Si profila un tempo in cui sempre più persone vorranno nascondersi nella loro grotta e tornare indietro. […] Dobbiamo essere pronti con rifugi antiaerei del passato. Chiamali pure, se vuoi, ‘cronorifugi.’
Georgi Gospodinov, Cronorifugio, Voland, 2021, p.50
Terribilmente perentoria, questa indicazione presente in Cronorifugio sembra scaturire da questo periodo di sconvolgimenti globali. Guerre persistenti, disuguaglianze sociali, crisi climatica, migrazioni, unitamente all’avanzata inarrestabile della rivoluzione tecnologica, alimentano e diffondono un senso di precarietà e di perdita di controllo. Affiorano così dal panorama letterario, non solo italiano, testi profetici, visionari e distopici che ci illuminano sul nostro tempo e sulle paure ad esso legate, in continuità con una ricca tradizione narrativa e saggistica
Già Gunther Anders[1] nel 1956 rilevava l’angoscia e “una vergogna prometeica” dell’uomo creatore sopravanzato in maniera crescente e incontrollata dalla tecnica, inerme di fronte al disastro da lui stesso creato. Uno smarrimento con cui stiamo facendo i conti ora con l’intelligenza artificiale piena di lusinghe e di paventati tradimenti.
A distanza di pochi anni da Anders, Stanislaw Lem con il romanzo Solaris[2], poi divenuto un celebre film, individuava un’altra forma di sconfitta e impotenza conoscitiva dell’uomo posto al cospetto di intelligenze aliene.
L’indebolimento del fattore umano a vantaggio di quello artificiale e i limiti invalicabili della conoscenza continuano a determinare una condizione di paura e inadeguatezza che si riflette in tante narrazioni. La perdita di una centralità umana produce uno sbilanciamento delle coscienze, un’identità problematica e sfuggente ben rappresentata nelle frantumazioni del postmoderno. L’inettitudine dei personaggi letterari del modernismo europeo trova nuove declinazioni negli autori contemporanei che si confrontano con un disorientamento individuale e collettivo e una perdita di ancoraggi temporali. Il tempo si complica e si confonde: un futuro minaccioso induce a ripiegamenti nel passato per un’accresciuta sfiducia nelle possibilità di azione nel presente, sia sul piano individuale che politico. Non stupisce che il tema scelto per i sette incontri del Festival Internazionale Letterature di Roma per l’estate 2025 sia “Ritorni”, topos letterario per eccellenza a partire dal ritorno di Ulisse a Itaca dove l’eroe non solo troverà la sua isola e i suoi cari ma dovrà ricostruire se stesso, grazie al riconoscimento del cane Argo e della nutrice Euriclea[3]. Anche nelle storie lette, in questa edizione del Festival, dai vari autori nella loro lingua è quanto mai viva la riflessione sul senso del ritorno, sia esso personale o sociale, a un sé smarginato nel doloroso intreccio di conflitti, migrazioni, esilii che connotano il nostro tempo, tenuto insieme da una memoria che rischia di dissolversi.
Di tale disagio ci parla lo scrittore bulgaro, Georgi Gospodinov, ospite di una di queste serate, affermatosi sulla scena internazionale e finalista nel 2014 al Premio Von Rezzori e al Premio Strega Europeo con Fisica della malinconia[4].
Egli definisce i suoi romanzi “laboratori di idee, conversazioni con il lettore” come certamente avviene nel suo Cronorifugio[5], romanzo-saggio (vincitore del Premio Strega Europeo nel 2021), la cui trama si offre come pretesto per le riflessioni di un io narrante frammentato, a tratti autobiografico, a tratti collettivo e traversale a diverse soggettività. Della necessità di “cronorifugi” si fa portavoce, nel romanzo, l’alter ego del narratore, Gaustin, uno psichiatra che ha ideato una clinica del passato per malati di Alzheimer o, più genericamente, affetti da “malattie del tempo”. Ogni piano dell’edificio rimanda a un decennio del Novecento, ricostruito nella sua precisa atmosfera attraverso arredi, abiti, radio, giornali, musiche, odori per far ritrovare un’identità perduta e superare la paura generata da tale perdita.
