LA PAURA DELLA VITA

N. 2 -

Anno 2025

Le emozioni, come dice Damasio, sono «il prodotto più intelligente del valore biologico». Il termine latino per “intelligenza” rimanda a intus legere, leggere dentro, potremmo dire cogliere il senso delle cose. Tenendo conto che normalmente “dentro” vi è una molteplicità di cose differenti da distinguere, essere intelligenti significa riuscire a compiere le distinzioni opportune. L’intelligenza (ce ne siamo occupati nell’articolo “L’intelligenza (im)perfetta”) nasce dall’insieme dei sensi, sgorga dal sentire, dal corpo. Chi vive sente e sentire è la condizione per poter elaborare informazioni, per poter vivere. Essere vivente significa percepire i segnali del mondo circostante e decifrarli, capirne il significato vitale e tradurlo in messaggi per la sopravvivenza. Quando i messaggi elaborati portano come risultato una previsione negativa, si ha paura. La paura ha una funzione costitutiva fondamentale in quanto mostra tanto il nostro bisogno essenziale di sicurezza quanto quello altrettanto vitale di creare legami, di non restare isolati.

La paura costituisce il genere umano a tal punto che si potrebbe dire: «dimmi che paura hai e ti dirò chi sei»; oppure, allo stesso modo: «dimmi che paura hai e ti dirò in che epoca vivi». Già perché ogni epoca ha la sua paura: come l’età moderna ha paura della morte che ciascun individuo può procurare all’altro (parola di Hobbes, che ha definito la paura come «l’unica passione della mia vita»), così l’età postmoderna ha paura della fine della specie umana e del mondo terrestre così come lo abbiamo conosciuto.

Quante volte viene ripetuto che ci troviamo faccia a faccia con scenari apocalittici[1]. L’angoscia di una fine del mondo si aggira come uno spettro. Non riconosciamo più il mondo che abitiamo e, incapaci di leggerlo, improvvisamente ci appare spaventoso. Se una parte dell’opinione pubblica teme con terrore di scivolare verso l’apocalisse nucleare o ecologica, un’altra, non riuscendo a reggere il peso dei disastri, e per non affrontare la propria impotenza, rimuove i problemi e si autoconvince che tornerà presto la dolce routine di sempre. Entrambi effetti di uno choc prodotto dall’aver creduto nella “fine della storia” e di essere approdati finalmente nel migliore dei mondi possibili (questo vale, in particolare per chi, come noi europei, ha vissuto nei cortili degli statunitensi), definito dalla superiorità morale ed economica dell’uomo occidentale. Visione di un’esistenza virtuale in un mondo tranquillo, di una sorta di “metaverso della storia” di chi legge il mondo essenzialmente secondo il codice economicistico[2]. Per cui quando si agisce lo si fa, utilitaristicamente, solo per la sicurezza personale, per avere una vita placida, comoda. Emblematica in questo senso la popolazione italiana, tra le più vecchie al mondo, che comunica di sognare la pace incondizionata, senza indagare a quale costo, a danno di chi, su quali confini, con quali vincitori e vinti. Anche un fatto naturale di ogni epoca come lo scontro tra potenze diventa qualcosa di incredibile per chi aveva pensato ultima la propria epoca.

Forse è proprio questo ciò di cui aver paura. Urge un ritorno alla realtà. Ci sono buoni motivi per provare paura: siamo già in guerra, ci stiamo invecchiando, vediamo il mondo intorno a noi e il futuro stesso come una minaccia. Le giovani generazioni subiranno un destino di cui saranno state solo comparse.

Di cosa dovrebbe avere massima cura una comunità retta da ragione se non della propria forza e della propria durata?
E cosa la garantisce se non le nuove generazioni attrezzate in tutti i sensi ad affrontare anche l’imprevedibile?
Invece quello che vediamo all’opera è un sistema gerontocratico che, dopo aver abbandonato quella dei grandi leader del passato, non ha più una strategia per affrontare i problemi della politica e dell’economia. Oltretutto, con un sistema educativo ridotto a mera trasmissione di saperi, che informa senza cercare di trarre fuori dai giovani la potenza che è già in loro (secondo il senso profondo del termine “educare”). C’è un’idea conservativa della vita che è mortifera. Abbiamo vissuto dentro una bolla, dentro una promessa di felicità che si è rivelata una illusione. Continuiamo ad affidarci a Mamma America, tra parassitismo e terrore di una rappresaglia washingtoniana, dimenticando che senza una relazione vitale con l’Oriente, il nostro Oriente, noi europei (in particolare noi italiani) non potremo mai essere una potenza politica globale, né dal punto di vista demografico, né per le risorse energetiche disponibili, né sotto il profilo economico, produttivo e tecnologico.

