PECUNIA NON OLET

UN EDITORIALE A DUE VOCI

N. 1 -

Anno 2026

Per questo nuovo tema, l’editoriale di Dromo si presenta in una forma inedita: due firme, due testi distinti. Due voci autonome che dialogano tra loro e aprono da angolazioni diverse lo stesso campo di riflessione.

Quando, Vespasiano, dopo aver tassato l’uso della pubblica latrina, affermò che pecunia non olet, il denaro non puzza, non avrebbe mai immaginato si sarebbe giunti  così lontano. Non solo il denaro non puzza, ma non ha consistenza, non ha peso, non ha colore.

Oggi il denaro, contenuto nelle nostre carte di credito o nei nostri wallet elettronici, ha abbondonato la sua natura corporea per divenire pura anima: presenza immateriale e eterea. Così il commutatore universale assume la forma che gli è certamente più consona, ovvero diviene pura astrazione. Scompare alla vista, al tatto e soprattutto all’olfatto.

È finito il tempo dei bei luigi d’oro che, custoditi in elegante sacchetto di cuoio, potevano esser mostrati nella loro bellezza. L’oro riluce come il sole, e il luigi d’oro, così come tante altre monete in simili metalli, pesavano del loro valore. Coniate con regali immagini, si facevano anche portatori della potenza del regnante di turno, e ne mantenevano la memoria storica, così che ancora oggi possiamo ammirarle in musei e nelle collezioni numismatiche.

Tempi antichi, molto antichi.
Quelle belle monete sono state poi sostituite da pezzi di carta, come si dice, dal valore solo nominale, chiamate a valere quel che valevano per comune accordo. Non è più il mondo aristocratico di un tempo; la borghesia industriosa ha bisogno di altro, e non si può andare troppo per il sottile. Triste passaggio, però, dalla luminosità dell’oro al sudiciume (quelle sì talvolta puzzano) della carta moneta. È ben vero che il sole dei luigi non splendeva per tutti, mentre la carta moneta circola più facilmente di mano in mano, e anche per questo diviene più sudicia, incontrando mani unte, sudate, sporche di grasso o di terra.

E tuttavia lì ancora si poteva mettere mano al portafoglio, sentirne con inteso piacere il gonfiore e derivarne un senso di potenza. Questa notazione può apparire intrisa di tristi riferimenti sessuali, ma il connubio tra potere economico e potere sessuale, anche nelle sue forme smaccatamente maschiliste, è cosa nota, e chissà, se qualcuno vorrà esercitarsi su questo tema.

Insomma, ancorché di carta, magari anche un poco sporca e maleodorante, sempre sull’orlo di divenire carta straccia, come insegnano le grandi svalutazioni del Novecento, ci si poteva ancora prendere la soddisfazione di accumulare qualcosa di concreto.

Oggi tutto passa attraverso transazioni virtuali: si perdono o si accumulano miliardi senza che alcun lingotto, alcuna carta moneta, si sposti da una tasca, più o meno figurata, a un’altra. Se nelle grandi transazioni finanziarie questo è realtà da molti anni, forse presto anche nella vita quotidiana di ognuno di noi il denaro sparirà: ci abitueremo presto ad un mondo in cui ci saranno solo transazioni digitali.

Avremo così realizzato l’Utopia di Tommaso Moro: un mondo senza denaro.
O meglio senza denaro reale, concreto, materiale, poiché il denaro rimane ben saldo al centro delle nostre vite e della nostra economia. Quando si parla della necessità di una nuova antropologia che ripensi completamente il concetto di reale e virtuale, forse bisognerebbe seguire proprio  il tema del nostro rapporto con il denaro. Le immagini ormai potremmo dire preistoriche di zio Paperone che si tuffa nel suo tesoro luccicante non hanno più senso, se non quello mitico della fiaba, per un’infanzia che probabilmente ha cessato da decenni di mettere il soldino nel salvadanaio.

È vero, nulla di nuovo.
La roba di Mazzarò di cui parlava Verga, o il denaro sotto il letto, sono immagini di una civiltà che non c’è più da molti decenni. Da anni il denaro ha perso la sua materialità finendo nei conti bancari. E tuttavia per molti il quotidiano rapporto con la carta moneta dava al denaro una concretezza psicologicamente importante. Perché, se è vero che il denaro non è importante in sé ma per quel che significa, ovvero per quello che permette di ottenere, è anche vero che sinora non era così facile scindere completamente il denaro materiale dal suo valore. Così la brutta e sporca carta moneta, nella sua concretezza materiale, un poco faceva rivivere lo splendore del luigi d’oro.

