“Poesie”

Come possiamo riprometterci umani?

Una geniale cecità in groppa a droni
mescola Reality, torti e ragioni
statistiche di cadaveri, merletti e rossetti,
bandiere e croci. Nei cimiteri
orrori ed errori, benedetti e assolti.
Sangue lascivo scivola intanto
su crolli, detriti, volti, gambe, mani

con fabbriche di armi da cornice
a bocche spalancate di case, accampamenti,
fragili ossa di bimbi e bimbe e un alfabeto
che fa fatica a domandare: ma come possiamo
riprometterci umani?


(Inedito)

Tutto è in un caos momentaneamente
eterno, il rosicchiare delle menti
quel torpore che accorcia le distanze
tra l’alba e il sonno e spezza
ogni remota speranza

di stare dentro al sogno
come uccello fuori dalla gabbia

Quel lamento da conchiglia
strappata al mare sa del taglio e del sangue
che accorcia il tempo dei tempi, sa anche
le sbavature e le derive le indicano
quanto di umano vi è stato cancellato

poggiata sull’erba, estranea sagoma
in attesa di proiettili calibrati
restituisce i consigli, smette
di dirci della nostra vita

Forse sarà domani, forse quel disincantato ieri
a contare resti sulle colline,
crani, mani, aromi; tutto il disfatto
arrotolato sotto l’impero truce dell’umano
saprà modellare anche lentezza di lumaca

e appare sorpresa amara la radice
quando scopre il nulla del grano salis
promesso da chi ha più di te vissuto

Luce filtrata tra rami, poesia, incroci,
ceppi di ossa ridotti in numero, altezza, profumo

sul fuoco quel che resta di sogni. La nostra Fenice
così rianimata canta: Io a voi più non credo.

Se mai ti addentri in questa foresta
di odio, straniero, sappi che un tempo
era rigogliosa. Orgoglio e sonno
sonno e orgoglio mieterono il tutto.
Arrivarono con uccelli pesanti, arrivarono
con luccichii di gioia. Fu presto gioia malefica.

Il pane divenne nero, l’acqua si fece
fetida. Il cielo fermo e muto a registrare
lamenti, suoni secchi sul selciato
bagnato caldo dal sangue, e la bugia
del sogno svelava i cadaveri che
sorreggono le pareti del mondo.

Se mai ti addentri, straniero, non temere
non fermarti nemmeno a guardare
l’arida vena di umanità così ossidata.
Più in là spingi il bisogno di nuovi suoni
orizzontali, fuori da nervi telecomandati

6.
Sopra pareti colorate
mani salivano amore, lenzuola intrecciate
come pergole sui giardini sognati dell’Eden
piantati in libri osannanti città bruciate,
lingue storpiate, per diritto divino o di primigenie.

Sirene intrappolate dall’abbondanza mescolano
il giusto e il vero, dai balconi della borghesia diamanti,
sangue e foreste ammassate su navi guerriere.
E il sogno si ingrava, beve il suo stesso succo bugiardo
pensando ad un Colombo beato che tutto ha trasportato
come dono a lui dovuto. Un lungo filo spinato chiude
quel peggio che per natura abbiamo ereditato.

S’accorcia il respiro dei fossili
testimoni della vana resistenza umana:
gravità che non pesa sul bordo della Luna.

Credere alle tue storie è facile,
quasi un tumore benigno desiderato.
Poi ci svegliammo ed è subito frode.



(da “Presagi” in Blackout)

E scenderemo astute scale
per risalire placidi cieli
ove è la notte a quietare
brecce di sole
senza l’eco stonato
nel petto delle madri
lungo le mattonelle
delle carceri a vita
delle prigioni sperimentali
del lavoro nero
del fottuto lavoro nero
dei passi coloniali
delle giustizie letali
al tempo dei signori

E saranno fiori
saranno forse fionde
quei versi del mondo
senza più torti da cancellare



(da Blackout, El Martillo Press, L.A, US. 2024)

Le mie nuvole-airone
son scappate

Nuvole-bombe
hanno occupato il cielo.



(Inedito)

Anna Lombardo Geymonat, nata a Locri, vive a Venezia, sua città d'adozione

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