Nel 2011 usciva per i tipi della Bruno Mondadori un volumetto che forse merita di essere rivisitato: L’IDEOLOGIA DEL DENARO, Tra psicoanalisi, letteratura, antropologia. Si tratta di una raccolta di cinque saggi a cura da Adriano Voltolin. Gli autori sono lo stesso Adriano Voltolin, Rolf Haubl, Claudio Windmann, Lorenzo D’Angelo, Franco Romanò
La provocazione comincia con la copertina dove compare il particolare di un grande affresco di Taddeo di Bartolo ancora visitabile nella controfacciata della Collegiata di San Gimignano. Si tratta di un giudizio universale in cui i sette vizi capitali vengono rappresentati nell’atto di subire la pena ad essi comminata dalla Giustizia Divina.
L’immagine riportata dal libro in esame ripropone il dettaglio più drammatico dell’affresco che simboleggia la punizione prevista per l’avidità: l’usuraio giace sfigurato dal proprio ventre abnorme e schiacciato dal diavolo che lo costringe a terra tenendogli le zampe sul petto; guardandolo di sguincio defeca nella sua bocca una pioggia di monete, quelle di cui l’uomo fu troppo avido nella sua vita terrena. L’opera risale al 1393, il Medioevo volge verso una fase meno penitenziale. L’incipiente economia mercantile si apre a più ricchi investimenti, l’azzardo muove i capitali su rotte sconosciute, la previsione di più cospicui guadagni stimola gli appetiti ed esalta le ambizioni. Anche la Chiesa non è certo immune da arricchimenti di dubbia provenienza, ma il panorama degli ambienti religiosi è ampio e vario e la spinta pauperistica va di pari passo con il crescere dell’opulenza dell’alto clero.

L’affresco di Taddeo di Bartolo si aggiunge alle tante raffigurazioni sacre e profane che vogliono essere di ammonimento e di esortazione verso costumi più castigati. È quindi allegoria quanto mai opportuna per introdurre i cinque saggi contenuti nel libro, innanzitutto perché allude sinteticamente, ma con la forza dell’immagine, allo spessore storico del tema trattato; inoltre perché visualizza una vulgata condivisa e non lontana dalla realtà: il denaro è lo sterco del diavolo. Aggiungerei che non manca un filo di ironia nel dimostrare con un’immagine vecchia di otto secoli che, a fronte di tanto struggente moralismo banalmente condiviso, il denaro in tutte le epoche ha costituito il movente principale e sotterraneo di tante condotte sia individuali che collettive. Ed è interesse tanto pervasivo che nel libro in questione viene affrontato secondo un approccio multidisciplinare.
Ecco una sintesi stringatissima di tre dei saggi contenuti nel prezioso volumetto.
ROFLF HAUBL è germanista, professore di sociologia e psicologia sociale. Il suo saggio Il denaro governa il mondo – esterno ed interno, inizia sottolineando che il valore del denaro è ancorato alla possibilità del suo utilizzo nel mercato e mostra il suo potere nella capacità di imporre relazioni di scambio. Ma la relazione di scambio dipende dagli stili monetari individuali che in quanto tali dipendono dalla storia personale. C’è chi con il denaro pensa di procurarsi la sicurezza di cui è carente, o l’amore che non pensa di meritare, o il successo e il potere per contrastare la paura del fallimento e della sottomissione. Ma in una società capitalistica chi può stabilire che la quantità di denaro posseduta è sufficiente? La scala dove si colloca il denaro è aperta all’infinito; invece, la natura dei bisogni umani è discontinua. Come sincronizzare la produzione di merci con quella dei bisogni? Ecco che la società capitalistica deve produrre non solo merci ma anche bisogni. Haubl conclude proponendo una sfida: civilizzare il capitalismo. Oggi, a quindici anni da quella prima edizione e alla luce degli ultimi scenari creati dal mondo della finanza, è da considerarsi una sfida possibile?