Oggi, come detto, si completa questa rivoluzione che sancisce l’assoluta arbitrarietà del denaro e la sua sostanziale immaterialità. Se si vuole, oggi, con una paradossale capriola, il denaro deve sparire dalla vita quotidiana proprio perché sporco, secondo la proverbiale definizione di Martin Lutero, sterco di Mammona. Solo che la natura sporca del denaro non è legata alla capacità di pervertire l’animo umano che le conferisce il suo potere di onnipotente commutatore, ma al fatto che il denaro contante sfugge al controllo dell’occhiuto stato; si sottrae alla verifica e tracciabilità della transazione; rivendica in qualche senso uno spirito libero e anarchico, e quindi potenzialmente vicino all’illecito.

Nella vulgata psicoanalitica denaro e feci coincidono, ma in questo caso non è chiamato in ballo Mammona e le sue perfidie: molto semplicemente le feci sono il primo dono che un bravo bambino può fare alla persona che si prende cura di lui. L’apprendimento del controllo degli sfinteri carica le feci, meglio, la capacità di trattenere e poi di svuotarsi, di un particolare valore psicologico: intorno al trattenere e allo svotarsi si costruisce una trama di gesti di approvazione, soddisfazione o irritazione che finisce per conferire alle feci un grande valore che permane per tutta la vita. Intorno a questo momento del processo di crescita, quella definita da Freud fase anale, viene costruito il profilo psicologico del cosiddetto carattere anale: avaro, accumulatore, ossessivo, e la conseguente sovrapposizione tra feci (ciò che si trattiene o si dà) e denaro, per antonomasia quello che si trattiene o si dà. Ma l’equivalenza feci denaro rappresenta bene anche l’ambivalenza che l’essere umano, poiché credo sia qualche cosa che attraversa le civiltà e i periodi storici, ha nei confronti di quella cosa che chiamiamo denaro e che appare capace di aprire tutte le porte, soddisfare ogni desiderio, realizzare qualsiasi sogno.

In sostanza, il denaro simboleggia in maniera potente l’essenza grande e terribile dell’essere umano.
Colui che proprio perché non dotato di alcuna specializzazione è totipotente, e proprio perché totipotente non si ferma di fronte a nulla, e questo, forse, lo porterà alla perdizione. Almeno le grandi narrazioni del Faust e del Don Giovanni mozartiano questo raccontano.  Ma il denaro, oltre ad essere un grande simbolo dell’umana natura è indispensabile e, nonostante i desiderata di Moro o le intenzioni di Lenin, e per questo ci domina e ci possiede. Fonda il suo dominio, come ogni grande imbonitore, sulla promessa di ogni felicità, ma non c’è bisogno di scomodare la livella di Totò per sapere che queste promesse sono in parte illusioni. Si dice che il denaro forse non dà la felicità, ma la imita molto bene. Purtroppo è vero, ed è proprio il fatto che la imiti, ovvero che abbia questa capacità mimetica, che il   denaro produce anche grande infelicità, e non solo presso cloro che il denaro non ce l’hanno.

Il denaro, infine, è omologo del linguaggio:

“La persistenza di alcune metafore che si basano sull’equivalenza linguaggio/denaro sembra rinviare a una più sostanziale analogia. (…) Denaro e linguaggio sono inoltre accomunati da una medesima caratteristica: l’arbitrarietà del rapporto tra seno e significato, e dunque la convenzionalità del valore attribuito ai segni”
(Denaro, Dizionario dei temi letterari, Utet).

In sostanza, come dice Levi-Strauss, donne, denaro e linguaggio sono i principali mezzi di scambio tra gli uomini e rappresentano la base della società stessa. Del resto, anche il linguaggio ci domina e rappresenta un altro grande commutatore.

E forse anche il linguaggio si può accumulare, nella sua forma materiale, la parola scritta, o nella sua forma immateriale della parola detta. La differenza tra linguaggio e denaro è che il primo è un bene illimitato, almeno nella forma orale, e quindi non è necessario, per accumularne, sottrarlo all’altro. 

RAFFAELE BRACALENTI

C’è un filo sottile che attraversa la storia dell’umanità, una fantasia senza odore né colore, senza corpo, eppure capace di plasmare desideri, ordire paure, modellare le nostre vite più di quanto siamo disposti ad ammettere, la ricchezza, che una volta non necessariamente si figurava nel denaro.

