LA VERITÀ DELLE COMUNITÀ TERAPEUTICHE

N. 2 -

Anno 2026

MARINO DE CRESCENTE, saggista ed estensore di decine di articoli in ambito psichiatrico e curatore di libri, da sempre interessato al concetto di comunità, ha conseguito un Master of Arts in Psychoanalytic Observational Studies presso la University of East London – Tavistock Clinic. È socio fondatore dell’INDTC (International Network of Therapeutic Communities), fondatore dell’ISAP (Istituto Studi Avanzati in Psicoanalisi), dell’Associazione Françoise Dolto e della Comunità Passaggi. Da circa trent’anni lavora nelle comunità terapeutiche psichiatriche. È referente per il Centro Italia dell’Associazione Mito e Realtà e promotore del Network Psychosocial Green Care Italia.

Le comunità terapeutiche possono essere definite come delle strutture intermedie che rispondono ai bisogni di cura dei pazienti psichiatrici, o altrimenti dei soggetti con problematiche di tossicodipendenza. Frequentemente esse rispondono a richieste di pazienti che posseggono entrambe le caratteristiche: hanno problemi psichiatrici e contemporaneamente problemi di tossicodipendenza.

Questi giungono quasi sempre in comunità in situazioni critiche, quando la realtà che li circonda non è più in grado di rispondere ai loro bisogni di socialità, spesso perché i loro comportamenti diventano disturbanti e non sono più accettati, tollerati, dal mondo famigliare e sociale. Mostrano così il bisogno di una realtà diversa, che ha la qualità della tolleranza, in cui non si sentano esclusi e possano essere accolti e accettati nella loro presunta diversità. Le comunità propongono quindi una realtà in cui, nonostante la loro sintomatologia, possano sperimentare, a pieno titolo, la partecipazione alla vita quotidiana, dando un contributo concreto, mettendo a lavoro le loro parti ancora sane. La partecipazione è infatti un prerequisito necessario ai processi di cura, in un contesto che attiva processi di responsabilità e reciprocità, in cui ogni cosa può essere discussa, comprese regole e decisioni inerenti il proprio percorso di cura e i suoi obbiettivi.

La comunità, per essere terapeutica, deve essere infatti attraversata da una tensione democratica. La democrazia e la partecipazione sono quindi parte costitutiva del processo di cura. Una comunità quindi alternativa alla comunità sociale di appartenenza, di cui si ha bisogno non solo, ma soprattutto, nei momenti di difficoltà, in cui mettere in comune, in una sorta di comunitarismo, parti sane e parti malate di sé, in una condivisione continua di competenze e saperi. Una comunità di cura, come qualcuno l’ha definita (A. Bonomi 2012), in cui le relazioni sono lo strumento elettivo. Una comunità che accetta criticità e conflittualità, ma che è sempre disposta a rimetterle in discussione, nella consapevolezza che il conflitto è parte costitutiva delle relazioni, e che la sua soluzione e interiorizzazione è elemento integrante del processo evolutivo. Si potrebbe a ragione pensare che stiamo qui descrivendo una comunità ideale. Ma vi è un elemento che tutela il principio di realtà di queste comunità ed è il continuo confronto con la realtà.

Se è pur vero che abbiamo qui descritto, nei loro principi teorici, delle comunità artificiali, comunità “come se” fossero comunità reali, è altrettanto vero che queste sono le uniche a poter consentire quei “processi riparativi” necessari a curare il danno psichico subito, che ha fatto ammalare. La totalità degli scambi e delle relazioni che avvengono nelle comunità, l’atmosfera che si viene a creare, costituiscono infatti la forma più semplice di psicoterapia (P. Bernard 1980). L’esperienza delle comunità terapeutiche può quindi oggi costituire un insegnamento per il mondo sociale, dimostrando che se è la comunità che fa ammalare (famiglia, scuola, gruppo dei pari, società in generale) è anche la comunità che può curare. È forse utile ricordare che fin dagli esordi, noi nasciamo e cresciamo in specifiche comunità (le antiche tribù), evolviamo in comunità (gruppi dei pari e appartenenze) e nonostante ci rifugiamo in pseudo-comunità (le famiglie, l’ambiente lavorativo) il nostro bisogno di comunità deve essere sempre saturo se vogliamo mantenere il nostro equilibrio psichico.

