Tutti parlano di povertà.
Ma quanto denaro serve davvero per vivere una vita dignitosa?
E soprattutto: lo abbiamo mai chiesto a chi quella vita la vive?
I numeri dicono che il problema è grande e stabile. Nel 2025, il 18,6% della popolazione residente in Italia vive in famiglie con un reddito netto inferiore a 13.237 euro annui, 1.103 euro al mese per una persona sola: è la soglia oltre la quale si parla di rischio di povertà. Il 22,6%, più di 13 milioni di individui, si trova in una condizione ancora più ampia (il rischio di povertà o esclusione sociale) che include anche chi non riesce a permettersi beni considerati essenziali o vive in famiglie in cui quasi nessuno lavora. A questi si aggiunge la povertà assoluta, misurata separatamente: nel 2024 coinvolgeva 5,7 milioni di persone. Sono dati dell’indagine ISTAT pubblicata il 2 aprile 2026. Le cifre non scendono. Nel frattempo, spesso chi disegna le misure di supporto continua a trattare il denaro come una grandezza neutra, sempre uguale a sé stessa. Un euro è un euro, sembra dire il sistema. Ma non è così.
Nel 1994 la sociologa Viviana Zelizer pubblicò The Social Meaning of Money, mettendo in discussione l’idea del denaro come strumento completamente neutrale. Le persone, osserva Zelizer, non trattano il denaro come un’astrazione indistinta: lo separano, lo etichettano, attribuiscono significati diversi a seconda della sua provenienza, della relazione in cui circola e dello scopo a cui è destinato. Zelizer definì questo processo earmarking – tradotto in italiano come “contrassegnare” – ovvero la costruzione sociale e simbolica del denaro. Il denaro erogato nell’ambito delle misure del welfare è spesso accompagnato da specifiche regole di utilizzo e da modalità di gestione dedicate. In Italia, ad esempio, l’Assegno di inclusione viene erogato su una carta prepagata che prevede particolari modalità operative e alcuni limiti di utilizzo definiti dalla normativa vigente.
I risultati del progetto di ricerca PRIN CoPInG – Contrasting Poverty through Inclusive Governance (condotto tra il 2021 e il 2022 in cinque regioni del Nord Italia da una partnership tra Università di Trento, Politecnico di Milano, Università di Torino e Università di Bologna) documentano che i beneficiari trovano modi per aggirare questi vincoli, non per comprare ciò che è vietato, ma perché il denaro vincolato risulta strutturalmente inadeguato alla complessità della vita quotidiana (Bertoluzza, 2026; Gori a cura di, 2023). Lo fanno attraverso baratti, operazioni di cashback, rivendita di tessere prepagate. Strategie creative che però costano tempo, energie e denaro. Un paradosso preciso, dicono i ricercatori: invece di semplificare la vita, i vincoli sembrano complicarla ulteriormente, assorbendo le stesse risorse cognitive che servirebbero per costruire qualcosa di diverso.
Ma il tema non riguarda soltanto le modalità di erogazione del sostegno economico. Riguarda anche i criteri attraverso cui il sistema definisce le condizioni di accesso e le priorità di intervento. L’Assegno di inclusione è rivolto ai nuclei con almeno un minorenne, una persona con disabilità, un over 60 o una persona in condizione certificata di svantaggio. Per chi rientra, la soglia reddituale è fissata a 6.500euro annui moltiplicati per la scala di equivalenza del nucleo: 8.450 euro per un adulto con un figlio minorenne, 11.700 euro per due genitori con un figlio. Chi supera queste soglie non accede alla misura, anche se le risorse disponibili sono scarse, anche se non bastano a partecipare alla vita ordinaria, anche se ogni spesa imprevista è una crisi. Chi non rientra nelle categorie previste è escluso del tutto, indipendentemente dal reddito. Tale impostazione riflette la scelta di indirizzare prioritariamente le risorse verso alcune condizioni considerate maggiormente meritevoli di tutela. Tuttavia, essa evidenzia anche come le situazioni di vulnerabilità economica possano assumere forme più ampie e differenziate rispetto a quelle intercettate dai criteri normativi, includendo persone e famiglie che, pur non rientrando pienamente nei requisiti previsti, sperimentano condizioni di precarietà, fragilità economica e forte esposizione agli eventi critici della vita quotidiana. Allo stesso modo, I limiti patrimoniali previsti per l’accesso pongono il tema del rapporto tra sostegno al reddito e capacità delle persone di costruire nel tempo minime risorse di sicurezza economica, elemento che parte della letteratura internazionale sull’asset building e che viene identificato come precondizione per poter pensare al futuro. La povertà, insomma, viene riconosciuta solo se assume alcune forme e livelli. Questa scelta definitoria non è puramente tecnica: riflette una visione implicita di cosa sia la povertà, di chi ne sia portatore e di chi meriti di essere sostenuto. Ma la povertà, come ha mostrato Peter Townsend già nel 1979, non è solo mancanza di reddito: è esclusione dai modelli ordinari di vita che una società considera normali. Non potersi permettere di portare i figli in gita, non poter fare un regalo di compleanno, non poter affrontare una spesa imprevista senza cadere in crisi. Quella esclusione non si ferma al presente: si trasmette. In Italia 1,3 milioni di minorenni vivono in condizione di povertà assoluta, un numero cresciuto del 47% negli ultimi dieci anni. Il 37% dei bambini e ragazzi vive in abitazioni con pochissimi libri o senza. Il 27,1% ha genitori che nell’ultimo anno non hanno visto spettacoli fuori casa. Non sono lussi negati, sono marcatori di quanto lo spazio di vita di una famiglia sia ristretto, e di quanto quello spazio plasmi le possibilità dei figli. La povertà di oggi diventa povertà di domani: il background socioeconomico e culturale della famiglia di origine condiziona i percorsi formativi e lavorativi dei figli, bloccando l’ascensore sociale prima ancora che possano salirci. E il denaro, ossia la sua insufficienza strutturale, non la sua cattiva gestione, è il meccanismo che trasmette tutto questo da una generazione all’altra.