Eppure, nonostante ci siano tante ragioni di aver paura, sembriamo addormentati o piuttosto disincantati rispetto a preoccupazioni che rimangono in uno stato latente, come se quello che succede non ci riguardasse veramente. Ci si penserà quando questi problemi avranno un carattere di innegabile tragica urgenza. Il problema è che la paura ci fa paura. Innanzitutto la fuggiamo, e comunque ci rifiutiamo di indagarne le pieghe, perché neghiamo di patirne i brividi. Ammettere di aver paura significherebbe dimostrarsi perdenti, impotenti. E poi si sa, la cura del proprio interesse unita all’arte di arrangiarsi è il nostro carattere nazionale.

D’altro canto la paura, come è noto, si dice in molti modi (timore, ansia, angoscia, terrore, spavento, panico), che servono a distinguere lo stato d’animo dalla manifestazione esteriore. Quando prende la piega dell’angoscia o del terrore, se non del panico, la paura non indica propriamente un pericolo, e in ogni caso non ci aiuta a evitarlo. Questo perché si tratta di segnali senza un oggetto adeguato o addirittura del tutto senza oggetto. Campanelli di allarme il cui suono blocca il pensiero e l’azione. Sono emozioni che “stringono”, che soffocano ogni ampiezza, che restringono il campo visivo. Chi prova angoscia si sente spinto in una strettoia che ostruisce il futuro, rende inaccessibile il possibile, il nuovo. La vita si atrofizza. Con essa si fa strada uno stato d’animo depressivo in cui si perde l’orizzonte della sensatezza, della speranza[3]. «Di questo suo bloccarci e toglierci l’intelletto, che ho più paura, più della paura stessa», dice Montaigne.

È raro assistere a quelle espressioni di timore che possono aiutarci a comprendere cosa sta succedendo e che può farci affrontare i rischi e i pericoli consapevolmente. Più ancora che l’angoscia che terrorizza, sembra prevalere un’o stato di incertezza e di incostanza mal tollerate, quella condizione di grigia tristezza, camuffata da un tono emotivo per lo più maniacale, di chi non sa più far tornare i propri conti e mettere a profitto le risorse che crede di avere. Una paura che sembra aver smarrito il proprio legame con la speranza, anche se è lontana dal diventare disperazione[4].

Dobbiamo allora pensare che la paura sia il prodotto di un sentimento di assoluta impotenza ad affrontare le crisi?
O quale paura potrebbe spaventarci al punto da minacciare il nostro cinismo nazionale o la nostra illusione di volerci credere ancora al centro del mondo? Di quale paura occorre (o non occorre) avere paura?

Nella nostra cultura la nozione di “paura” appartiene al mondo delle passioni che rimandano ad una condizione di instabilità e di incertezza, contrapposta al concetto di “responsabilità” in quanto prodotto dell’elaborazione razionale e garanzia di stabilità e certezza. Mentre la prima è un’emozione che subiamo e che produce reazioni incontrollabili, la seconda esprime un giudizio che noi stessi elaboriamo e governiamo.

L’opinione pubblica oggi sembra non avere alcun rapporto con quel timore che spinge all’osservazione, che sa rendere attenti, capaci di affrontare seriamente e con scrupolo i pericoli del momento. Una paura che può essere un’ottima consigliera a patto però che sia ragionevole. Non la paura che ti fa semplicemente fuggire. In fondo è l’intelligenza depositata nel nostro cervello a farcela provare, e quindi sarà sempre e solo l’intelligenza che potrà capirla, analizzarla, riconoscerla, giudicarla e rilanciarla. Allora c’è la possibilità che la paura si declini con sinonimi quali presentimento, sospetto, apprensione, inquietudine, preoccupazione.