Con il saggio di LORENZO D’ANGELO, antropologo, si va in Sierra Leone, quando negli anni ’30 era un protettorato inglese. La soglia di povertà degli indigeni era bassissima. Ma quel territorio nel giro di vent’anni si rivelò ricchissimo: celata sotto il fango brillava una quantità indefinibile di diamanti. Naturalmente il monopolio dell’estrazione fu concesso ad una compagnia anglo americana. Ma varie ordinanze stabilivano i termini, le modalità e i limiti delle operazioni di estrazione a cui, con strumenti rudimentali, anche gli indigeni potevano occasionalmente partecipare. Concessione che teneva conto del fatto che i diamanti nei territori a carattere alluvionale non si concentrano in un solo posto, ma sono distribuiti in forma casuale e aleatoria. La prospettiva di un guadagno veloce e quasi miracoloso mise in moto le fantasie dei locali, fantasie che affondavano le radici in un’ampia favolistica autoctona che celebra l’arricchimento come dono divino, o premio finalmente ricevuto a compenso della tenacia dimostrata anche davanti alla rovina. Fatto sta che, nonostante la difficoltà e l’incertezza delle operazioni di scavo, furono in molti a perdere i beni e la vita per investire nella ricerca. L’attrazione per il prestigio sociale, sostenuta dall’etica del sacrificio, è stata assai più potente dell’enorme quantità di rischi. Il successo di uno pesava molto di più della morte di molti, la luce flebile e sporadica di una pepita d’oro oscurava i tanti fallimenti acclarati. Agli occhi dei locali la possibilità di capovolgere i secolari rapporti di forza tra ricchi e poveri sembrava fornire le chiavi d’accesso al grande luna park del consumismo globalizzato. Dalla Magia dalla favola alla realtà magica, Fortuna e Benedizione diventano parole ricorrenti.
CLAUDIO WIDMANN, psicoanalista junghiano, parte dalla fiaba 31 dei Fratelli Grimm che narra di un mugnaio caduto in disgrazia, ma ecco che uno sconosciuto gli promette una sconfinata ricchezza in cambio di ciò che c’è dietro il suo mulino. Poca cosa, pensa il mugnaio, che non sa che sta facendo un patto con il diavolo, personaggio che sa fare bene i suoi calcoli. Infatti, dopo qualche anno, alla resa dei conti, dietro il mulino a spazzare il cortile, si trova proprio la figlia del mugnaio che diventa quindi il prezzo della ricchezza.
Il mugnaio fallisce per ben due volte: prima sul piano economico e poi su quello affettivo. Widmann fornisce uno strumento di analisi di tipo etimologico: da dove deriva la parola fallimento? La matrice etimologica greca rimanda al cadere, sphallein, e all’inganno, phelos. Affondando le radici in territori ancora più arcaici come il sanscrito, sphal significa vacillare e dvahl nuocere.
Pertanto, l’idea del fallimento è archetipica e connotata da sensi di colpa, quindi il crollo di un progetto finanziario è di per sé metafora di innumerevoli obiettivi mancati, “diventa esperienza esemplare dei rovesci esistenziali che punteggiano l’evoluzione di ogni individuo” (p. 70). Di conseguenza il fallimento diventa “un attacco al narcisismo personale e provoca impennate di narcisismo reattivo… modulo comportamentale che può assumere portata tanto vasta da coinvolgere l’economia di intere nazioni” (p. 74)
Le sintesi appena proposte sono per necessità assai riduttive poiché si tratta di saggi scientificamente strutturati, analitici e variamente sfaccettati, ben lontani dal facile intrattenimento.
Approfittiamo ora della disponibilità del curatore della raccolta ADRIANO VOLTOLIN per approfondire qualche aspetto di quell’indagine, soprattutto in relazione a quanto avvenuto nei quindici anni trascorsi da quella edizione.
