“Ma devi proprio andare?” domandò la moglie lamentosa.

Ennio indossò giacca e basco. Si guardò allo specchio: il naso imponente svettava come uno sperone sulla scogliera e gli occhi erano due spilli grigi, lampeggianti in direzione della moglie che, seduta sul letto, guardava i loro due riflessi. Le parve invecchiato di colpo, come se una tempesta si fosse abbattuta sul volto da sessantenne, divellendo e graffiando, e lasciando infine la machera intagliata di un vecchio. Sarebbe uscito anche oggi, come ogni altro giorno, e come ogni altro giorno sarebbe rientrato con la pelle arsa dal sole o sferzata dalla pioggia, gli occhi pesti e stanchi e un sorriso fatuo stampato sul viso.

“Anche oggi il mare ci ha donato qualcosa” – avrebbe sentenziato con aria assorta- “non tanto, ma il giusto per vivere”.

I primi anni dopo il matrimonio, Maria non perdeva l’occasione di accompagnare il marito al mercato del pesce quando il lavoro da bambinaia lo permetteva. Giungeva al molo all’ora in cui sta per albeggiare e attendeva: quale spettacolo era allora vedere lungo la linea dell’orizzonte, che si indora di fiamme giallo arancio quando ancora cielo e mare formano un unico sfondo, spuntare dei tenui bagliori, ondeggianti sui flutti e poi avvicinarsi pian piano; quindi comparire il profilo di una, poi due, dunque tre, sei barche e via via in crescendo così da comporre una piccola flotta. Aguzzava la vista, dunque, fino a riconoscere sotto il berretto gli occhi chiari e stretti del marito e il suo corpo tarchiato che si ergeva come un albero a prua per attraccare e ormeggiare la piccola “Anemone d’oro”, la sua amatissima barca, ereditata dal padre, anch’egli pescatore prima di lui. Anno dopo anno il numero di pescherecci era diminuito e ora ne restava una manciata. Questa per Ennio era stata la fine di Fontanarossa, il villaggio di pescatori ove era nato e dove suo padre e suo nonno prima di lui avevano esercitato lo stesso mestiere, e vissuto la stessa vita, quasi identica.

“Se un villaggio di pescatori non ha più pescatori, ebbene non è più neanche un villaggio” era solito ripetere quando l’uggia si impadroniva di lui e non riusciva a dormire. 
Allora, con un fil di voce “Maria sei sveglia?” domandava e bastava un sospiro di lei per capire che anche quella sera avrebbe avuto una paziente ascoltatrice.
“Dimmelo tu cos’è, Maria, un villaggio di pescatori senza pescatori, dimmelo tu, se puoi. È niente, vuoto, un ammasso di gente senz’anima, una bestia al macello agonizzante”.
Una volta però, al termine di quella che era stata una lunga giornata faticosa anche per lei, per via dei reumatismi, che non le avevano lasciato requie un istante, e dei nipoti di Carla, che avevano trascorso il pomeriggio a brigare e urlare, non aveva saputo trattenersi, non c’era stato verso di frenarsi e aveva risposto che un villaggio di pescatori senza pescatori poteva immaginarlo di certo,  ed era un villaggio di persone ricche e felici, perché- e questo Ennio lo sapeva benissimo- con la pesca si vive poco e male, di certo non si ingrassa e la situazione diventava sempre peggio, di anno in anno.
O forse osava criticare Zurlo e Alfio e i tanti altri che avevano accettato l’offerta del commendatore?

L’offerta del commendatore era arrivata insieme a lui a bordo di un panfilo di trenta metri sei anni prima. Il panfilo e il suo proprietario però non erano attraccati a Fontanarossa ma trentotto chilometri più a sud.

A quel tempo, infatti, il ramo di costa bianca e sovente battuta dal vento aveva solo una piccola ansa riservata al porto, che era destinato alla comunità di pescatori. Nessun porto turistico e nessuno che ne sentisse la necessità. Il piccolo villaggio di Fontanarossa aveva prosperato, o meglio era sopravvissuto, grazie alla pesca: i suoi abitanti, gente semplice, senza pretese, per metà si levavano alle due del mattino e uscivano in mare per rivedere la costa fra le sette e le otto e affrettarsi al mercato a vendere il pesce, spesso aiutati in questo da mogli e sorelle. Al mercato si riuniva la comunità come la domenica si raduna in chiesa ed era un fiorire di urla, strepiti, saluti, rimbrotti e sberleffi. Che ricordi, che rimpianti per Ennio!  

