La teoria classica dell’economia antica vorrebbe che le società umane si siano mosse da una situazione di totale interdipendenza degli individui, solidarietà comunitaria, baratto inteso a soddisfare pochi bisogni primari e buoni rapporti di vicinato verso sistemi via via più complessi che hanno portato a rapporti di subordinazione tra Stati e sudditi, tassazioni asfissianti e arricchimento concentrato nelle mani di poche gentes. Una direttrice che porta direttamente al nostro mondo contemporaneo, lobbistico e capitalista in cui ciascuno mira a massimizzare il proprio interesse economico, sociale e politico in competizione con tutti gli altri. Ciascuno a difesa del proprio privilegio con la legittima ambizione di scalare un altro pezzettino di scala sociale, finendo a soddisfare sempre crescenti bisogni nella piramide di Maslow.
Questa visione della storia economica ha senz’altro il vantaggio di essere in un certo senso rassicurante: è il mondo moderno che ha reso le persone bramose di ricchezza e potere. C’è stata un’età aurea in cui tutti erano buoni e solidali con gli altri, i soldi non esistevano e si scambiava qualche forma di cacio con un po’ di grano. E in primavera si scambiava qualche chilo di lana con un servizio da mensa, un coltello o un rasoio. Così le famiglie sbarcavano il lunario e sopravvivevano in maniera interdipendente e pacifica con gli altri. L’economia era totalmente incorporata – embedded per dirla con Karl Polanyi – nelle relazioni sociali, senza alcun bisogno di mercati che si autoregolano con meccanismi di domanda e offerta.
Se, come accennavo, questa ricostruzione ha il vantaggio di essere rassicurante e in un certo senso ci assolve dai nostri peccati, ha tuttavia il non trascurabile svantaggio di essere quasi totalmente falsa.
Il denaro prima della moneta.
Se davvero fosse il denaro a cambiare le cose, basterebbe individuarne la creazione per tracciare una soglia che divide l’homo sociologicus da l’homo oeconomicus. Per studiare il denaro, però, non ci si può limitare a una storia del conio – che è solo una delle tante forme che i soldi hanno assunto in determinati periodi storici –, ma bisogna fare un ulteriore passo indietro alle economie pre-statali, pre-industriali e preistoriche.
In età preistorica – per definizione – non esistono documenti scritti, ma solo prove indiziarie sull’esistenza del denaro. Di conseguenza, ci si affida unicamente a ciò che si è conservato nei millenni fino a giungere a noi, rimanendo escluse da questa storia tutte quelle materie per loro natura deperibili, che non hanno vinto la sfida del tempo. Per fortuna, c’è comunque un’incredibile abbondanza di rinvenimenti in metallo, pietra, conchiglia o altro che gli archeologi hanno raccolto, catalogato e studiato per decenni.
Il corollario di oggetti utilizzati in tal guisa è lungo e diversificato a livello geografico e cronologico. Riporto qui alcuni casi studio esplicativi.
Europa centro-meridionale – Età del Bronzo (2200 – 900 a.C.)
L’Europa del secondo millennio a.C. è un luogo costellato di villaggi, profondamente rurale, in cui si intensificano e perfezionano le attività artigianali. Gli archeologi hanno ritrovato migliaia di siti e alcuni relitti da cui si evince una fittissima rete di traffici che coinvolge metalli, pietre preziose, gioielli, bevande e oli di vario genere. Senza considerare ciò che raramente si conserva, come tessuti, cibo e via dicendo. Persone, materie prime e merci si muovono in un’ampia area che va dal Mediterraneo al nord-Europa, dall’Europa atlantica al mar Nero. A partire dal 1500 a.C. circa, si diffonde in Europa la tecnologia di pesatura, importata dall’Asia occidentale all’Egeo fino ad approdare in Italia e via via oltre le Alpi, nei Balcani, in Europa centrale, nella penisola iberica e nel Regno Unito. Contestualmente, si diffonde l’utilizzo del bronzo frammentato come denaro. Oggetti precedentemente utilizzati come asce, falcetti, spade, lance, coltelli o altro vengono ridotti in frammenti di peso prestabilito. Il bronzo pesato in multipli e divisori di determinate unità di peso viene guadagnato, accumulato e speso. Esistono diseguaglianze economiche e sociali.