La tesi di quest’articolo è che nelle condizioni contemporanee avere paura sia un dovere morale. Dobbiamo avere paura. É importante che l’uomo e la donna di oggi provino timori connessi alla conoscenza reale dei problemi. Una paura che può essere feconda di idee e iniziative, capace di suscitare dubbi, una ragionevole inquietudine, e di approdare ad un realismo politico in grado di rilanciare speranze non illusorie. Una paura che consenta di liberarci tanto del diniego degli aspetti della realtà da temere quanto di quelle forme di paura che non ci fanno fare un buon esame di realtà, per consentire a questa emozione di attivare pensiero e aprire alla speranza.

Il tipo di paura che proviamo e il modo di intenderla ci dice dunque in che epoca viviamo. Hans Jonas è un pensatore prezioso in questo senso perché è tra i primi filosofi ad aver riconosciuto i timori che stiamo vivendo ancora oggi, ovvero la paura che serpeggia nella coscienza collettiva di quello che, a questo punto, chiamerei «il secolo lungo»[5] dei timori suscitati dallo sviluppo tecnoscientifico. Una paura confermata oggi dalla progressiva sensazione di una perdita di futuro. A distanza di un secolo, con lo sviluppo selvaggio della tecnologia e la deregolamentazione della sfera economico-finanziaria, la vita della specie umana e della biosfera diventano a maggior ragione un imperativo primario. Come allora, sentiamo l’urgenza di fare del futuro il nostro problema centrale, tenendo fede ad un concetto integro di umanità, non depauperato della sua dimensione emotiva, e in particolare di un sano timore.

Piuttosto che intendere la paura come un’impressione immediata legata ad uno stato psicofisico, già Jonas la descriveva come un concetto da riformulare sulla base dei mutamenti radicali che avevano investito l’agire umano. Questi riguardano il muovo potere di scienza e tecnologia (associate oggi al cosiddetto capitalismo tecno-nichilistico), il cui uso illimitato compromette le condizioni della vita umana sulla terra e la stessa idea di umanità. Dobbiamo imparare ad avere paura delle concrete possibilità che un uso sconsiderato del nostro potere comporta. L’intuizione per noi preziosa di Jonas è stata di associare alla paura il significato di euristica, il valore di apprendimento e di scoperta offerta all’uomo dall’esercizio consapevole e controllato di questa emozione. In altri termini, la paura è un dovere che consiste in una forma di apprendimento. Fare riferimento a questa emozione è cruciale perché la paura spesso ci coglie di fronte ad una situazione inattesa e nuova, in cui non abbiamo il controllo degli eventi. Le emozioni non sono neutrali rispetto al valore, ma mostrano, al di fuori di ogni metodologia razionalistica, significati e priorità essenziali per le nostre vite.  

Dobbiamo costruire una paura ragionevole, connessa al valore di ciò che viene messo a rischio, che ci permetta di esprimere un giudizio valutativo sull’oggetto che suscita il nostro sentire. C’è un potere cognitivo delle emozioni da riscoprire e da porre al servizio dei principi etici. Prioritario è tornare a sentire gli eventi con una certa intensità, fuori dall’anestetica di un mondo da fine della storia. Solo se riusciamo a contattare i nostri timori, derivanti dalla minaccia di un male reale, possiamo capire in quale direzione orientare i nostri sforzi. In questi ultimi decenni noi europei (e a maggior ragione per noi italiani) abbiamo perso il contatto con la realtà, la misura della reale minaccia, per cui non siamo neanche in grado di risponderne. Il discorso oggi non riguarda solo il pericolo derivante dalle innovazioni tecnologiche che possono portare ai disastri ecologici, o la volontà di potenza mostrata dagli imperi risorgenti o dalle potenze emergenti. C’è anche la difficoltà di capire il mondo che cresce intorno a noi per un eccesso di eurocentrismo, la tendenza al continuo invecchiamento di una popolazione dedita al solo mantenimento di beni sempre più precari, e il fatto di ritrovarci completamente dipendenti da Mamma America, tra parassitismo e spavento, assuefatti evidentemente alla distruzione pur di mantenere gli antichi privilegi. 

I veri pericoli sono quelli impercettibili, che attengono agli esiti imprevisti di un mondo che crediamo ancora fatto a nostra immagine. Per questo è necessario sviluppare nuove forme di conoscenza, ben esemplificate dalla euristica della paura, il cui compito è di mostrare il pericolo crescente, rappresentando il male da cui deriverebbe la minaccia. Con tutta evidenza, si tratta di uno strumento di ricerca che permette di scoprire, attraverso la minaccia di uno stravolgimento dell’identità umana, il bene da salvaguardare. Accanto alla riflessione razionale, la paura rappresenta una via di accesso privilegiata e immediata alla scoperta del valore dell’umanità, come dovere di preservarne e garantirne le condizioni di vita.

