“5 Poesie”

N. 2 -

Anno 2025

Marco Colletti (1965) vive e lavora a Roma. I testi sono tratti da La Materia non esiste, ed. La Vita Felice, 2024

Temo che la memoria mi stia

abbandonando nel giardino

dell’eterno presente. Niente

più passato, solo l’autunno

del futuro, i giorni giallo oro,

le ore screziate da un arancio,

che pallido sta per morire.

C’è sabbia nella mia mente,

la polvere finissima ma graffiante

sugli occhi della vita, le conchiglie

aguzze e quelle smussate,

che lasciano intravedere opaco

il mare. La risacca che porta

relitti e bottiglie dai messaggi

scoloriti, ciottoli che erano

grandi pietre, travi che erano

grandi navi. Lontani, i velieri

degli altri sono mangiati dai

fari del sole, nella pesante

oroazzurra atmosfera.

Mi stai stringendo come un killer

impomatato e dai guanti lucidi,

senza impronte. Eppure mi dicono

che là fuori un mondo si ferma

a osservare il nostro efferato

gesto. La seta lieve di una gola

strozzata, delle parole mal dette,

nel sogno di regalare il vero

a chi non lo vedrà mai. E poi

l’incubo e le sue macerie,

che dicono pur di dire, di avere

almeno un fianco nel Vocabolario

universale, e sprofondare,

nella bufera tra le sue pagine,

l’angusta cella di questa poesia.

Li spingo questi muri con le mani

giunte e prego per un giaciglio

nel varco di una luce. Mai mi sarà

concesso, ma continuo a respirare

il sospiro della vita mai trovata.

Forse in quel flebile soffio

che sommuove le mie narici, intravedo

opaco l’alito che è la speranza.

Di quei sogni prima di sognarli,

che abbattono pareti e volano

tra i tetti scoperchiati dai gabbiani.

Tutto si divelle e dal tetro nel mare

esplode, alla furia delle onde,

alle corrugate scaglie che agguantano

flotte al mio pensiero. Giovane

si fa un’alba antica e trasfiguro

lieve sul ciglio disamato dell’esistenza.

 

Finale di stagione

La vita è una serie televisiva

di genere horror. Per questo

non la guardo. Nato bendato

alla materia, agli spigoli aguzzi

del reale, volava la mente

alla rinuncia di giorno in giorno,

lepidottero cromatico contro

il quotidiano bianco e nero.

Forse più solo nero.

Nel mio recinto di colori vado

spendendo le trenta monete

della vita. Quanto costa quel

tradimento da pagare

per sopravvivere, per vivere sopra

quel buio che mangia il profumo

di una tuberosa e l’oro dei narcisi.

C’era solo distacco e dolore,

in un’infanzia allagata

dalle risucchianti maree,

che rimanevano dentro

le vivide conchiglie, avide

a rubare la voce del mare.

Di tutto quel frastuono il conforto

di un sibilo, incastonato

tra le pieghe madreperlacee,

le iridescenze effimere

del Prisma primordiale.

Tra le pagine della mia vita ci sono

romanzi che non leggo più, che

disegnano ormai altri sé, altri me.

E sospese le sento allungarsi

verso i bianchi spazi della memoria,

le lettere intrecciarsi e scambiarsi

i colori originali come lucciole

intermittenti. Tutto si fa flebile.

L’abbaglio del dolore e i fulmini

dell’amore sono transatlantici lontani,

piccole barche al baratro dell’orizzonte,

sull’orlo della piatta Terra.

Svaniranno nelle cascate che piovono

verso il buio universo e io mi sentirò

un libro vuoto, senza pagine e parole,

senza l’ombra di ciò che non sarà più

e senza la luce di ciò che è.

Li vedo agitarsi questi fiori notturni,

tra i rovi del mondo e le spine

della mia mano: nel canto silenzio,

ad un’alba qualsiasi, infine mi giaccio.

 

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