Tuttavia, potrebbe anche non essere la più antica forma di denaro metallico in Europa. Nei secoli che vanno all’incirca dal 2200 al 1500 a.C., in Europa Centrale circolavano oggetti a forma di collari o barre in rame che pur non avendo un peso standardizzato in termini moderni, lo erano nella forma e potevano essere percepiti come equivalenti e quindi intercambiabili. Tali oggetti erano diffusi in un areale che comprendeva le attuali Austria, Germania e Repubblica Ceca. Le analisi metrologiche dimostrano che venivano fabbricati seguendo due standard dimensionali ben distinti, ovvero due tagli. Altrove in Europa, nello stesso periodo, si ipotizza che altre tipologie di oggetti come asce e bracciali potessero ugualmente adempiere una funzione pecuniaria.
Come detto, una piccola parte di ciò che veniva prodotto, smerciato e consumato in antichità è giunto fino a noi. Pertanto, non essendoci fonti scritte dall’età del Bronzo europea, si può solo supporre l’utilizzo di altre tipologie di denaro contemporanee o antecedenti.
Mesoamerica e sud America (250 – 1532 d.C.)
Il denaro in forma di metallo pesato non appare per la prima volta in Europa ma è legato strettamente alla tecnologia di pesatura proveniente da oriente. Tuttavia, anche in altre parti del mondo si diffondono forme di denaro metallico. Particolarmente interessante è il caso delle economie mesoamericane e sudamericane che precedono l’approdo degli spagnoli. Possiamo infatti senz’altro parlare in questo caso di sviluppo endogeno del denaro.
In Perù, in Ecuador e in Messico gli archeologi hanno studiato l’utilizzo di oggetti in rame che con buona probabilità fungevano da mezzo di pagamento. In Perù, nella società prestatale e pre-coloniale Sicán sono diffusi i cosiddetti naipes (900 – 1100 d.C.), placchette di rame di piccole dimensioni a forma di ‘I’, apparentemente inservibili a qualsiasi altra funzione. In Ecuador, presso le società prestatali e pre-coloniali Milagro-Quevedo e Manteño-Huancavilca sono invece diffuse le asce-moneta (400 – 1532 d.C.), sottilissime asce apparentemente inutilizzate e inutilizzabili come strumenti. Quest’ultime risalgono a un periodo che, per gran parte, precede l’introduzione degli strumenti di pesatura; di conseguenza, l’assenza di regolazione del loro peso non risulta sorprendente. È invece degno di nota l’utilizzo di due tagli dimensionali ricorrenti, una circostanza analoga a quella osservabile nei collari dell’età del Bronzo europea, anch’essi precedenti l’introduzione delle bilance. Alle evidenze archeologiche si aggiungono le testimonianze scritte fornite dalle cronache spagnole, che testimoniano l’utilizzo di questi oggetti al pari di una moneta.
Dai resoconti dei colonizzatori, inoltre, si scopre che in America Centrale i Maya utilizzavano perline in conchiglia e asce in pietra verde come denaro e probabilmente anche tessuti, sale e fave di cacao allo stesso scopo (250 – 900 d.C.). Quest’ultimo finì per essere adottato come moneta anche dall’amministrazione coloniale spagnola in terra azteca nel 16° secolo.

Denaro non metallico, argento e tassazione in Mesopotamia (3000 – 1700 a.C.)
Il denaro non metallico nelle economie preindustriali è documentato anche dall’impareggiabile ricchezza di testi cuneiformi mesopotamici a partire dal terzo millennio a.C., che fanno luce su complessi meccanismi fiscali e finanziari nel mondo antico.
La tecnologia di pesatura ha avuto origine nell’Antica Mesopotamia ed è testimoniata dai resti archeologici dei pesi da bilancia prima ancora che dagli archivi scritti. Si è poi diffusa nel Levante, in Anatolia, in Egeo e in Europa.
La necessità di registrare entrate e uscite dai templi e dai palazzi mesopotamici ci informa sulla tassazione antica e le diverse forme che acquisisce il denaro. Sostanzialmente, orzo, bestiame, lavoro prestato in prima persona o per conto terzi vengono indistintamente utilizzati per pagare tasse e debiti ‘pubblici’ o ‘privati’. In misura minore è direttamente impiegato l’argento pesato, circolante in pezzi dal peso corrispondente a multipli e divisori di determinate unità. Parallelamente si utilizzano allo stesso scopo rame e più raramente oro. L’argento pesato costituiva l’unità di misura del valore di merci, lavoro e terreni, rappresentando la moneta corrente.
