Cristiana Cimino – Psichiatra e psicoanalista di formazione freudiana e lacaniana, membro della Società Psicoanalitica Italiana (IPA), membro dell’Editorial Board della rivista Vestigia e dell’Istituto Elvio Fachinelli; ha scritto numerosi testi per riviste specializzate e generaliste in varie lingue; è autrice di Il discorso amoroso. Dall’amore della madre al godimento femminile per Manifestolibri (2015) e Tra la vita e la morte. La psicoanalisi scomoda per Manifestolibri (2021).

È da sempre una paura emblematica quella per la diversità, laddove il diverso diventa il nemico da combattere. Freud ci ha mostrato bene quanto questo movimento originario sia parte della nostra strutturazione come soggetti (Die Verneinung): ciò che rifiuto, che sputo non mi piace in quanto estraneo, non riconducibile a me in quanto lo stesso.

La nostra contemporaneità (che non celebra certo l’elogio delle differenze come è stato in altri momenti storici) offre molti di questi “nemici” in una sfilata di varianti: neri, migranti, poveri, musulmani, ebrei, ecc. Tutto si presta alla paura dell’Altro differente. Vediamo sorgere gli identitarismi, illusoria panacea rispetto all’Altro estraneo e temuto. Tuttavia, i soggetti diversi per antonomasia che incutono la paura da cui originano tutte le altre forme di razzismo sono le donne. La violenza macroscopica nella forma dei femminicidi e degli abusi conclamati e quella meno visibile, ordinaria, per così dire, a cui sono sottoposte non è che l’altra faccia della paura degli uomini nei loro confronti. Gli uomini vacillano, orfani di un patriarcato che è in crisi da decenni, ormai sfilacciato e senza nuove strade, almeno per ora, prima che altre siano inventate. Naturalmente ciò sollecita la nostalgia per i tempi andati e il tentativo di ripristinarli. I colpi di coda che un patriarcato morente o già morto e che non si rassegna ad esserlo (e a cercare nuove soluzioni) si esprimono nelle varie forme di violenza. Non che la violenza sulle donne sia una novità, anzi, è antica come il mondo, tuttavia, questa forma di violenza che nasce da un terreno che frana sotto i piedi del maschile mi sembra peculiare dei nostri tempi. L’assetto patriarcale mostra la corda, è spaventato, e reagisce violentemente facendo delle donne il nemico. Naturalmente esistono uomini che, invece, si interrogano sulla loro posizione e sulla possibilità di trovare nuove vie per avere a che fare con sé stessi e con le donne, da analista li vedo nella stanza di consultazione. Talvolta anche fuori.

“Non c’è rapporto sessuale” ha enunciato scandalosamente e enigmaticamente Lacan. Eppure, il senso di questo assioma è semplice: tra uomini e donne non c’è complementarietà come certa retorica sociale e amorosa vorrebbe, c’è invece una profonda dissimmetria dovuta alla loro diversità. In realtà quello che può esserci facilmente è proprio il rapporto sessuale ma l’incontro d’amore è un altro paio di maniche, va inventato volta per volta e momento per momento. Con fatica e con un certo coraggio. In un periodo storico in cui il regime che imponeva posizioni e ruoli prestabiliti a uomini e donne è in disfacimento questo assioma lacaniano è quanto mai attuale perché mostra ciò che l’assetto precedente mimetizzava: uomini e soprattutto donne al “loro posto”, dove ci si aspettava di trovarle, illusoriamente “complementari” agli uomini. Ora che non è più così la differenza femminile è patente: le donne sono veramente l’Alterità assoluta con cui gli uomini (e anche le donne stesse) devono avere a che fare, altro che simmetria. Perché?

Perché esse, se di donne si tratta, incarnano ciò che terrorizza gli uomini (non tutti evidentemente) ossia la mancanza, il loro averci a che fare con una certa disinvoltura, complice il non-avere fallico. Mancanza che segna gli esseri umani dall’inizio della vita attraverso la parola la cui acquisizione richiede la rinuncia a una beatitudine piena, l’uscita da un bozzolo confortevole per avere a che fare con il mondo, con l’Altro. Un guadagno e un prezzo, una libbra di carne da pagare. Mancanza analiticamente sancita dal rapporto al fallo che non è l’organo ma, simbolicamente, il significante della mancanza. Che è un altro modo per dire la castrazione ossia l’assunzione del proprio non-avere, per uomini e donne, che per definizione espone all’imprevisto e soprattutto alla contezza della propria incompletezza, vulnerabilità. Caducità, per usare un termine freudiano. Passaggio non solo non indolore ma perlopiù rigettato dagli esseri umani (anche se parlano) perché il fallo continua illusoriamente, immaginariamente, ad essere un’insegna di potenza e di padronanza, un’attestazione di malintesa virilità. E continua ad essere desiderato, rivendicato anche da quelle donne che gli attribuiscono lo stesso valore degli uomini. Donne che si collocano sul lato maschile.  Quando Freud in Analisi terminabile e interminabile (1937) enuncia l’impossibilità per l’uomo di sottomettersi a un altro uomo e per la donna il penisneid (l’invidia del pene: “l’ho visto e lo voglio”), ossia la roccia invalicabile contro la quale qualsiasi analisi sarebbe destinata a sbattere, individua un punto cardine dello psichismo degli esseri umani. Lacan è stato più ottimista e non solo ha enunciato la possibilità di oltrepassare ciò che fino a quel momento era “angoscia di castrazione” ma ha fatto di questo transito un fine fondamentale della cura.