La riflessione di Jonas può entrare in risonanza con il nostro tempo perché il filosofo attribuisce nuovi significati ai termini “paura” e “responsabilità”, ridefiniti in una cornice di senso dominata proprio dalla incessante incertezza. Da una parte, la paura perde il suo significato di timore patologico e irrazionale e assume quello di «timore appropriato» che induce alla prudenza e, insieme, alla mobilità dell’azione; dall’altra, la responsabilità perde il suo carattere retrospettivo e, per così dire, sanzionatorio, per ridefinirsi come il dovere di affrontare l’incertezza per salvaguardare il destino delle generazioni future. Tra i due concetti si istituisce così una circolarità feconda. Oltre ad essere la forza positiva che induce all’azione, la paura diviene la condizione conoscitiva dell’oggetto della nostra responsabilità, ciò che spinge ad interrogarci sul significato di umanità e sulle condizioni di vita buona e giusta che noi vorremmo realizzare per l’intera umanità. In questo modo la paura può configurarsi come un sentimento capace di plasmare la stessa responsabilità, determinando il “chi” o il “cosa” verso cui saremmo responsabili.    

La paura proiettata nel futuro non è in rapporto con un male diretto, immediato, quanto con la sua rappresentazione. Più che di una paura spontanea, si tratterebbe di «un timore di genere intellettuale» (Jonas), tutto da costruire, un timore che deve essere provocato. Interessante che Jonas impieghi il verbo «essere» quando si riferisce alla paura come un’emozione che nasce spontaneamente, e il verbo «dovere» con riferimento al timore intellettuale. La prima è una reazione immediata e irriflessa, avvertita di fronte ad un pericolo personale; il secondo, anche se non ci riguarda direttamente perché non intacca la nostra sicurezza (l’esempio è quello del destino del nostro pianeta e delle generazioni future), «deve» poter influire su di noi esattamente come se fosse un’emozione.

Abbiamo già parlato della differenza tra emozione e sentimento. Mentre le emozioni derivano della nostra natura biologica, i sentimenti sono molto più complessi e richiedono una forma di elaborazione culturale, perché presuppongono la capacità di giudicare conformemente ad una serie di principi, come quelli appunto relativi alla continuazione della vita (il bene delle generazioni future). La paura associata al sentimento non cessa, ma si pone come un vincolo etico che accompagna le scelte politiche.

Per definire la paura Jonas predilige l’uso del termine furcht rispetto al termine angst (che si traduce con ansia o angoscia). Mentre l’angoscia esprime l’isolamento del soggetto e il suo spaesamento di fronte al Nulla, la paura si origina piuttosto rispetto a qualcosa di determinato, esprime un valore legato ad un oggetto il cui destino è divenuto incerto, insicuro. Per descrivere questo genere di paura il riferimento imprescindibile è Hobbes, il filosofo che più di ogni altro ha scoperto il potere non solo reale ma innanzitutto concettuale della paura, edificando su questa passione l’intero ordine politico e la sua conservazione. In Hobbes, la paura è un’emozione universale che accompagna l’uomo lungo tutto l’arco della sua esistenza ed assume funzioni differenti: nello stato di natura la paura di venire privati della vita spinge gli individui a stipulare un patto di sottomissione alla volontà sovrana, mentre nella società civile è la paura delle leggi dello Stato ciò che ne garantisce la conservazione. Avere paura non significa semplicemente essere terrorizzati, ma rappresentarsi un male futuro. Sua espressione non è necessariamente la fuga, ma uno stato di allerta che spinge ad agire con prudenza. È la paura a far sì che gli uomini si adoperino per eliminarla agendo sulla causa che l’ha generata. La paura genera l’azione mirata e consapevole per mettersi al sicuro, talvolta anche affrontando il pericolo. Che il «conservare la vita» sia il bene primario è confermato dalla ragione, mentre che il fatto che la morte sia il male primario da evitare è confermato dalla passione della paura. E poiché questa è più forte della ragione, l’uomo non si curerebbe di conservare la vita come il bene primario e più urgente se a ciò non fosse costretto dalla passione della paura. 