La componente ‘statale’ di questa economia è stata probabilmente enfatizzata oltre misura dal fatto che la scrittura in questa regione e in questo periodo era una tecnologia ad uso e consumo del potere. Tuttavia, a partire dall’inizio del secondo millennio a.C., c’è una maggiore varietà di archivi privati che contengono contratti, lettere, sentenze, i quali consentono di ricostruisce l’attività di una vivacissima classe mercantile che faceva impresa.
Dagli archivi (privati) della colonia commerciale (karum) della città anatolica di Kanesh si ricostruisce il commercio che intercorreva con la città di Aššur nell’odierno Iraq. Per spiegarlo posso prendere in prestito termini finanziari moderni senza temere eccessivi anacronismi: i mercanti gestivano delle società di investimento (naruqqum). È una forma arcaica di equity investment: il capitale veniva affidato a un gestore, il quale operava sul mercato assumendosi il rischio dell’attività commerciale, condiviso con gli investitori. La possibilità di profitto nasceva in larga misura da differenziali di prezzo geografici di alcune merci, in particolare tessuti e stagno acquistati ad Aššur e venduti in Anatolia, dove il loro valore risultava sensibilmente più elevato. In questo senso, l’attività dei mercanti può essere descritta come una forma di arbitraggio commerciale, sebbene caratterizzata da elevati costi di transazione e da un rischio significativo. Gli investitori non ricevevano un interesse predeterminato, ma una quota dei profitti, maturati anche grazie alla dilazione dei pagamenti e all’uso sistematico del credito. I prezzi variavano in base a meccanismi di domanda, offerta e disponibilità di moneta. Infine – come ogni mercato che si rispetti –, c’era una tassazione del commercio che interessava in proporzioni differenti le due città coinvolte.
Restando nell’Antica Mesopotamia, si potrebbero rintracciare le origini di moltissimi dispositivi finanziari con cui abbiamo tutt’oggi dimestichezza. Esistono prelazioni, dazi, cauzioni, decime, pedaggi, debiti, crediti, contratti e diritti di proprietà. È chiaro che si tratta di un’economia di mercato, così come è chiaro che gran parte dei meccanismi descritti sarebbero lettera morta in assenza di testi.
Chi ha inventato il denaro?
Sarà ormai evidente ai più che l’origine del denaro non è identificabile con il conio della prima moneta. Né tantomeno è agevole rintracciare la più antica forma di pagamento esistita, essendo la nostra conoscenza limitata al materiale non deperibile o ai testi. A ben vedere, non è saggio escludere l’esistenza di forme ancora più antiche di denaro nei luoghi di cui ho parlato. Non sarebbe del tutto inaspettato constatare che gli esseri umani hanno sempre cercato un modo per acquisire ciò di cui avevano bisogno accumulando e cedendo qualcos’altro che poteva per convenzione sociale essere accettato in cambio. Perciò, non può essere l’invenzione del denaro a tracciare una linea tra homo sociologicus e homo oeconomicus.
Nel libro del 1944 “The Great Transformation. The Political and Economic Origins of Our Time” di Karl Polanyi sono enunciate le principali argomentazioni che hanno influenzato il futuro lavoro di antropologi, archeologi, economisti e storici dell’economia antica. La tesi di Polanyi si basava sulla contrapposizione tra economie antiche ed economia capitalistica che aveva preso il sopravvento tra 18° e 19° secolo in Europa. Il capitalismo aveva scollegato – disembedded – l’economia dalle convenzioni sociali e morali a vantaggio del mercato che si autoregola con meccanismi di domanda e offerta. Ci sono 3 ‘merci fittizie’ che vengono inserite nel mercato cambiandone le regole: esseri umani, natura e moneta. Diversamente da quanto avveniva in antichità, nel nuovo sistema capitalistico venivano prezzati il lavoro degli uomini e la natura (le terre), trattati come fattori produttivi da cui trarre profitto. Anche la moneta, secondo Polanyi, aveva perso la sua funzione ‘sociale’ per diventare una merce il cui valore fluttua in base alla disponibilità di oro, e quindi agli andamenti del mercato. Nelle economie antiche – a cui è dedicato un libro curato dallo stesso autore nel 1957: “Trade and Market in the Early Empires” –, il profitto non era mai lo scopo finale, ma lo erano invece la posizione e il vantaggio sociali derivanti dai beni materiali.
Verrebbe da chiedersi: non è in fondo ancora questa la ricchezza?