Nelle fiabe che leggevamo da bambini, almeno sino alla mia generazione di sessantenne, la ricchezza era evocata da cibo buono e abbondante, da case e castelli sicuri riparo dalle intemperie, fuoco per cuocere e scaldarsi, abiti, oro e gioielli. Il denaro — questa astrazione potentissima — è diventato il grande racconto dell’età moderna.

E come ogni grande racconto, ha trovato ospitalità naturale nella letteratura. 
«Il denaro è la vita sociale», scriveva Balzac, che più di chiunque altro comprese la centralità dell’economia nelle passioni umane e le conseguenze di una cattiva gestione delle finanze personali, perseguitato a vita da numerosi creditori.
La sua penna fotografava la febbre dell’arricchimento nella Parigi ottocentesca, che sentiamo vicina a noi, ma il grande mago dell’anima, delle passioni, William Shakespeare aveva colto l’ambivalenza più profonda del denaro: «L’oro? È il comune corruttore dei cuori…» (Timon of Athens), ma non sono poche le sue opere in cui il tema ritorna. Il denaro come possibilità e rovina, creazione e distruzione.

Al denaro sono legate azioni, emozioni e comportamenti.
Col denaro si fa la beneficenza, le opere per il bene pubblico ma si può svegliare anche la serpe dell’avidità, il ratto dell’avarizia, il ribaltamento di rapporti che dalla relazione basata sul franco scambio diventa manipolata dal bisogno di avere quello che l’altro ha e se non si può avere la sua anima, ammesso che questo patrimonio immateriale sia di interesse, si vuole la vita che il danaro può dare. Che può arrivare ad essere anche una vita di privazione e miseria se la colonia della tirchieria domina sul desiderio, cosa che con competenza tecnico-analitica ha già illustrato Raffaele Bracalenti nella prima parte di questo editoriale. 

Sistemi sociali sono costruiti intorno alla mancanza o regolazione del denaro, anche se stiamo assistendo ad una stortura contemporanea in cui è l’economia a determinare la politica e non il contrario. Pensiamo al welfare o al lavoro di servizio e sicurezza sociale dalla società ancora percepito come qualcosa da cui tenersi lontani perché riguarda “i poveri”. Ma chi ha lavorato sul campo sa come dietro la mancanza di denaro di una persona, una famiglia, ci siano innumerevoli fattori che entrano in gioco. In una regione del sud in cui lavorai da giovane, usavano dire: “Non c’è misera senza difetto”, sì, vero, usavano il termine miseria e non povertà, anticipando nella cultura popolare le profonde elaborazioni che avrebbe fatto Pasolini al riguardo. Quella frase mi faceva accapponare la pelle perché mi pareva collocare solo in una falla personale l’assenza di possibilità, scaricando la società da responsabilità, ma anche evocando debolezze più torbide della fragilità. Nelle vecchie fiabe la povertà, l’assenza di denaro è quasi una ricorrenza. Pelle d’asino sfugge al matrimonio col proprio padre indossando la pelle di un asino, da lui  posseduto, che materializzava danaro. Il padre pur di possedere la figlia se ne priva. Credo che non ci siano molti commenti da fare sulla sovrapposizione tra insanità del desiderio e mezzi per appagarlo.

Gli appetiti che il danaro può appagare, possono essere i più diversi, Brecht non ha esitazioni nel dichiarare la sua brutalità, attraverso il cinico Mackie Messer:
«Prima viene il mangiare, poi viene la morale».

Tanto il denaro è legato alla vita che non raramente entra in poesia. Valga per tutti il lavoro di Ezra Pound con i suoi Cantos dove il XVL è completamente dedicato alla finanza e all’usura. Una mia cara amica che lavora con quantità ingenti di denaro, mi dice che esso va – in quantità eccedenti sia il necessario che il comodo – da chi lo desidera in modo assoluto.
Desiderio? Ossessione? Certamente credo si sia lontani dal funzionale bisogno.  

La verità è che il denaro non è mai soltanto numeri.
È simbolo, relazione, potere. È la grammatica nascosta dietro molte delle nostre scelte. Anche oggi, quando si parla di algoritmi, mercati, criptovalute, ciò che ci attrae o ci inquieta non è tanto la tecnica, quanto il suo impatto sui nostri legami, sulle nostre fragilità, sui nostri sogni. Per questo DROMO dedica questo numero al denaro: per interrogarne i miti, per attraversare le sue metamorfosi nella storia e nella letteratura, per chiedere alla poesia di restituirci uno sguardo che non sia schiacciato dal valore economico.

Non per moralizzare, ma per capire. Non per celebrare, ma per osservare come il denaro continui a fondare — e a corrompere — la nostra idea di libertà.

 

MARIELLA DE SANTIS

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