In una toccante scena la perdita di sé si fa minaccia esistenziale. Nella clinica del passato anche una partita di calcio diventa il tassello di un mosaico da ricostruire senza che vi sia alcuna certezza che ciò avvenga in una “mente svuotata”. Il protagonista, a distanza di quarant’anni, rivede la partita Olanda-Argentina della finale dei campionati mondiali del 1978 nell’Istituto di Gaustin in cui è ricoverato il padre, l’uomo di ottanta anni che gli è seduto accanto e guarda lo schermo, inespressivo, se non per una minima reazione muscolare: stringe il pugno con la mano destra quando il calciatore olandese sbaglia il rigore e fa perdere l’Olanda, per cui una volta tifavano entrambi. Il figlio sa che dalla mente del padre sono scivolate via non solo quella partita di quarant’anni prima, ma anche le loro stesse identità di padre e figlio. Il vecchio ha perso coscienza di sé, non ha più memoria del figlio, che si chiede, contagiato dallo smarrimento del padre: “Se non sono presente nella sua memoria, esisto davvero?”[6]
Gospodinov, attraverso l’invenzione narrativa di una clinica del passato, rende vivi dei progetti terapeutici europei basati sulla cura ambientale, nati quasi in contemporanea nel primo decennio di questo secolo: in Italia con il Centro diurno Ra.Gi. e in Olanda con “Il villaggio per demenza”, De Hogeweyk, considerato uno dei modelli più avanzati per malati di Alzheimer, che riproduce ambienti e stili di vita dagli anni Cinquanta ai Settanta. Ad esso si ispirerà in seguito “Le village Alzheimer” nel sud della Francia nel 2020.
Una conferma del dramma di queste identità perdute e una forte affinità con l’Istituto inventato nel romanzo di Gospodinov si possono trovare nella recente testimonianza di Domenico Iannacone nel corso di una di quelle sue profonde inchieste sulle vite invisibili degli ultimi. In una puntata di Che ci faccio qui[7] il giornalista è entrato con la sua consueta delicatezza nel Centro Diurno Ra.Gi. di Catanzaro, dove si crea un contatto diretto con i pazienti, anche corporeo, tramite carezze, risvegliando la sensibilità di quell’organo che è il più grande del corpo umano, la pelle. Gli operatori ascoltano i frammenti sparpagliati delle storie e soprattutto i desideri di quelle persone smarrite. È così che una telecamera discreta può seguire una donna spaesata, seduta in attesa di un treno immaginario, nel percorso costruito appositamente per lei per simulare una vera partenza: uno sportello con un finto ferroviere che le vende un finto biglietto, un finto scompartimento di treno con comodi sedili e un televisore con immagini di campagna che scorre come dal finestrino di un treno vero. Iannacone le si siede accanto, le chiede semplicemente se è contenta e lei annuisce con un’espressione felice mentre fissa la campagna che scorre.
Una simile esperienza terapeutica ribalta la valenza negativa dell’Alzheimer quando “qualcuno spegne la luce nelle stanze del tuo stesso corpo”[8]: nel centro diurno di Catanzaro, come nell’immaginaria clinica di Gaustin, i pazienti possono trovare se stessi grazie a un viaggio nel passato capace di risvegliare una sensorialità dormiente.
Nel romanzo, la confortante e illusoria fuga nel passato si estende anche a un rifiuto collettivo di un futuro pericoloso. Scompare l’intento terapeutico e si afferma quello rinunciatario di intere collettività che vogliono ricreare le atmosfere e la vita stessa dei decenni passati. La narrazione prende una svolta visionaria e scivola da una dimensione privata a una pubblica: mentre il paziente affetto da Alzheimer viene aiutato a trovare una serenità perduta tramite un’illusione di cui non ha consapevolezza, vaste collettività apparentemente sane di un’Europa sempre più in crisi, divisa e confusa, decidono di scegliere democraticamente, tramite un immaginario referendum, il decennio più rappresentativo di ideologie rimpiante. Per sfuggire a un futuro minaccioso e incomprensibile, ogni paese europeo vuole rivivere il proprio passato e rifugiarsi in esso, aspirando a ripercorrere la propria immaginata epoca d’oro. Travolto da un entusiasmo autodistruttivo, contribuisce a disegnare una mappa temporale dei passati che rischia di sfociare negli odi e nei conflitti covati sotto le ceneri della Storia. Nessun rigore storico, né alcuna lettura geopolitica delle realtà nazionali e internazionali potranno competere con una mitologia consolatoria e regressiva, dettata da una Kronostalgia, come la definisce lo scrittore, una nostalgia del tempo dagli esiti rischiosi per possibili manipolazioni politiche.