C’è poi un terzo livello, che riguarda chi lavora nei servizi. Nella relazione di aiuto, la dimensione economica può incidere sugli equilibri relazionali tra professionista e persona, soprattutto quando non risulta sufficientemente chiara l’esigibilità del diritto. Quando il trasferimento economico è riconosciuto come diritto soggettivo, la relazione tende a strutturarsi in modo più equilibrato: la persona conosce ciò di cui ha diritto, può accedervi, chiederne il riconoscimento ed eventualmente contestarne il mancato accesso. In questo quadro, il professionista accompagna e facilita l’accesso a una misura che appartiene alla sfera dei diritti della persona. Diversa è la situazione quando il sostegno economico assume carattere straordinario, temporaneo o discrezionale. In questi casi, la percezione dell’intervento può spostarsi dal piano del diritto a quello della concessione, con il rischio di produrre nelle persone sentimenti di dipendenza, incertezza o difficoltà nell’esprimere bisogni e aspettative. Si tratta di dinamiche che possono incidere anche sui processi di empowerment e sulla possibilità di costruire relazioni realmente orientate all’autonomia. Il rischio è quello di produrre quella che potremmo chiamare “impotenza appresa”, la sensazione di non avere diritto a chiedere, a negoziare, a dissentire, perché ciò che si riceve è già più di quello a cui si ha titolo. Lo evidenzia anche il capitolo I significati del denaro di Bertoluzza, Meo e Volturo, in Gori (a cura di, 2023):
“avendo la tranquillità mentale di sapere che un quantum economico ti entra, ti dà quella lucidità che ti fa rimanere presente e attivo.”
Il denaro sufficiente e stabile non rappresenta, quindi, soltanto una risposta materiale ai bisogni, ma può contribuire a restituire capacità di progettazione, partecipazione e presenza attiva nella relazione con i servizi e con il proprio contesto di vita.
Quella certezza è esattamente ciò che molte misure faticano ancora a garantire, soprattutto quando prevalgono interventi temporanei, discrezionali o frammentati. Anche per questo il Consiglio nazionale dell’Ordine assistenti sociali continua a richiamare la necessità di politiche e misure strutturali, fondate sull’esigibilità dei diritti, sulla continuità degli interventi e sulla possibilità per le persone di costruire percorsi di autonomia non subordinati all’incertezza o alla discrezionalità delle risposte. Le politiche di contrasto alla povertà si confrontano inevitabilmente con un equilibrio complesso: sostenere le persone nelle condizioni di maggiore vulnerabilità, garantire criteri di accesso equi e, allo stesso tempo, promuovere reale autonomia e partecipazione sociale.
Rimane allora aperta una domanda fondamentale: quale livello di sicurezza economica è necessario perché una persona possa sentirsi davvero nelle condizioni di progettare il proprio futuro, partecipare pienamente alla vita sociale e vivere con dignità? È una domanda che interpella non solo le misure economiche, ma più in generale il modo in cui una società sceglie di riconoscere, accompagnare e sostenere le proprie fragilità.
Bibliografia
- Bertoluzza G. (2026), Il denaro dei poveri non è come gli altri. I vincoli nel Reddito di cittadinanza e nell’Assegno di inclusione, Welforum.it, 8 aprile 2026
- Bertoluzza G., Meo A., Volturo S. (2023), I significati del denaro, in Gori C. (a cura di), Il reddito minimo in azione. Territori, servizi, attori, Carocci, Roma
- Fernandes D., Lynch J.G., Netemeyer R.G. (2014), Financial Literacy, Financial Education, and Downstream Financial Behaviors, Management Science, 60(8)
- Gori C. (2023), Il reddito minimo in azione. Territori, servizi, attori, Carocci, Roma
- ISTAT (2025), La povertà in Italia. Anno 2024, ottobre 2025
- ISTAT (2026), Condizioni di vita e reddito delle famiglie. Anni 2024-2025, 2 aprile 2026
- Maino F., Battiloro V., Revello W., Azzolini D. (2026), Investire nel futuro: asset building e disuguaglianze educative, EGEA, Milano.
- TEHA Group / The European House – Ambrosetti, Fondazione CRT (2026), Contrastare la povertà educativa per sostenere la crescita inclusiva del Paese: il ruolo dei territori e del Terzo Settore in Piemonte e Valle d’Aosta, maggio 2026
- Townsend P. (1979), Poverty in the United Kingdom, Penguin, Londra
- Walker R. (2014), The Shame of Poverty, Oxford University Press, Oxford
- Zelizer V.A. (1994), The Social Meaning of Money, Basic Books, New York; nuova edizione Princeton University Press, 2017
- Zelizer V.A. (2009), Vite economiche. Valore di mercato e valore della persona, il Mulino, Bologna