Nell’antropologia di Hobbes la paura nasce dall’alienazione dell’uomo dal mondo, da un estraniamento generato dall’impossibilità di conoscere le cause degli eventi e poterle prevedere. L’uomo può avere infatti conoscenza solo di ciò di cui egli stesso è causa, ed il mondo gli appare come un insieme di forze che non può controllare né conoscere, al cui potere l’individuo resta esposto. È questa radicale incertezza a generare la paura originaria dell’ignoto, una paura indeterminata e senza oggetto. Per superare questa paura originaria, derivante da una costante insicurezza, che paralizza l’individuo e ne indebolisce le azioni, Hobbes rafforza e dà valore alla paura come minaccia da parte degli altri uomini di procurare all’individuo la morte. A differenza di quella originaria, questa forma di paura è produttiva di effetti positivi, perché permette di esercitare una forma di controllo sulla realtà, prevedendo i mezzi per ridurre l’insicurezza, organizzando un ordine sociale come effetto diretto del loro agire. È infatti il timore reciproco, scrive Hobbes, che crea società grandi e durevoli.

A partire, dunque, da uno stato di insicurezza derivante dall’impossibilità di controllare gli eventi e di essere costantemente esposto ad essi, la paura in Hobbes assume forme diverse: un timore nei confronti di potenze ignote e invisibili; una paura naturale, descritta nello stato di natura, come il continuo timore di una morte violenta; e infine, una paura politica, derivante dal timore delle pene inflitte dal sovrano. Si tratta fondamentalmente di una paura per così dire “egoista”, che si esprime nel timore dell’individuo di perdere la propria vita o quella dei suoi cari, causata dalla rappresentazione di un male futuro che l’individuo conosce o per esperienza diretta o per esperienze analoghe. Questo sentimento negativo non può essere eliminato, ma deve essere circoscritto e ridotto il più possibile.

La nozione di paura che ci propone Jonas ha, invece, un carattere più “altruista”. Il suo oggetto è il destino dell’umanità futura, un timore intellettuale, estraneo alla nostra esperienza storica e biologica, che nasce della rappresentazione di un male futuro che noi non conosciamo. Questa forma di paura rappresenta sia un bene sia un dovere, per cui non dobbiamo cercare di eliminarla o ridurla (un po’come in Hobbes), ma di coltivarla, di operare attivamente per «lasciarci influenzare dal benessere e dalla sventura, soltanto immaginate, delle generazioni future».

Qui si potrà obiettare che mentre la paura derivante da una minaccia presente, reale, ha un’indubbia capacità euristica, quella derivante da una minaccia virtuale non può che si rivelarsi inefficace. Come può, infatti, una minaccia soltanto immaginata essere oggetto di seria considerazione? Si può pensare che la logica euristica della paura possa sortire effetti pratici solo se la minaccia è configurabile nei limiti della nostra esperienza reale. Quando, infatti, il rischio è remoto e non viene percepito come un pericolo presente, le persone si rifiutano di prenderlo in considerazione. C’è una sorta di “strategia del diniego” che gli individui mettono in atto per evitare ogni forma di coinvolgimento emotivo e attivo, mettendo a rischio la stessa conservazione dell’umanità. Questa forma di paura non sembrerebbe in grado di sostenere un principio di responsabilità sufficientemente forte da riuscire ad arrestare le azioni distruttive, che minacciano il destino futuro dell’uomo. 

Il punto è che l’uomo di quest’ultimo secolo si trova a fronteggiare una situazione del tutto nuova rispetto al suo profilo evolutivo. Per questo egli appare come un «analfabeta emotivo» (G. Anders), incapace di costruire dei principi che travalichino i suoi confini percettivi. I suoi strumenti etici sono inadatti per la nuova dimensione temporale e spaziale del suo agire. Per questo motivo ci dice Jonas occorre un impiego razionale della paura, mostrando così il ruolo fondante delle emozioni per una proposta etica. E se questo appare debole occorre tener conto del fatto che la nuova etica non può più aspirare come quelle tradizionali al summum bonum, ma deve porsi obiettivi più modesti e realistici, come quello di prevenire il summum malum, offrendo adeguate soluzioni. Piuttosto che veicolare pessimismo e rassegnazione, l’euristica della paura, come ricerca dei principi che dovranno orientare le azioni future, sostiene il cammino prudente della conoscenza, rappresenta i valori cui, in ogni ambito dell’agire, la collettività deve richiamarsi, per valutare le conseguenze delle proprie azioni.