L’altra metà della popolazione accedeva al mercato come a una festa: erano contadini o piccoli artigiani, che si divertivano a scegliere il pescato, l’unico assaggio del mare che avrebbero assaporato per lunghi mesi. Per chi nasceva in quegli anni a Fontanarossa, infatti, il mare era un’erba dolce amara, fonte di vita e allo stesso tempo di morte, creatura misteriosa, indomabile e imprevedibile, cui si porgono ringraziamenti quando dona e che non va sfidata se toglie perché – l’umanità di Fontanarossa lo sapeva per esperienza- avrebbe sempre potuto sottrarre di nuovo e di più, ancora e ancora. Chi non era pescatore, del mare aveva un rispetto persino maggiore, un lembo di mistero avvolgendolo e rendendolo ancora più sconosciuto e temibile. Finita la giornata al mercato si rincasava e si preparava il materiale per la notte, si ricucivano le reti, ci si concedeva una breve siesta; dunque, ci si ritrovava in piazza a giocare a carte e fumare un sigaro.

Dei suoi cinquant’anni Ennio ne aveva trascorso così ben trentadue, senza dubitare nemmeno un giorno che quella fosse una buona vita perché era certo di appartenerle, come era stato per suo padre e, ancora prima, per suo nonno, e senza mai pensare che fosse manchevole di qualcosa. Lo stesso valeva per i suoi amici Alfio,  Zurlo e per tutti gli altri pescatori che alla sera si riunivano nella piazza del paese e sedevano in cerchio: c’era chi fremeva dalla curiosità di ascoltare l’ultima avventura accaduta per mare ai compagni, chi restava un po’ in disparte, lieto di immergersi nel silenzio del tramonto, quando il mare si tinge di rosa e i gabbiani si contendono il cibo sulla spiaggia e chi, dopo uno sguardo di intesa, principiava a intonare una canto antico da vecchi lupi di mare, che pian piano cresceva di volume, espandendosi fra i vicoli,  aggiungendosi al coro via via anche i passanti.

Tali melodie, infatti, a Fontanarossa sono conosciute da tutti e da generazioni, senza che una parola o una nota sia mai stata modificata. Tutto cambiò con l’arrivo del commendatore; il suo discorso era atteso da un mese, pur col distacco, se non proprio con la supponenza, di chi si aspetta che la gente di fuori, ovvero del Continente, che pure va sempre bene accolta, non possa apportare benefici significativi perché non conosce la vera vita del villaggio.  

In realtà il commendatore non era “uno di fuori” o almeno non lo era sempre stato e questo Ennio lo sapeva benissimo: fra loro passavano due anni di età che rendevano Ennio più vecchio e ben memore di quel ragazzino smilzo e biondino, così delicato e inetto alla lotta che nessuno voleva prenderlo in squadra con sé quando si dava da giocare a calcio o litigare fra bande, nessuno salvo Ennio che , chissà perché, aveva visto un barlume in quegli occhi chiari e forza in quel petto carenato e lo aveva posto sotto la sua ala protettiva. Ciò fino alla giornata della tragedia.  

È una calda mattina di luglio, il piccolo Giulio allora dodicenne non è ancora arrivato al punto di ritrovo, il vecchio oratorio dal muro scalcinato, e così Ennio decide di fare una corsa e andare alla spiaggia- spesso, infatti, il ragazzino amava recarsi a vedere il rientro dei pescherecci, compreso quello paterno. Arrivato al molo, sotto la canicola abbacinante, vede un nutrito gruppo disposto a cerchio intento a osservare qualcosa o qualcuno posto nel mezzo. Fa qualche passo avanti incerto, ma subito si arresta: fra la folla di paesani curiosi, intravede la sagoma fragile di Giulio avvinghiato al corpo della madre, piegato in due e scosso da singulti. Poi fra gli uomini, tutti col cappello in mano, ecco spuntare fuori suo padre, corpulento e scuro come il carbone. Gli va vicino, si inginocchia e lo avvolge col suo braccio grande e forte; quindi, dice con voce nitida e dura: “il mare dà e il mare toglie”.

