trovi che la tua analisi sia una lente adatta a leggere ognuno di questi casi?

“In tutta sincerità non penso che  la mia riflessione possa valere per altri casi o in generale.
Non è neppure un’analisi specifica dell’assassinio avvenuto a Cologno o del contesto in cui è maturato, perché, come ho detto, mi  mancavano e mancano dati che andrebbero vagliati scrupolosamente.
Dopo la notizia dell’uccisione della giovane Sofia Castelli ho sentito montare i segnali o di una commozione  spaventata o di una identificazione impotente con la  vittima o  in taluni di una voglia di vendetta quasi  tribale.
E mi sono sentito di intervenire con quello scritto sui social cittadini. Per suggerire un inizio di ragionamento –  uscire “di pianto in ragione” è una citazione di un verso di Franco Fortini  – a partire dal riconoscimento  di quelle spinte emotive ma senza fiancheggiarle o subirle ipocritamente o strumentalizzarle cinicamente.
Invitando a passare al ragionamento, però, non mi faccio illusioni.  So che  un sapere che vada  più in profondità su questi fatti e sulle cause dei comportamenti umani – ed io penso alla lezione di Marx, di Freud e anche a una certa riflessione  di matrice religiosa (Simone Weil, Gianfranco Gaeta) –  può aiutare ma non è di per sé in grado di cambiare le cose. Qualcosa ci è sfuggito nelle esperienze di emancipazione e liberazione. E non sappiamo ancora cos’è e come delineare un nuovo progetto.
Purtroppo, temo che lo stillicidio di omicidi d’ogni tipo e di femminicidi continuerà a lungo. Come continueranno – spero –  le proteste, i lamenti, i tentativi di  organizzarsi per fermarli, prevenirli, ridurli, spiegarli. Ma più sono invecchiato e più spesso ho misurato la potenza  dei violenti e la tenacia ma anche l’impotenza delle vittime e di chi vorrebbe sostenerle. Non nego la specificità del femminicidio rispetto alle altre forme di violenza.  Non nego il valore della mobilitazione autonoma  delle donne sui temi che riguardano le donne, ma ho imparato a vedere i rischi della risposta  solo simbolica e resto convinto che nessuna prevenzione sarà possibile con queste istituzioni.”

Stiamo assistendo a un numero crescente di fiction (Ragazze elettriche, Barbie) in cui le donne si dotano di poteri straordinari di difesa o di organizzazioni matriarcali.
Pensi che sia una sorta di risposta alla violenza percepita, una rappresentazione di un potere delle donne mal accettato o solo un’operazione di marketing?

“In parte mi paiono soprattutto operazioni di marketing. Da sempre le agenzie capitalistiche che lavorano al consenso di massa assorbono dal basso e impongono una versione verosimile, ma ritoccata e deformata, dei bisogni e dei desideri.
In parte sono  opere d’arte, nelle quali  sempre si annida  sia  una “promessa di felicità” (Adorno) sia l’elusione del problema della realizzazione pratica, politica, di quella promessa (Fortini).
Riferendomi a “Ragazze elettriche” di Naomi Alderman, mi verrebbe da dire che ci sono moltitudini di ragazze  che vorrebbero essere elettriche, ma non lo sono. Lo possono sognare. E l’industria culturale, sempre vigile e accorta, è prontissima a dare voce al sogno. Ma non di tutte. Solo ad una o alcune di loro, che – per talento e formazione specialistica – sono più tempestive nel cogliere questi umori e paiono rappresentare, dare voce (o più, spesso oggi, corpo) al sogno delle tante anonime.
Non è casuale che il  sogno (meglio: l’operazione) di “Ragazze elettriche” rispetti la norma “naturale” del tatcheriano “There Is No Alternative”.
In una recensione pubblicitaria  leggo: “Quattro personaggi ci guidano tra i diversi scenari sociali, politici, mediatici e confessionali che il rivoluzionario ribaltamento delle gerarchie e dei rapporti di genere ha innescato, raccontandoci come la diffusione della scintilla del potere femminile sia rapidamente degenerata nella depravazione. Le donne ora distruggono, violentano, seviziano e uccidono proprio come prima di loro avevano fatto gli uomini.” (https://www.edizioninottetempo.it/it/ragazze-elettriche).

E penso che proprio perché la scrittrice  mantiene il suo discorso sul piano della natura e evita quello della storia, è costretta a lavorare su un immaginario ristretto: conservatore se non reazionario. Mille volte meglio il pensiero di Marx che era riuscito a pensare ad un’azione collettiva che avrebbe abolito  le classi e  non a sostituire una classe con un’altra. O, come accade in questo romanzo,  un genere con un altro.

Quanto a “Barbie” mi è capitato di leggere una buona recensione di Pietro Bianchi1 che mette  bene in rilievo  la funzione di stregamento delle nuove tecnologie. Esse oggi catturano ancora meglio e deformano abilmente il desiderio.
Nel caso il film propone un mondo (Barbieland)  feticista e desessualizzato agli antipodi di quello reale (e patriarcale) invaso dalla sessualità. Ma anche quest’opera sembra rispettare, come l’altra, la norma del “There Is No Alternative”.
Tematizza, infatti,  senza scioglierla, l’esitazione (adolescenziale) dei personaggi (e, pare, del regista) tra il piacere di restare  tra “oggetti culturali infantilizzanti privati ​​della dimensione inquietante della sessualità” e la volontà di entrare nel mondo reale, dove i personaggi si trovano in competizione tra loro, si fanno del male e si guardano in modo minaccioso e molesto. “

Nota biografica

Ennio Abate Nato nel 1941 a Baronissi (SA), vive dal 1964 a Cologno Monzese (MI).
Ha insegnato italiano e storia nelle scuole superiori e vpartecipato all’esperienza politica di Avanguardia Operaia (da1969 al 1976).
Ha pubblicato cinque raccolte di “poeterie” [http://www.poliscritture.it/poeterie-di-ennio-abate/]
ed è attivo on line: su Facebook , con la rivista Poliscritture e altri blog.

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