Oggi più che mai, il bisogno di comunità, la voglia di comunità – per citare un celebrato testo del sociologo Zygmund Bauman (2000)- si fa sentire in modo dirompente, lì dove la società della produzione e del consumo, ha obliterato questo bisogno primario dell’animale sociale uomo. Non è sbagliato ipotizzare che se oggi circa 1,2 miliardi persone nel mondo su 8,4 miliardi abitanti presenta un disturbo psichico (dati ufficiali 2026 del Global Burden of Disease) e un ragazzo ogni sette ricorre all’ausilio di servizi psichiatrici, con una prevalenza di disturbi e depressivi e d’ansia, il mondo sociale non sia implicato. Se è quindi senz’altro certo che se nelle società avanzate il problema principale è la solitudine, non è erroneo arrivare alla conclusione che le risposte sociali, legate alle risorse sociali,  quelli che Kaes chiama garanti metapsichici e metasociali (R. Kaes 2010) sono oggi del tutto insufficienti a dare garanzie di salute psichica, essendo questa strettamente legata, in modo evidente, a meccanismi di partecipazione ed appartenenza. L’esperienza che le comunità possono oggi comunicare, è che un determinato clima sociale può determinare le sorti della salute mentale della popolazione e indirizzarla verso esiti favorevoli. L’esperienza delle comunità ci insegna infatti che è una complessità di fattori a determinare l’atmosfera terapeutica, riparativa della sofferenza psichica, e se la comunità può essere considerata un micro sistema sociale, per analogia, possiamo prendere in considerazione, in una sorta di isomorfismo, l’ipotesi che individuando questi fattori possiamo spingerci a considerazioni sul sistema sociale più esteso.

In termini riduttivi ed esemplificativi proviamo a descrivere solo alcuni dei fattori influenzanti dei due sistemi.

FATTORE N.1
L’organizzazione generale della cura

Creare un ambiente della cura ben organizzato e prevedibile consente la nascita un sentimento di sicurezza nei partecipanti che è la precondizione necessaria per un rinnovato equilibrio e per la loro evoluzione psicopatologica.

Per contro nella società – Creare una organizzazione sociale in cui le istanze costitutive istituzionali siano coerenti e funzionali consente la crescita professionale e umana dei cittadini.

FATTORE N.2
Leadership empatica e democratica

Individuare una leadership sensibile e responsabile, non carismatica, attenta a tutte le problematiche del microsistema sociale comunità, che rinunci a qualsiasi inclinazione autoritaria, ma dia merito al riconoscimento di tutte le competenze in campo, anche dei soggetti più vulnerabili, crea meccanismi di delega rendendo diffusa la dimensione del potere e dell’ autoefficacia.

Per contro nella società – Rinunciare ad un esercizio del potere verticistico e centralizzato, accettando la funzione di delega ricevuta dal basso, senza personalizzazioni e prerogative nell’esercizio del potere, ma accettando la mera funzione di governo dalle istanze che si muovono nel mondo sociale, definisce un rispetto dei loro bisogni di crescita e crea una cittadinanza più responsabile attiva e consapevole.

FATTORE N.3
Relazioni Umane

Fare in modo che l’organizzazione della cura e la leadership abbiano come scopo fondamentale e primario lo sviluppo di una qualità delle relazioni di un sistema orientato alla cura reciproca, in cui le differenze dovute alle diverse dimensioni professionali abbiamo un impatto minimo nelle relazioni di cura, i tecnicismi vengano considerati secondari alla potenziale simmetria delle relazioni, in cui il potere venga equamente distribuito e le disparità evidenti obliterate.

Per contro nella società – Considerare che se le relazioni sociali sono la garanzia del benessere sociale, reale e immateriale, scopo della leadership e dell’organizzazione sociale, è il miglioramento di tali relazioni, equilibrando le disparità sociali, garantendo a tutti i soggetti, pari opportunità di crescita, sviluppo e di utilizzo di servizi. La pace e il benessere sociale dovrebbero essere i principi orientativi, nel pieno rispetto di tutte le differenze, di genere, etniche, generazionali.

FATTORE N.4
Cultura della ricerca

La comunità viene considerata come un sistema dinamico teso alla continua ricerca di innovazione di significati condivisi. A questo fine sono sempre disponibili risorse orientate a migliorare il metodo sottraendolo dalla staticità delle cristallizzazioni istituzionali, costruendo la consapevolezza che ogni sapere è sempre relativo e quindi aperto a nuove evoluzioni e scoperte.

Per contro nella società – Una società aperta e dinamica è una società che, contrastando i propri atavismi, mette a disposizione risorse per l’evoluzione professionale e umana dei propri cittadini in modo egualitario. Una società che oltre ai propri traguardi materiali, tende ad accrescere la consapevolezza dei bisogni morali culturali e immateriali della popolazione.

FATTORE N.5
Autoreferenzialità

L’autoreferenzialità è un meccanismo difensivo dei confini dell’istituzione che nasce da una fragilità istituzionale e ha scopo di preservare la cultura di gruppo della comunità. Questo meccanismo crea invece una chiusura narcisistica del gruppo che si ripiega su sé stesso, sulle proprie convinzioni, conducendo il gruppo in una posizione di isolamento e chiusura verso ogni influenza esterna. L’esito è la creazione di un clima asfittico, non orientato al confronto e quindi alla crescita che da questo deriva.