Giulio e la madre si sarebbero trasferiti di lì a qualche mese, ospiti di un lontano parente del padre che abitava in città. Da allora non era più tornato ma notizie di lui e della sua sfavillante carriera nell’industria del turismo erano giunte tramite i notiziari e i giornali, fino a quel comizio dove insieme all’aspirante sindaco, candidato dato per vincente alle prossime elezioni comunali, avrebbe presentato un progetto rivoluzionario per le sorti e l’economia del villaggio. Era una mattina di libeccio, non una buona mattina per i marinai, per cui molti avevano rinunciato qual giorno a prendere la via del mare. Molti, non Ennio, che più passavano gli anni più sembrava assimilarsi a una creatura salmastra: la pelle spessa come una corteccia, i capelli scarmigliati e lo sguardo grigio e pungente come una rondine di mare.

Non era stata una giornata di pesca buona, ma ancora una volta aveva provato a sé stesso e agli altri di che stoffa era fatto, cosa vuol dire essere un villico di Fontanarossa, che la leggenda vuole sorta dall’incontro della lava vulcanica con l’acqua del mare. Quindi era arrivato alla piazza del mercato che già il comizio era cominciato e aveva mancato il discorso dell’Onorevole Mangiaracina. In quel momento stava salendo sul palco Giulio Cortevecchia, ormai quarantenne, dal ciuffo fulvo e fluente, muscoli ben torniti e il sorriso smagliante, quasi una figura da copertina. Si rivolgeva agli astanti, molti dei quali suoi amici di infanzia, senza riconoscerli. Il tempo, infatti, che su di lui aveva impresso soltanto leggere carezze, con loro era stato meno clemente ed Ennio, Alfio, Zurlo e tutti gli altri paesani, che lo guardavo dal basso a bocca aperta, sembravano pietre millenarie, di età infinite e indefinibili, antiche come il tempo. “Mondo nuovo”, “flussi di capitali”, “turismo internazionale”, “globalizzazione” furono le parole più pronunciate in quell’ora e mezza di discorso. Per ottenere ciò sarebbe bastato demolire un braccio del vecchio porticciolo e ampliarlo in modo da crearne un secondo turistico, che avrebbe accolto i numerosi viaggiatori alla ricerca di spiagge dorate e acqua crisalllina. L’indotto sarebbe stato enorme e per loro avrebbe significato l’avvento di una nuova era: mai più sveglie nel cuore della notte, uscite in mare d’inverno e d’estate, con pioggia sferzante o sole rovente. E chi l’avrebbe voluto, e solo chi- aveva tenuto a precisare- avrebbe voluto, si sarebbe reinventato: perché non convertire i vecchi pescherecci in confortevoli imbarcazioni turistiche così da accompagnare i visitatori a godere del tramonto da un punto privilegiato o fare un aperitivo sull’acqua?

I soldi non sarebbero mai mancati e nessuno avrebbe più dovuto perdere la vita in mare. Nel pronunciare quest’ultima sentenza a Ennio parve che dall’occhio destro di Giulio venisse fuori un cristallo, come una piccola lacrima, che però, data la distanza, poteva essere anche una stilla di sudore. Il discorso non colse troppi applausi, la gente si lanciava sguardi perplessi o sbigottiti. Dopo tutto- pensavano i più- quel commendatore, che pure era originario del posto, da anni non vi metteva piede; cosa poteva saperne della vita della gente di qua? E fu non senza una punta di soddisfazione che Ennio accolse la perplessità generale, nel tornare a casa non poté trattenere un sorriso, e anche la moglie, che gli camminava vicino, notò la sua aria compiaciuta. Lo conosceva fin troppo bene per non sapere cosa gli passasse per la testa.

“Io comunque” disse timidamente “non la considero poi una cattiva pensata. Dopo tutto un po’ di denaro in più non farebbe male al villaggio e anche in vista della futura vecchiaia pensare a un lavoro meno faticoso per te…”

Ma Ennio non la lasciò finire: “sciocchezze” borbottò “tutte sciocchezze”. “Sciocchezze” continuò a ripetere anche quando l’onorevole Mangiaracina fu eletto sindaco e ebbero avvio i lavori di edificazione del nuovo porto, “sciocchezze” fu la sua riposta all’osservazione della moglie quando una mattina corse a dirgli  che al nuovo porto attraccavano le prime navi e “sciocchezze” mugugnò a Alfio quando l’amico gli mostrò come aveva riadattato il suo peschereccio a barca per trasporto turistico, cambiando persino il nome, da “Rosa dei venti” a un più attraente “ Nausicaa”. A un certo punto però dovette costatare che i cambiamenti che stavano avvenendo non erano semplicemente sciocchezze, ma ciò accadde lentamente, dopo il primo anno dall’inaugurazione del nuovo approdo, quando un dettaglio che non era menzionato nel progetto di costruzione fra i costi o le perdite divenne sempre più evidente: estendendo il braccio del porto per ampliarlo si era posta una modifica all’ecosistema così che la baia un tempo ricca e generosa si stava progressivamente prosciugando.