Cos’è il denaro se non la possibilità di farsi largo e migliorare/conservare il proprio posizionamento sociale?
Ma andiamo per ordine.
Le idee di Polanyi hanno avuto una significativa influenza in tutti gli studi sull’economia antica della seconda metà del 900’. Se da un lato vanno comprese le specifiche ragioni politiche e il contesto in cui questi lavori furono scritti; dall’altro si fatica a credere che almeno un paio di generazioni successive di studiosi non abbiano saputo far valere il peso delle nuove scoperte per scrivere una storia economica più aderente alla realtà.
Limitandomi a pochissimi argomenti ricavabili dal testo, emerge che il costo del denaro era fluttuante già in antichità: nei documenti paleo-assiri il rapporto tra rame e argento mostra oscillazioni significative, dell’ordine di alcune decine di punti percentuali, anche su archi temporali relativamente brevi e all’interno della stessa regione. A oscillare è naturalmente anche il potere d’acquisto, soggetto alla disponibilità degli altri beni.
Inoltre, il costo del lavoro era già quantificato con corrispettivo monetario già a metà del IV millennio a.C. in Mesopotamia, e nello stesso periodo diverse tassazioni si basavano sulla stima del raccolto agrario, eventualmente commutabile in moneta. Le terre erano già acquistate e vendute con regolari contratti e le persone venivano ridotte in schiavitù per saldare un debito e rilasciate a pagamento avvenuto. Insomma, terre e persone erano beni alienabili millenni prima che ne scrivesse Polanyi e non si può imputare a questo lo scollamento dell’economia dalla società.
L’idealizzazione dell’antico e i pregiudizi della modernità
La percezione è che a lungo il giudizio sull’economia antica abbia anteposto una visione idealistica e romantica del passato – per usare le parole di Maurice Godelier –, non valutando che in passato come nel presente nessuna economia è da intendersi come un’istituzione separata dalla società in cui opera.
Negli ultimi anni c’è stata una contro-narrazione alle vecchie teorie sull’economia antica e sempre più antropologi e archeologi interpretano vecchi e nuovi dati sottolineando assonanze più che divergenze tra mondo moderno e mondo antico. È un risveglio dal sonno dogmatico che dovrà erodere antiche credenze radicate nel sentire comune.
Non c’è una risposta esatta a quando gli esseri umani hanno anteposto il pensiero razionale economico a quello solidale e sociale. Potrebbe essere che è la domanda ad essere sbagliata. In fondo, perché dovremmo pensare che in un passato mitico e indefinito le persone fossero diverse da come sono oggi? E perché proprio il passato dovrebbe rappresentare il nostro rifugio da ciò che detestiamo dell’economia moderna?
A mio parere, non è nel passato che troveremo un mondo migliore a cui guardare. È piuttosto vero il contrario: il passato non è il luogo della genuinità perduta e non può essere il luogo della nostalgia.
In definitiva, il denaro non ha trasformato individui solidali in freddi massimizzatori di utilità. Le evidenze archeologiche e testuali mostrano piuttosto una continuità profonda nei comportamenti economici umani: accumulare, scambiare, investire, speculare, tassare e trarre profitto sono pratiche che accompagnano le società nei millenni. Cambiano gli strumenti, le scale e i contesti istituzionali, ma non la logica di fondo.
Il denaro precede la moneta perché precede lo Stato, la scrittura e la storia. È un dispositivo sociale prima che politico, una tecnologia relazionale che consente di misurare, trasferire e accumulare valore. Non è un elemento estraneo o disembedded rispetto alla società, ma un prodotto della società stessa.
Riconoscere che mercati, tassazione e profitto esistevano ben prima del capitalismo non significa assolvere l’economia contemporanea dalle sue inefficienze, ma sottrarre il passato a una narrazione consolatoria e restituirgli la sua complessità. L’economia antica non era un’anti-economia, ma un’economia a tutti gli effetti, attraversata da conflitti, strategie, asimmetrie di potere e razionalità economiche pienamente sviluppate.
Forse, allora, il problema non è quando il denaro abbia corrotto la società, ma perché continuiamo ad aver bisogno di immaginare un passato innocente per spiegare le contraddizioni del presente. Liberarsi di questa nostalgia non rende il mondo antico meno interessante; lo rende, semmai, più umano — e per questo più utile da comprendere.
“The fault, dear Brutus, is not in our stars,
but in ourselves, that we are underlings.”
William Shakespeare, Julius Caesar, I, 2





