21 novembre 2018: John Allen Chau, missionario statunitense, è in viaggio su una barca nell’Oceano Indiano, al largo delle Isole Andamane, deciso a portare la parola del Signore ad un popolo che non l’aveva ancora ricevuta. Per sua sfortuna, quel giorno è anche l’ultimo della sua vita.
Questo perché John non aveva fatto bene i conti con il popolo che voleva evangelizzare, i vissuti emotivi e profondi di questa gente ancora vergine dal tocco ecumenico, i sentinelesi. Ucciso appena messo piede sulla spiaggia, come un fante americano ad Omaha Beach il 6 giugno 1944.
Una parentesi necessaria. Chi sono i sentinelesi?
La tribù che abita l’isola di North Sentinel. Punto. Non ci è dato sapere altro, se non che chi prova ad avvicinarsi a loro finisce tempestato da un nugolo di frecce. Il resto è solo speculazione.
Cosa muove il loro comportamento così sfacciatamente ostile?
Non si può conoscere. Nessuno è mai riuscito ad avvicinarsi senza finire per diventare un bersaglio mobile. Nemmeno le tribù delle altre isole dell’Arcipelago comprendono la loro lingua. Sono isolati da 60mila anni probabilmente, non lo sapremo mai.
Perché questa reazione ad ogni tentativo di contatto? Forse paura.
La paura dell’«uomo bianco»?
Chissà se senza volerlo, sarebbero praticamente i migliori studiosi della Storia umana. Se negli ultimi 500 anni la Storia si può sintetizzare con un elenco di invasioni e colonizzazioni da parte dell’«uomo bianco» su altri popoli, i sentinelesi sono forse l’unico vero baluardo di resistenza, la grande incognita di come sarebbe l’umanità senza «il fardello dell’uomo bianco», come incredibilmente sosteneva Kipling. Ma l’atteggiamento de sentinelesi è il medesimo pressoché con qualunque estraneo.
Che sia solo la paura a muoverli?
«Sono selvaggi» dopotutto, direbbe qualcuno, salvo essere immediatamente smentiti dalla constatazione che anche il civilissimo uomo bianco non è davvero così dissimile. Pensate alla Germania e al suo Mittellage, la sua posizione intermedia in Europa tra la Francia (storica nemica, al di là forse degli ultimi 80 anni) e la grande Russia. Un vero e proprio terrore nello stare in mezzo, nella grande pianura centro europea, senza coperture date da rilievi montuosi, una sorta di agorafobia geopolitica. Nulla è più radicato, nella teutonica mente condivisa, della recondita paura dell’invasione. Forse è per questo che storicamente la Germania ha reagito in maniera apparentemente contraria ai sentinelesi: si rendeva necessario allontanare il più possibile il confine del proprio suolo patrio espandendo lo spazio vitale (Lebensraum, nelle parole del Fuhrer). Quindi la miglior protezione del confine è allontanarlo dal cuore pulsante della nazione, attaccando i vicini, una proiezione perennemente offensiva per vincere questa agorafobia.
Da un’agorà all’altra. La parola agorafobia letteralmente indica la paura della piazza, intesa nel senso greco come il luogo dell’’assembramento della folla, del ritrovo dei politikes, gli abitanti della polis.
Paradigmatico del sentimento di paura, che attanaglia anche coloro che apparentemente sarebbero “i più razionali”, resta il caso ateniese. Atene, la culla, a dire dell’Occidente, del pensiero critico e della democrazia ma invero assolutamente non immune a fluttuazioni dell’umore e tempeste emotive. Basti pensare alla fine riservata all’indomani della sconfitta nella guerra del Peloponneso al saggio ma altrettanto pericoloso Socrate: ancora una volta a muovere tale decisione pare ci fosse la paura, il timore che tale soggetto potesse corrompere gli onesti giovani cittadini attici.
Alla base di questi timori, sembrerebbe esserci sempre una costante: la fobia dell’ignoto. Legittimamente si è portati a pensare – e le neuroscienze lo confermano – che la paura sia il meccanismo di difesa basilare nato per preparare l’essere umano ad affrontare ciò che non conosce, a fronteggiare quindi il possibilmente nocivo o dannoso. Sarà forse stato questo ad alimentare nei secoli la necessità dei popoli di muoversi entro i confini noti, i famosi “moglie e buoi dei paesi tuoi”?
La base del timore è quindi forse il trauma dell’ignoto?
Da trauma, per assonanza, arriviamo a Truman, il protagonista del film che vive nella completa illusione di una vita vera. Non troppo dissimile da noi, convinti di essere come singoli – ma soprattutto come collettività – mossi solo da fili razionali, di aver abdicato dall’emozione-paura degli sconosciuti – quelli di cui non devi fidarti, ripetevano mamma e papà!
Noi, così lontani ma così vicini ai nostri fratelli sentinelesi.
E già che siamo seduti alle poltrone rosse del cinema a gustarci il Truman Show, saltiamo indietro di qualche anno nella storia della settima arte per incontrare la vera paura, il vero orrore. Quello del colonnello Kurtz, quando comprende che solo conoscendo l’orrore, diventandone amici e accettandolo come parte di sé, diventa davvero possibile avvicinarsi a comprendere sé e l’altro, persino l’incontattabile sentinelese. Il colonnello che in punto di morte riferisce al capitano Willard di aver finalmente compreso: grattando via la patina della pura razionalità, ecco venir fuori il lato oscuro della Luna, reale tanto quanto quello sempre in vista. Reale, sì, ma soprattutto diffusamente connesso e intimamente condiviso dagli umani di ogni tempo e ogni luogo, dall’Atene classica all’isola di North Sentinel.