Il pescato diveniva di anno in anno sempre più scarso giacché i pesci seguivano nuove correnti e quella promessa del commendatore- solo chi avesse voluto si sarebbe reinventato- restò inattesa giacché sempre più pescatori si trovarono nelle condizioni di dover rinunciare alla pratica della pesca per la carenza di materia prima e imbarcarsi nel nuovo mondo prospettato e ormai divenuto quasi obbligato. E Ennio, oltre i suoi antichi compagni, vide trasformarsi anche il villaggio: addio silenzio, addio sonnecchiare per strada, addio passeggiate al tramonto senza vedere anima viva; là dove c’era la bottega di un rigattiere fu creato un minimarket, la piccola libreria lasciò il posto a una proloco ,  molti contadini iniziarono ad abbandonare la coltivazione della terra, trovando più redditizio affittare le case ai turisti, e  lungo l’unica strada principale del paese fu un lento ma costante aprire di ristoranti tutti identicamente concepiti per il turista e per le sue aspettative di come sia un vero paese di pescatori, che ormai erano quasi estinti.

“Torna a dormire” mormorò, accarezzandole il viso. Ella, accondiscendete, ubbidì e si rimise distesa. Le parve una creatura antica e sacra, delicata nei suoi dolci lineamenti e allo stesso tempo resistente e inossidabile. Aveva sopportato una vita al fianco di lui, il cui essere poteva divenire così complicato, e aveva tollerato infiniti dolori e delusioni; fra queste, la più grande, perché era la cosa più desiderata, il non poter divenire madre. Uscì. Erano le due di notte, eppure c’era ancora gente per strada, per lo più ragazzi in pantaloncini con un bicchiere di birra in mano che ciondolavano aspettando l’alba per fare un tuffo in mare. In lontananza si sentiva la musica bassa e ovattata di una discoteca. Camminò per le stradine, scegliendo le più isolate, ma anche lì spesso si imbatteva in uno sconosciuto: un turista ubriaco o un cameriere stanco che fumava appoggiato al muro polveroso di un ristorante. Arrivò all’ultimo locale che si trova prima della banchina del porto. Questo, almeno, aveva già chiuso. Due avventori però si erano attardati a ciarlare seduti al tavolo, rinfrescati dall’ebbrezza notturna “Ennio” sentì chiamare. Si voltò e riconobbe i suoi vecchi amici Alfio e Zurlo, un tempo pescatori come lui, oggi attivi nel trasporto dei turisti. Si avvicinò indeciso. “Resta con noi, siedi e bevi alla nostra salute” esclamarono. Avevano entrambi gli occhi lucidi e biascicavano. Ennio fece un cenno al mare e alla sua barchetta “mi aspetta, devo lavorare “disse distrattamente.

“Suvvia Ennio” proruppe Zurlo e ogni tanto volgeva delle occhiate divertite al compagno di bevute ma cosa ti aspetti di guadagnare ostinandoti a fare questa vita. Il mondo che conoscevamo è morto. Fa come noi e come tutti gli altri! Basta così poco e conoscerai la vera vita, il vero denaro! Certo prima dovresti cambiare nome alla tua barca, Anemone d’oro suona così male… oggi va di moda dare nomi di persone, ancor meglio se di signorine, così da infiorettare anche una bella storiella per turisti”

“Una storiella?” fece eco Ennio non poco allibito

“Ma sì una storiella!” alzò la voce Alfio “Ad esempio la mia barca, come sai, già anni fa è diventata Nausicaa. E Nausicaa non è forse quella bellissima ragazza che conobbi ancora giovanotto, che dovette lasciare il villaggio obbligata dai genitori, contrari al nostro amore, e che poi rividi dieci anni dopo mentre faceva il bagno in un punto preciso, che ancora ricordo, davanti a cala Billeci, e che infine divenne mia moglie? “

“Ma cosa vai blaterando?” domandò   Ennio ormai interdetto “tua moglie si chiama Franca e non ha mai lasciato il villaggio, neanche un giorno in vita sua, e mi sembra pure che non sappia nuotare tanto bene e non si allontanerebbe mai troppo dalla costa, figurati arrivare a cala Billeci”.