Per contro nella società – Una società autoriferita, è un sistema sociale che crea le proprie regole, valori e giustificazioni, esclusivamente da sé stesso, isolandosi da altri sistemi sociali, e dalle critiche che questi potrebbero muovergli. Individua un nemico esterno in modo paranoicale e si chiude al confronto e quindi all’evoluzione.

L’insegnamento proveniente dall’esperienza delle comunità terapeutiche ci insegna quindi che la possibilità di applicazione dei suoi principi di funzionamento a qualsiasi istituzione, sistema sociale o gruppo umano, crea un clima sociale che riduce il sentimento di solitudine e crea benessere sociale. Tolleranza, democrazia, comunitarismo, confronto con la realtà, uniti ad una leadership empatica e autorevole, e ad un’organizzazione orientata al miglioramento delle relazioni umane, creano infatti un’atmosfera che è possibile definire terapeutica. Sembra questa essere l’unica soluzione concreta che si profila all’orizzonte per ridurre una sofferenza sociale, mai arrivata a tali vertici nella storia dell’uomo. Soluzioni che implichino solo risposte di tipo socio- economico, sono destinate al fallimento. Se è infatti vero che, la precarietà, la disoccupazione, la marginalità socioeconomica, sono fattori precipitanti la sofferenza e il disturbo psichico, questi da soli di certo non bastano a garantire la salute psichica della popolazione.

Se la necessità di appartenenza, condivisione gruppale, soluzione dei vissuti di solitudine non sembra attenere al compito delle istituzioni pubbliche, nuove forme di socialità nate dal basso sembrano oggi poter compensare quelle mancanze. Il bisogno di comunità e socialità infatti non può rimanere a lungo insoddisfatto, Si vede quindi oggi il fiorire di nuove forme di autorganizzazione, soprattutto nei giovani, il cui bisogno di socialità è ineludibile, pena una distorta formazione della propria identità. L’appartenenza al gruppo dei pari costituisce infatti un compito evolutivo prioritario e insostituibile, esogamico ed extra-famigliare, per la costruzione della propria identità. Assistiamo quindi al nascere di nuove forme associative create dai giovani stessi, in terzi luoghi (Roy Oldenburg 1989), alternativi alla vita famigliare e all’ esperienza scolastica, dove coltivare la propria appartenenza, socializzare il proprio sapere, esercitare i propri diritti, che assurgono spesso a forme di partecipazione politica. E’ possibile ravvisare questi bisogni anche negli ultimi eventi pubblici in cui, più che legittimamente, i giovani oltre ad esprimere istanze rivendicative per il loro futuro, hanno potuto sperimentare forme di partecipazione inedite, che hanno saturato, seppur temporaneamente, il loro bisogni di appartenenza e socialità.

Ma anche nel mondo adulto tali bisogni, rimasti a lungo insoddisfatti, iniziano a farsi sentire, con la costruzione di una socialità nei rapporti di prossimità dei condomini, nelle esperienze di co-housing, nelle aggregazioni spontanee basate su interessi comuni. In tutte queste esperienze risultano determinanti gli aspetti riguardanti forme di comunitarismo, di democrazia, di tolleranza. Se pure non possiamo parlare esplicitamente di gruppi che hanno una funzione curante, possiamo senza dubbio affermare che si tratti di organismi che possono svolgere, inconsapevolmente, la funzione di prevenzione dalle potenziali conseguenze dell’isolamento sociale.

Abbiamo voluto, in questo breve articolo, testimoniare di come un modello sperimentale di comunità artificiale, nato per curare persone sofferenti di vari disturbi psichici, possa mettere in luce bisogni e risposte che riguardano invece l’intera società. L’applicazione delle ricerche e dei principi di funzionamento delle comunità terapeutiche potrebbero informare tutte le istituzioni verso l’obbiettivo di un benessere sociale più esteso e diffuso. Può certo questa essere considerata una visione irenica, ma quale società può sopravvivere a se stessa senza una visione utopica di cambiamento, di un futuro miglioramento non solo materiale ed economico?

BIBLIOGRAFIA

  • Paul Bernard, Lo sviluppo della personalità Feltrinelli 1980
  • Zygmund Bauman, Voglia di comunità Feltrinelli 2003
  • Renè Kaes, Le alleanze inconsce, Borla 2010
  • Aldo Bonomi, Il difficile sincretismo tra comunità di cura e comunità operosa Asmepa Edizioni 2012
  • Ray Oldenburg, The Great Good Place Marlowe &C Company.1989
  • Luigi  D’Elia, Marino De Crescente, L’ Ambiente di comunità EDUP 2020
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