Adriano Voltolin, psicanalista di formazione storico – filosofica, si è formato alla SPI, è docente nei seminari dell’Associazione di Psicoanalisi Critica, autore di moltissime pubblicazioni tradotte e diffuse particolarmente in America Latina.
DOMANDA:
Adriano, prima di affrontare qualche tema di carattere strettamente psicoanalitico, vorrei che ci chiarissi un concetto che mi pare sia alla base dello sviluppo del tuo pensiero. Nel saggio “Un desiderio imperioso e insaziabile” contenuto nel volume riferisci le tre funzioni che Marx attribuisce al denaro: a) la tesaurizzazione b) il mezzo di pagamento, c) il denaro mondiale. (pag. 21) Se intuitivamente riusciamo a comprendere il significato delle prime due, mi pare sia utile qualche chiarimento rispetto alla terza funzione che appare gravida di ampie implicazioni, soprattutto in questa fase storico- economica in cui la dematerializzazione della moneta e il potere della finanza danno del denaro mondiale una visione piuttosto enigmatica, almeno per chi non sia addetto ai lavori.RISPOSTA:
Ciò che Marx definisce “denaro mondiale” è, così afferma, il coincidere del denaro col suo concetto. Intuizione straordinaria perché è proprio, oltre un secolo e mezzo dopo la pubblicazione del primo libro del Capitale, ciò che oggi vediamo realizzarsi. La progressiva scomparsa del denaro come oggetto (di carta, giacché la scomparsa del denaro come equivalente in oro o argento del valore impresso sulla moneta stessa data oramai di alcuni secoli) annulla la simbolizzazione pura per divenire una pura astrazione, indefinibile, del valore venale: si è passati dal registro simbolico al reale, al non pensato, all’inesistente. Un inesistente che pure permea di sé la struttura portante della società. Il denaro è qualcosa che tende a non esistere più ma la cui presenza è indispensabile. Un vero fantasma che si aggira nelle menti.DOMANDA:
Ciò premesso per quanto riguarda il contesto ambientale, tu ne analizzi la ricaduta sul piano psichico individuale. In che modo un’abbondanza priva di limite o apparenti confini finisce con il mutare la natura stessa del desiderio? In realtà nel tuo saggio del 2011 tu già sviluppavi questo tema, ma forse oggi, in concomitanza con una fase ancora più avanzata del capitalismo, è possibile individuare conseguenze ancora più ampie.RISPOSTA:
La mancanza di limite alla fame di ricchezza, di denaro, avvicina da un lato il desiderio alla sua essenza di un “essere” (Sein) astratto, ma dall’altro modifica il desiderio rendendolo eternamente ingannato da oggetti che vengono proposti come essenziali alla sua soddisfazione. Ciò fa capire come taluni analisti parlino, e non certo a sproposito, riferendosi alle patologie oggi prevalenti, di soggetti senza inconscio. Il desiderio immediatamente e sempre soddisfacibile non è più desiderio, ma godimento di uno stato di perenne e rinnovabile illusione.DOMANDA:
La pulsione del desiderio, la soddisfazione del piacere e le possibili deviazioni costituiscono una parte fondamentale della vita di ognuno. Si tratta di una sfera che sembra appartenere alla soggettività dell’individuo. Ma con tali affermazioni tu evidenzi la connessione tra patologie della comunità e patologie individuali. È possibile mettere in luce brevemente quale sia il punto di contatto? Soprattutto in rapporto alle mutazioni sociali di cui tutti negli ultimi dieci quindici anni siamo testimoni.RISPOSTA:
I fenomeni relativi alla riformulazione del simbolico e della trasformazione del desiderio in godimento, fanno sì che il legame sociale, anche nella sua formula patologica di assunto di base, si sciolga nella parodia di una società democratica che sarebbe tale solo perché “uno conta uno”, dove la libertà sarebbe testimoniata dal fatto che ognuno può occuparsi di ciò che vuole, dal desiderio di salvare i gatti randagi, all’ impegnarsi per la diffusione di un pensiero esoterico e salvifico o alla diffusione del melodramma lirico. La scissione in particelle del legame sociale diviene coincidente col fatto che nel singolo la fantasia di successo si lega al fantasma delle risorse in denaro da spendere senza misura, per il raggiungimento di una vera felicità.