Segue nella parte centrale del romanzo una rassegna dei decenni più desiderati e ampiamente discussi tra ceti sociali e generazioni differenti in ogni singolo paese. In un Novecento segnato da una serie pressoché ininterrotta di morte e distruzioni: due conflitti mondiali, l’influenza spagnola, i vari fascismi, il nazifascismo, la cortina di ferro e le conseguenze disastrose sulle popolazioni europee, le scelte di questo bizzarro referendum convergono prevalentemente sui decenni post ricostruzione. Il racconto vira verso uno stile ironico quando analizza in ordine sparso i diversi punti di vista interni a ciascun paese. Vanno per la maggiore, ad esempio nella Germania Ovest, gli anni Ottanta, seppure con motivazioni diverse: i vecchi per la sensazione di sicurezza e stabilità comunicata dal cancelliere Helmut Kohl, ma i giovani per la Disco Music, Dallas o il film Dirty Dancing. Il Sessantotto viene scartato dai più, a parte sparuti gruppi di “tardi marxisti e di anarchici con reumatismi”[9] per l’esito nefasto negli anni settanta con la Baader Mainhof. Ancora gli Ottanta sono agognati dalla ex DDR per l’ubriacatura di pop e musica Disco, ma anche perché a posteriori si sa già che si approderà al 1989, l’anno che dovrebbe aprire a un futuro nuovo.
In Italia la scelta cade sugli anni Sessanta, un decennio carico di promesse e di entusiasmo per la crescita di un benessere economico, il mito della Dolce Vita, il cinema italiano al centro dell’interesse internazionale, gli embrioni della contestazione giovanile, la piccola rivoluzione dei nuovi cantanti “urlatori” alla ricerca di un nuovo canone musicale.
L’ampia carrellata delle scelte referendarie comprende la maggior parte dei paesi europei e si inserisce come parte integrante della composizione complessa di questo romanzo centrato sul tema della memoria. Da un sentimento di malinconia e sfiducia si impone per l’individuo e per le comunità sociali la necessità del ricordo, per poter esistere e contrastare la paura di scomparire nel nulla. Nasce un impulso costruttivo per dare un senso a se stessi e a un mondo in crisi, seppure per mezzo di illusioni che rendono il passato uno spazio-tempo museale.
La stessa costruzione visionaria di Gospodinov ripiega verso la fine del romanzo su un sentimento di resa alla fragilità umana, minacciata da quei “mostri discreti” che si insinuano nelle coscienze, ferite aperte che nessuna scenografia terapeutica, nessun bunker del passato, nessuna invenzione letteraria possono guarire. La paura di un tempo confuso e ingovernabile sembra placarsi in una nuova illusione, afferma l’autore, “tra gli scaffali di libri” di una biblioteca “per convincermi che il mondo è rilegato e in ordine”[10]. Così le guerre mondiali, la prima, la seconda, quella civile spagnola, quella fredda, diventano tutte inoffensive, rilegate nei “tomi identici di un’enciclopedia […] Tutto prima o poi si tramuta in libri, come diceva Mallermé, nella citazione tanto amata da Borges. La qual cosa, a pensarci bene, non è poi un brutto risultato”[11].
Da un sentimento di malinconia e sfiducia si impone per l’individuo e per le comunità sociali la necessità del ricordo, per poter esistere e contrastare la paura di scomparire nel nulla.
NOTE
[1] Gunther Anders, L’uomo è antiquato. Vol. 1 Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione, Bollati Boringhieri, 2007
[2] Stanislaw Lem, Solaris, Sellerio, 2013
[3] Matteo Nucci e Mauro Bonazzi, Ulisse? Naviga ancora, Farehneit su Radio 3, 30 gennaio 2025
[4] Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia, Voland, 2013
[5] Georgi Gospodinov, Cronorifugio
[6] Ibidem, p. 110
[7] Domenico Iannacone, Che ci faccio qui, stagione 2025, Ricordati di me – cap. I, 20 maggio 2025 su Rai 3
[8] Georgi Gospodinov, Cronorifugio, p. 111
[9] Ibidem, p. 246
[10] Ibidem, p. 297
[11] Ibidem, p. 297