Naturalmente la rappresentazione di scenari futuri ha un ampio margine di incertezza, e questo può indurre a pensare che c’è sempre ancora tempo per vedere come evolvono le cose, con la conseguenza di restare inattivi finché forse sarà troppo tardi. Ma proprio quella incertezza che minaccia di paralizzare l’azione etica per la responsabilità sul futuro deve diventare operante come principio pratico. Nella valutazione delle conseguenze delle azioni si deve prestare più ascolto alla profezia di sventura che non a quella di salvezza (Jonas). Questa condizione di incertezza, che nel linguaggio ordinario significa esitazione, insicurezza e dunque paura in senso negativo, diventa quell’elemento del processo di conoscenza che determina una nuova consapevolezza in merito alla politicità delle scelte. Mentre l’incertezza in Hobbes rimanda ad un universo che si presenta caotico, oggi l’incertezza può essere attribuita alla potenza dell’azione umana sfuggita al controllo degli scopi, che deve essere regolamentata. Se in Hobbes l’ordine politico è la risposta all’incertezza, nel mondo contemporaneo è la stessa azione dell’impresa tecnoscientifica ed economico-finanziaria a produrre un’inedita incertezza. La paura dovuta all’incertezza, quindi, non è uno stato da superare, ma un elemento permanente della pianificazione delle azioni, funzionale alla ricerca delle soluzioni al problema della imprevedibilità dei loro effetti. In questa prospettiva la paura non è un male ma un bene che deve essere coltivato come un appropriato timore cui fare affidamento.

Il problema da fronteggiare oggi è quello di un mondo che sembra privo di un’appropriata paura, che ha scelto di affidare alla tecnoscienza e non all’etica il compito di far fronte all’incertezza. Avere un appropriato timore si riferisce al fatto di aver sviluppato innanzitutto un sentimento adeguato alla consapevolezza del pericolo e alle proporzioni assunte da questo, e non rimanere alla mercé di un clima emergenziale dettato dalle emozioni. La mancanza di consapevolezza e di paura deve diventare oggetto di preoccupazione nella misura in cui appare come una inconsapevole e illusoria consegna dell’agire al fare (in senso arendtiano[6]). Lo sviluppo di un sentimento adeguato impone uno sforzo collettivo di elaborazione restituendo all’etica il suo ruolo di guida delle azioni umane. Alla paura non si devono assegnare i caratteri dell’emozione che blocca l’azione e getta l’individuo in uno stato di incapacità, quanto, al contrario, di una paura che mobilita l’azione, che spinge alla ricerca di soluzioni. Una paura mobilizzatrice che renda criticamente attivi, non dominata dall’egoismo (come in Hobbes), ma improntata da sentimenti che permettano di costruire legami affettivi, da una responsabilità intesa come cura della vita e per questo orientata alle generazioni future.     

Da qui il titolo «La paura della vita», in senso soggettivo e oggettivo.
C’è una paura appartenente in quanto tale alla vita, come fatto vitale, costruttivo, come pratica gioiosa di realismo. Il V libro della “Gaia scienza” si intitola Noi senza paura, e propone ai figli «precoci dell’avvenire», «ai buoni europei», il coraggio di uscire dalla «piccola politica» delle nazioni in lotta per il primato, per darsi il nuovo scopo della «grande salute». Occorre contrastare la paura (egoista) come strategia mirata alla normalità, all’esclusione del pericolo, alla pura conservazione della vita, che si è rivelata dopo decenni di sudditanza assoluta alle politiche statunitensi, più violenta della «potenza senza paura dell’individuo sovrano» (direbbe Nietzsche), per restituire valore ad una potenza associata ad una paura responsabile. Occorre però avere paura anche della potenza della vita in quanto tale, della pura potenza che vuole se stessa (ciò che in psicoanalisi è definito con l’espressione “pulsione di morte”), non tenendo conto dei limiti essenziali al buon vivere. Sebbene la paura sia genericamente segno di impotenza (Spinoza), tuttavia potrebbe da essa generarsi un movimento costruttivo.

