“3 poesie”

N. 1 -

Anno 2026

Giacomo Guidetti è nato a Napoli il 18 giugno 1946, vive a Milano.

Domande

Quanto va il prodotto lordo
tanto va la gatta al lardo,
ma chi resta il miglior sordo?

Chi s’arrisica di bere,
chi si rosica le bare,
ma a chi va formaggio e pere?

Tra chi pratica lo zoppo
e chi ha per etica la zuppa,
cosa stroppia chi vuol troppo?

E chi spezza la sua lancia
per chi aizza chi lo lincia,
a chi porge l’altra guancia?

Certo, il mondo è fatto tondo:
se stremando va mutando,
quale forma assume il fondo?

Se si cantano altre messe,
se si contano altre mosse,
quant’è il tasso d’interesse?

La salute tener cara!
Prevenire è miglior cura!
Chi più vince quando impara?

C’è chi vede e poi provvede,
chi si loda e poi s’imbroda;
ma c’è ancora chi ci crede?

Il mattino ha l’oro in bocca:
pur se il tono ci lambicca,
c’è una frase ch’è più sciocca?

Idillio

Poi si chiusero al ricordo le voci
dietro gli usci sprangati alla ragione
con pattumi e rottami a pronome di opulenza
incollati da frattaglie e trigliceridi.

E si esclusero col metro dell’indifferenza
tra sterpaglie e fogliami di effemeridi
in legumi sigillati come gusci di noci
gli iniziati all’accordo di astensione.

Nei giardini incantati delle Esperidi
fra rami di vetro e chincaglie di cristallo
protetti dalle chiome dell’affiliazione
con gli usi esclusivi e i costumi prestigiosi

travestiti da capitani coraggiosi
legittimati al sopravanzo dalla sequenza temporale
per diritto dei soprusi e per comma del metallo
i cadetti imperativi amplificavano i confini

animosi nella parvenza del romanzo
rincretiniti nell’imballo della somma geniale
preclusi i domani nei mattini privati
avallavano il profitto degli eletti ai genitivi.

Gavotta in A

A tro-
varsi riverente o (per grazia ricevuta) anche un
po’ riconoscente verso un mondo traforato su altri
sfondi insinuati nello strato trasparente d’un pen-
siero comandato, tra le fasce delle offese e le pre-
tese (mai eccessive) di aspirante post-borghese con un
tot di euro al mese e il futuro più raggiante, colo-
rato bianco e rosa come il volto della sposa nella
favola a emozione, e la tavola già pronta per la
prima colazione.

A mo-
strarsi conciliante con l’ausilio sostanzioso d’un pen-
siero consonante che separi dai rancori e pre-
servi dai rimorsi nel prospetto seducente dell’in-
contro di altri amori, mascherando quei trascorsi che ali-
mentano il sospetto (increscioso, imbarazzante) come
macchie di rossetto al cospetto dell’amante, riasset-
tando le speranze, retrocesse ad illusioni, rico-
perte un po’ per volta da illazioni concordate, rifor-
mate in petizioni (tutt’al più in rimostranze).

A sco-
prirsi nuovamente poi, nei giorni di solstizio, quando il
sole cambia rotta sulla linea d’orizzonte, sotto il
manto refrattario perso il pelo resta il vizio e (insi-
dioso, impertinente) un contrario che boicotta il giu-
dizio pretenzioso, rammentando che il presente non con-
cede più rimborsi e alla fine della conta, nell’at-
tesa noncurante, non ci vuole più di tanto a sen-
tirsi un deficiente.

Ultimi articoli

L’Anemone d’oro

“Ma devi proprio andare?” domandò la moglie lamentosa. Ennio indossò giacca e basco. Si guardò allo specchio: il naso imponente

Read More »