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Disponibile a rispondere a qualche domanda è pure lo scrittore Franco Romanò scrittore, poeta e saggista che individua nel denaro il fulcro narrativo di molte favole e anche di opere letterarie di ampio respiro.
DOMANDA:
Nel tuo saggio contenuto in L’ideologia del denaro, tu indaghi nella narrazione letteraria e individui nel topos denaro/ricchezza/avidità un crogiolo importante in cui si proietta un mondo di desideri e di valori. Ci si rende conto di come nell’universo infantile della favola il tema del possesso già costituisca un fulcro imprescindibile dell’agire umano.
Quindi passi ad analizzare narrazioni di alto impegno letterario in cui l’elemento magico, tipico della favola, viene sostituito dal mistero della casualità che tanta parte ha nell’età adulta.
Ecco che emergono autori come Elias Canetti di Massa e potere, Arthur Miller de L’orologio americano.
Il pensiero dei personaggi è inquadrato nel contesto storico e il loro stesso carattere, secondo la tua analisi, risulta leggibile alla luce delle condizioni economiche che connotano quell’epoca.
Tra i testi presi in esame, indimenticabile il Canto XLV di Ezra Pound, detto anche dell’Usura dove l’economia diventa oggetto di poesia e, secondo una tradizione di cui individui le ampie radici, riesce a “portare ciò che sembra impoetico nel cuore della poesia e del suo linguaggio, rinnovandoli profondamente entrambi”. (p. 153)
Oggi, dopo quindici anni, cosa cambieresti di quel saggio? C’è qualche altra opera letteraria che vorresti mettere in luce?RISPOSTA:
Per quanto riguarda il rapporto fra denaro e letteratura, che era il mio tema, non cambierei granché. Anche se oggi darei meno importanza ai romanzi di fine Ottocento legati ad una fase storica con caratteristiche superate, per dare maggiore evidenza alla produzione letteraria italiana dell’ultimo cinquantennio volta a guardare al mondo dell’industria dal punto di vista del lavoratore. Certamente analizzerei il romanzo Tuta blu di Tommaso Di Ciaula, un memoir-pamphlet autobiografico sul lavoro a cottimo nell’industria pugliese. Fu pubblicato la prima volta da Feltrinelli nel 1978, ma ben presto spinto ai margini dell’industria editoriale. Nel 2022 viene riproposto dalla Casa Editrice Alegre diretta da Alberto Prunetti che dedica grande attenzione agli scrittori operai. Impegno portato avanti dalle due edizioni del festival della letteratura working class organizzati dalla GKN occupata di Firenze.
Sono tutti momenti collettivi di riflessione su denaro ed economia anche da parte di chi fa poesia e teatro, esperienze che circolano poco ma sono assai importanti. I siti in cui scoprirle li trovi facilmente anche nel mio blog.
Da rileggere anche il romanzo di Aldo Busi Vita standard di un venditore provvisorio di collant, il primo e forse unico romanzo che fa capire l’avanzata del lavoro precario a partire dal 1985. La narrazione testimonia la condizione di chi l’andazzo economico lo subisce suo malgrado.
DOMANDA:
Tu stesso sei scrittore e poeta. Ma lo studio del sociale, oltre ad essere funzionale alla tua parte creativa, ha sempre alimentato in te un profondo interesse per l’economia che hai sempre coltivato anche come studioso e cittadino consapevole.