Contro la malattia mortale dell’assenza di un’adeguata paura del futuro, occorre pensare che il futuro è già qui. Se i “padri” fossero sollecitati ad una considerazione autocritica dei disastri commessi, e i “figli” volessero davvero prendere in mano il proprio destino, responsabilmente, senza versare lacrime sul passato, o continuare ad esigere da chi nulla è più in grado di dare, allora la paura oggi potrebbe rappresentare la cruna dell’ago attraverso cui provare a formare l’idea di un essere federati insieme di fronte ai pericoli comuni, In caso contrario, proprio dalla paura potrebbe venire il colpo mortale.

NOTE

[1] Deregolamentazione di un’economia dominata da una speculazione finanziaria scatenata, la questione demografica divenuta, almeno in Europa, e in particolare in Italia, un fattore drammatico, moltiplicazione delle armi nucleari, lo scatenarsi di fanatismi, l’idea della guerra come soluzione dei conflitti, il declino della funzione delle organizzazioni intergovernative, degrado accelerato della biosfera, perdita di fiducia nella politica come capacità di attuare reali politiche per il futuro. La situazione è così complessa che la politica non riesce a fare di meglio che nascondere il suo disorientamento ostentando una parvenza di ordine e controllo, oppure bombardando l’opinione pubblica di notizie contraddittorie, di dichiarazioni che si alternano a smentite, segnali che gettano nella confusione i cittadini, spinti a sostenere posizioni polarizzate da una politica che di fatto fa tutt’uno con la propaganda.

[2] In realtà, le società, ci ricorda Castoriadis, non possono fare a meno di strutturarsi in orizzonti immaginario, dove si definiscono le identità di un popolo. Si pensi all’immaginario della “nazione”; una mistificazione per così dire, che rischia però di rivelarsi molto più forte storicamente di tutte le forze “reali” (economiche). La dimensione dell’immaginario è di assoluta rilevanza, perché è quella nella quale si definisce chi autenticamente siamo, quali sono i nostri modelli di uomo, di donna, di vita riuscita, cosa ha valore, cosa merita di essere ammirato. La vita è una dimensione differente dall’utilitarismo proposto come nobiltà (niente di più senescente). Certo, se decisiva è la dimensione immaginaria, qui troviamo anche la vita terrificante dove regnano sentimenti e passioni non padroneggiabili (“negativi”), come la volontà di potenza della politica degli imperi, la brama del potere, la volontà di sottomettere l’altro per il piacere di specchiarsi nella propria potenza.

[3] La situazione emotiva dell’angoscia in realtà è molto più complessa, al punto che tanto in psicoanalisi che in filosofia, essa è considerata la forma di paura più profonda, quella che ha un rapporto più stretto con la verità ontologico-esistenziale del soggetto. Proprio il fatto che l’angoscia non abbia a che fare con qualcosa di determinato, che non si riferisca a nulla di preciso, che la rende una esperienza affettiva fondamentale. Nell’esistenzialismo l’angoscia designa lo stato emotivo dell’esistenza umana, che non è una realtà ma una possibilità. L’uomo diventa ciò che è in base alle scelte che compie e alle possibilità che realizza (possibilità-che-sì e possibilità-che-no), per cui è sempre esposto alla nullità possibile, e quindi alla minaccia del nulla. In questo senso, l’angoscia ha il merito di disvelare ciò che la scena del mondo tende invece a mantenere coperto. Nell’angoscia il reale irrompe e scompagina il quadro stabile e rassicurante della realtà (la realtà intesa come difesa fondamentale dal carattere senza senso del reale). In questo testo non seguo questa prospettiva, richiamandomi piuttosto al carattere politico della paura.

[4] Ad ogni modo sembrano assenti sia la malinconia, la quale, contrariamente alla grigia tristezza, potrebbe essere fecondo grembo della immaginazione, sia la possibilità di disperarci perché la disperazione è di chi riconosce il proprio fallimento e non dell’egoista dubbioso e incostante.

[5] Visto il risveglio dei grandi imperi, il richiamo, seppur in modo oppositivo, è alla nota tesi di Hobsbawm che aveva definito il Novecento «il secolo breve», cominciato con la prima guerra mondiale e terminato a suo parere nel 1989 con la caduta dell’Unione Sovietica)

[6] Arendt critica la modernità perché tende a ridurre l’agire al fare, a considerare l’azione come un mero mezzo per raggiungere determinati scopi (come la produzione di beni per la soddisfazione dei bisogni materiali), perdendo in questo modo la dimensione politica e liberatoria dell’agire, fondamentale per la vita in comune.  

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