I due proruppero in una crassa risata e si diedero di gomito. Poi quando il parossismo delle risa scemò, Alfio si schiarì la gola e riprese: “Ma che ingenuo che sei. Questo, vedi, è quel genere di storielle che piacciono tanto ai turisti e che fanno sganciare belle mance”. Ennio non poté trattenersi, un moto di rabbia e disgusto lo colse, serrò i pugni e disse a denti stretti “Vi credete tanto in gamba ma siete solo degli ometti, viscide sanguisughe dipendenti dai soldi di quegli altri che si bevono le vostre frottole”.

Zurlo si alzò di scatto e poco non mancò che si fiondasse in direzione di Ennio, ma Alfio lo trattenne e gli mormorò qualcosa in un orecchio. Quello, quindi, tornò a sedere e riprese a sorbire la sua birra. Alfio invece restò in piedi e guardò il pescatore con occhi penetranti. “Si amico mio” iniziò con tono pacato e voce ferma “è vero noi dipendiamo dai turisti, ma tu, che ti credi tanto libero e autonomo, non dipendi anche tu da qualcuno? Dipendi da stupidi pesci, dalle correnti dal mare, dal vento e dalle mareggiate. Quindi non venire a raccontare a noi la storia della libertà”. Ennio rimase impassibile, fece un profondo respiro e si allontanò lasciando i due soddisfatti per aver avuto ragione su di lui. Giunse al molo e caricò il materiale sulla piccola Anemone d’oro, che non era cambiata molto dall’epoca in cui era suo padre a manovrarla. Il nome l’avevano deciso insieme, o meglio era stato proprio Ennio a sceglierlo. Allora aveva otto anni ed era andato a caccia di ricci con suo padre che lo precedeva alto e fiero con le braccia forti e le spalle larghe. Ennio si divertiva a camminare nell’acqua bassa, stando attendo a non scivolare sulla superfice degli scogli limacciosi. Fu così che percepì col piede qualcosa di vellutato. Osservò quindi e vide un piccolo fiore gelatinoso color ocra che riluceva ai raggi del sole.  Chiamò ad alta voce suo padre e lo fece tornare indietro per mostrargli quel tesoro. “E’ un anemone di mare “gli spiegò. Il viso di Ennio si illuminò e il bambino si rallegrò nel far la conoscenza di quel dono marino.  Fu così che concepì nome per la nuova barca. “No”, pensò Ennio fra sé e sé “per nulla mai al mondo cambierei nome a questa barca. Sarebbe come tradirla, cambiare la sua identità, cancellare il passato e quindi chi sono”.

Accese il motore e salpò. Provava ancora una lieve trepidazione al momento della partenza, la stessa eccitazione che avvertiva quando accompagnava il padre per mare.

“Chi sei tu Ennio?” domandò una vocina dentro di sé quando spense il motore, gettò giù le reti e si mise comodo ad osservare la vastità del cielo e del mare, un unico grande telo nero, traforato di stelle, splendienti e lontane, tranquille nella loro apparente immobilità, eppure anche loro viventi e cangianti.  Sorrise, certo della risposta. “Sei Ennio” proseguì a ragionare “un pescatore del villaggio di marinari di Fontanarossa. Figlio di Paolo, anch’egli pescatore, e nipote di Giacomo, primo capostipite di una famiglia di marinai”. Alfio aveva ragione, anche lui dipendeva da qualcuno.  Si guardò intorno, cogliendo in uno sguardo l’immensità. Ma chi non dipende poi da questa natura sconfinata e generosa? E non è forse una grazia l’essere intimamente legati al cielo e al mare? Rise al pensiero di non essere riuscito a replicare a quei due stolti. Pensò a sua moglie, che giaceva addormentata nel loro letto e che l’avrebbe atteso al porto, alta e fiera, con un sorriso clemente e le braccia aperte per riaccoglierlo. Anche lei, ne era certo, capiva e avrebbe continuato a capire. Ciò lo riappacificò e una nuova tranquillità lo inondò: era certo che non avrebbe mai scambiato la sua vita con quella dei vecchi compagni e che avrebbe sempre preferito essere intimamente connesso a un’anemone di mare che al freddo e arido denaro.  

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