Temo che la memoria mi stia
abbandonando nel giardino
dell’eterno presente. Niente
più passato, solo l’autunno
del futuro, i giorni giallo oro,
le ore screziate da un arancio,
che pallido sta per morire.
C’è sabbia nella mia mente,
la polvere finissima ma graffiante
sugli occhi della vita, le conchiglie
aguzze e quelle smussate,
che lasciano intravedere opaco
il mare. La risacca che porta
relitti e bottiglie dai messaggi
scoloriti, ciottoli che erano
grandi pietre, travi che erano
grandi navi. Lontani, i velieri
degli altri sono mangiati dai
fari del sole, nella pesante
oroazzurra atmosfera.
Mi stai stringendo come un killer
impomatato e dai guanti lucidi,
senza impronte. Eppure mi dicono
che là fuori un mondo si ferma
a osservare il nostro efferato
gesto. La seta lieve di una gola
strozzata, delle parole mal dette,
nel sogno di regalare il vero
a chi non lo vedrà mai. E poi
l’incubo e le sue macerie,
che dicono pur di dire, di avere
almeno un fianco nel Vocabolario
universale, e sprofondare,
nella bufera tra le sue pagine,
l’angusta cella di questa poesia.
Li spingo questi muri con le mani
giunte e prego per un giaciglio
nel varco di una luce. Mai mi sarà
concesso, ma continuo a respirare
il sospiro della vita mai trovata.
Forse in quel flebile soffio
che sommuove le mie narici, intravedo
opaco l’alito che è la speranza.
Di quei sogni prima di sognarli,
che abbattono pareti e volano
tra i tetti scoperchiati dai gabbiani.
Tutto si divelle e dal tetro nel mare
esplode, alla furia delle onde,
alle corrugate scaglie che agguantano
flotte al mio pensiero. Giovane
si fa un’alba antica e trasfiguro
lieve sul ciglio disamato dell’esistenza.
Finale di stagione
La vita è una serie televisiva
di genere horror. Per questo
non la guardo. Nato bendato
alla materia, agli spigoli aguzzi
del reale, volava la mente
alla rinuncia di giorno in giorno,
lepidottero cromatico contro
il quotidiano bianco e nero.
Forse più solo nero.
Nel mio recinto di colori vado
spendendo le trenta monete
della vita. Quanto costa quel
tradimento da pagare
per sopravvivere, per vivere sopra
quel buio che mangia il profumo
di una tuberosa e l’oro dei narcisi.
C’era solo distacco e dolore,
in un’infanzia allagata
dalle risucchianti maree,
che rimanevano dentro
le vivide conchiglie, avide
a rubare la voce del mare.
Di tutto quel frastuono il conforto
di un sibilo, incastonato
tra le pieghe madreperlacee,
le iridescenze effimere
del Prisma primordiale.
Tra le pagine della mia vita ci sono
romanzi che non leggo più, che
disegnano ormai altri sé, altri me.
E sospese le sento allungarsi
verso i bianchi spazi della memoria,
le lettere intrecciarsi e scambiarsi
i colori originali come lucciole
intermittenti. Tutto si fa flebile.
L’abbaglio del dolore e i fulmini
dell’amore sono transatlantici lontani,
piccole barche al baratro dell’orizzonte,
sull’orlo della piatta Terra.
Svaniranno nelle cascate che piovono
verso il buio universo e io mi sentirò
un libro vuoto, senza pagine e parole,
senza l’ombra di ciò che non sarà più
e senza la luce di ciò che è.
Li vedo agitarsi questi fiori notturni,
tra i rovi del mondo e le spine
della mia mano: nel canto silenzio,
ad un’alba qualsiasi, infine mi giaccio.