Quali sono le riflessioni a cui ti ha indotto lo scenario planetario in cui agisce la nuova economia?RISPOSTA:
I cambiamenti più consistenti riguardano proprio il rapporto fra denaro, economia e finanza, nel senso che alcuni fenomeni che già individuammo in quel libro si sono estremizzati anche grazie all’utilizzo sistemico di strumenti tecnologici che sono sempre più potenti e pervasivi. Pervasivi perché attraverso i tracciamenti invadono la sfera personale e la orientano. Quando ce ne rendiamo conto è già troppo tardi. Le monete digitali e la cosiddetta intelligenza artificiale allargano a dismisura tale processo. Volendo aggiungere una sintesi a distanza, direi che siamo arrivati alle estreme conseguenze di quella crisi iniziata il 15 agosto del 1971 con la scelta dell’amministrazione Nixon di uscire dagli accordi di Bretton Woods. Diciamo che da allora, il denaro in quanto tale – specialmente negli scambi internazionali -, assomiglia sempre di più a quello del gioco del Monopoli piuttosto che a un’entità reale.DOMANDA:
Allo scrittore si concede l’arbitrio e addirittura l’utopia. Ti senti di azzardare qualche ipotesi sul nostro futuro? Dobbiamo avere paura? O abbandonarci al sogno di una palingenesi?RISPOSTA:
Ci provo. La difficoltà nel rispondere alla tua domanda sta nel fatto che le risposte possibili non riguardano il denaro e l’economia in senso stretto, ma la geopolitica e gli assetti internazionali. Che peso hanno oggi istituzioni come l’Onu, delegittimato per l’incapacità a fermare il genocidio a Gaza? Che peso hanno gli organismi che hanno gestito in modo fallimentare la globalizzazione come, per esempio, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale? Infine, l’Unione europea, del tutto messa fuori gioco dalla nuova amministrazione Usa e dall’asse Trump Putin, avrà un futuro?
In sostanza tutte le istituzioni nate alla fine della seconda guerra per creare un ordine internazionale e garantirne la pace sono svuotate di senso. Le questioni legate al denaro e alla finanza stanno dentro questa crisi che è geopolitica. Pertanto, è necessario riformulare un accordo globale di più larga intesa.
La paura di fronte a quanto accade è un atto di consapevolezza responsabile.
Ma tutto sommato continuo a pensare che i momenti di crisi acuta sono aperti sia alla catastrofe sia al cambiamento positivo. Non vedo solo ombre, ma anche luci: c’è una nuova generazione protagonista di movimenti importanti come abbiamo visto dall’ottobre scorso.
Chi si aspettava poi un sindaco socialista New York?
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Insomma, leggere Ideologia del denaro col senno del poi permette di mettere in luce la forza intuitiva di quell’operazione congiunta. Cinque intellettuali di varia matrice e formazione convergono in una linea di ricerca gravida di sviluppo. D’altronde il vil denaro pervade e collega settori apparentemente lontani dell’esperienza umana, dai più nobili ed ermetici ai più prosaici e strangolanti. Ma proprio per questo è necessario essere in tanti nello studio, alternare punti di vista e strumenti di analisi, attrezzarsi per un approccio globale e multidisciplinare. Un processo che va controcorrente data la tendenza all’iperspecializzazione a cui ci costringono i tempi.
Ma, proprio per restare controcorrente, sembra auspicabile una sorta di potlatch intellettuale che attraverso il dialogo crei un correttivo a quel mortifero processo che fa della crescita economica (a vantaggio di gruppi sempre più ristretti) un Moloch a cui sacrificare lo spirito della libera ricerca, l’impegno politico nell’assicurare condizioni dignitose di vita e nel proteggere la creatività umana. Creatività che già molti secoli or sono ha saputo condensare nella leggerezza di una moneta una immensa possibilità di scambio, genialità che nessuno vuole rinnegare, ma anzi valorizzare nel quadro di un’equa distribuzione a vantaggio delle tante spinte vitali che rendono variegato e complesso il cosmo dell’umano agire.





