A proposito di Oppenheimer

Christopher Nolan con il suo Oppenheimer ci ha risospinti indietro a rileggere quella pagina di storia che ha ribaltato gli equilibri politici del mondo con lo scoppio della bomba atomica. Una pagina sulla quale per ottant’anni abbiamo continuato a scrivere aggiungendo e ridefinendo dettagli e interpretazioni.

Restando in campo cinematografico e senza scomodare il più complesso ambito storico, si può forse dire che all’interno di un genere – quello catastrofico – si è creato un sottogenere a sé stante tutto dedicato allo scandaglio di cause e conseguenze derivanti dal rapporto tra libertà della ricerca scientifica – in particolare quella legata alla fisica quantistica – e responsabilità nell’utilizzo politico, bellico ed economico dei risultati di quella ricerca.

Come dimenticare il Dottor Stranamore di Kubrick o A prova di errore di Sidney Lumet, entrambi creati nel 1964 in piena guerra fredda. E ancora nella prima metà degli anni Ottanta, ma prima del crollo del Muro di Berlino, il cinema più volte ha inscenato attraverso la fanta – politica/scienza ipotesi di scontri nucleari tra le due superpotenze con conseguente ritorno alla barbarie. È utile ricordare Threads di Mick Jackson giunto in Italia con il titolo Ipotesi di sopravvivenza, o WarGames dello statunitense John Badhan. Fino al film di animazione di Jimmy Murakami che, prendendo spunto dalla graphic novel dell’illustratore britannico Raymond Briggs, con When the Wind Blows (titolo italiano Quando soffia il vento) crea due ingenui personaggi che, fiduciosi nella protezione del governo britannico, non si sottraggono dalle radiazioni emanate da un attacco sovietico. I due anziani protagonisti, scampati alla morte durante la seconda guerra mondiale, subiscono la terza senza esserne consapevoli.

Forse è proprio questo il punto su cui riflettere: la consapevolezza.
Quell’idea di consapevolezza che Nolan con Oppenheimer sembra volere ampliare. Come volesse dire: basta con la fantascienza o ipotesi di mondi catastrofici, la catastrofe è già avvenuta e ha lasciato ai posteri l’inferno dell’autodistruzione. 

Certamente con lo scoppio della bomba nel 1945, ma soprattutto nel momento in cui la tensione umana alla conoscenza, la naturale vocazione di un uomo a farsi novello prometeo viene prima sfruttata e poi – se necessario – condannata con pretesti strumentali al trionfo del potere politico.

I primi piani dei volti dei partecipanti al progetto riempiono lo schermo senza fare trasparire alcun dubbio interiore, mentre lo sguardo di Cillian Murphy che interpreta il ruolo dello scienziato protagonista, sfonda il mondo del visibile alla cattura dei segreti della materia, ma si chiude nella disperazione quando si rende conto che il suo successo di sperimentatore ha generato l’inferno per l’umanità.

Rimanendo nello spirito del murales che dovrebbe informare questo numero della rivista, il progetto Manhattan non fa parte del nostro passato, non si circoscrive a Los Alamos, ma le conseguenze di quella condotta meritano una consapevolezza più profonda affinché, alla luce delle catastrofi avvenute e soprattutto di quelle attualmente incombenti, si incarni in nuovi progetti umani dove l’Inferno definitivo resti solo quello dell’utopia catastrofica cinematografica.

 

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