La così detta angoscia di castrazione non è la favoletta edipica per la quale il bambino teme che il papà lo eviri se non rinuncia all’amore per la mamma, o meglio, è anche questo, ma la sua portata è immensa nell’economia psichica e nel posizionarsi dell’essere umano nel mondo. L’assunzione della propria castrazione, la rinuncia all’avere fallico immaginario (in termini lacaniani) è la possibilità di aprirsi al mondo, all’Altro esotico per definizione, differente. Avendo lasciato andare l’orpello che illusoriamente tutela, garantisce una padronanza di sé e, naturalmente, preclude una reale apertura all’Altro, intanto a quello dell’amore. Ci vuole coraggio, quello di cui gli uomini (ripeto: non tutti) di questi tempi sono carenti perché più dominati dalla paura dell’estraneo, di un femminile ulteriormente differente per via dei cambiamenti storici e sociali che lo hanno riguardato negli ultimi decenni e che gli uomini accusano, alimentando la loro paura e spesso anche il loro odio. Esistono esempi eclatanti di questo fenomeno come quello degli Incel, uomini che si definiscono celibi involontari, molto attivi sul web dove inneggiano alla misoginia incolpando le donne perché, secondo loro, non li vogliono perché non abbastanza belli, di successo, ecc., optando per i così detti maschi alfa. Gruppi come questo propagandano il malessere del mondo maschile attribuendolo ai cambiamenti sociali che vedrebbero le donne in una posizione dominante. La soluzione sarebbe quella di ripristinare un ordine in cui i maschi sono (di nuovo) dominanti, incitati a guadagnare successo e soldi e le donne sottomesse, meri oggetti di conquista. Nei vari forum capita che la violenza sulle donne (“indisciplinate”) venga legittimata e incoraggiata anche se i passaggi ad atti violenti sono scarsi ma non assenti. Si tratta in sostanza di rigurgiti grotteschi di un patriarcato già andato con una certa tinta masochistica espressa dai lamenti e dalle recriminazioni sia verso le donne che verso gli uomini di successo, quelli che le donne possono averle. Fenomeni certo non da sottovalutare che denunciano la paura sia verso le donne che non li vogliono che verso gli uomini, secondo loro, avvantaggiati. E comunque il paradigma proposto è sempre lo stesso: c’è un dominatore e un dominato, possibilmente la donna. In sostanza si tratta di rigurgiti del patriarcato espressi in termini grossolani e molto ingenui ma che rendono sia la paura per le donne, per non il riuscire a conquistarle, a dominarle, che quella per uomini “superiori”, considerati rivali inarrivabili. Analiticamente parlando è il versante della miseria reale in cui questi soggetti si trovano che emerge e si esprime con la paura e con l’odio. L’identità maschile “forte” e data per scontata nell’ambito di un patriarcato che ha dominato per secoli mostra la corda non solo nella paura e nell’avversione per le donne ma anche in quella per gli uomini “di successo”, i conquistatori di donne, fantasma che denuncia l’inconsistenza e il profondo malessere in cui il maschile si trova.

Quello degli Incel è un fenomeno estremo per quanto dilagante: uno studio pone l’Italia al quarto posto in Europa rispetto alle attività di questo gruppo. Dovrebbe far riflettere.

Come enunciava Freud “donne si diventa”, contrariamente a ciò che accade agli uomini per i quali la strada è psichicamente più tracciata, almeno finora. Egli vuole sottolineare le peripezie che il femminile deve attraversare per diventare tale: il legame pre-edipico “catastrofico” alla madre da superare (e non è detto che sia possibile) per rivolgere l’investimento sul padre, la nebulosità dell’edipo femminile, il doversi accontentare di un Ersatz del fallo (che le donne non si rassegnerebbero a non possedere in qualche modo) nella forma del bambino, perché la donna freudiana è una madre. Molto ci sarebbe da dire su questo ma, come ha ribadito Simone De Beauvoir molti anni dopo, veramente donne si diventa, il loro costituirsi come soggetti passa per l’invenzione e la contingenza, ancora di più in questi tempi in cui le donne sfuggono sempre più a posizioni prestabilite (per esempio l’essere madri che non è più un destino ma una scelta, analiticamente parlando diremmo un desiderio) disorientando quegli uomini che vorrebbero riportarle laddove sono abituati a trovarle. Tuttavia, alla luce dei cambiamenti storici e sociali e la crisi dell’ordine Simbolico in cui ci muoviamo, ossia l’assetto che finora ha costituito i soggetti e i loro legami/discorsi che da tempo vacilla e dico poco, e di cui è un esempio patente la crisi della funzione paterna, anche la strada per diventare uomini è sempre meno chiaramente tracciata. Anche per questo gli uomini sono spaventati: il vecchio ordine non li garantisce più e soprattutto non garantisce i rapporti con le donne, non più così prestabiliti.

Potrebbe essere un’occasione e ormai sta diventando una necessità anche per loro “diventare uomini”, inventare nuovi modi di avere a che fare con se stessi e con le donne, oltre il dominio, la violenza, la paura.

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