IL PESO DEL VUOTO

N. 2 -

Anno 2025

La porta si è richiusa alle sue spalle.
La casa adesso è silenziosa e immensamente vuota. Ogni stanza reca tracce della sua presenza che ancora aleggia e già non è più. Anche io sono vuota, frammentata, sminuzzata. Fino a qualche ora fa tutto appariva intriso di senso, le azioni avevano uno scopo, gli oggetti un proprio perché; ora non vedo significato e le ore che si profilano innanzi sono avvolte da una coltre di nebbia minacciosa. Sono in bagno e una donna mi fissa allo specchio con uno sguardo stanco e spaurito, sembra invecchiata prematuramente, le labbra sono serrate e una piccola ruga le increspa la fronte. Il suo volto comunica paura. Apro al massimo il getto del rubinetto e riempio la vasca di acqua calda fino all’orlo; il vapore destruttura ogni angolo della stanza e i mobili galleggiano sfocati.  Lascio ricadere i vestiti sparpagliati sul tappetino e mi immergo. Per un istante, quando il corpo sfiora l’acqua bollente, il respiro si arresta. Fuori piove, sento i battiti della pioggia picchiettare sull’abbaino e vedo i rigagnoli cadere rapidi in verticale.  Dicono che l’acqua fredda aiuti di più in queste circostanze, ma io ricorro sempre a un lungo bagno caldo. Quando l’acqua si sarà raffreddata, riempirò un altro po’ la vasca e così di nuovo, finché sarà colma. Per allora però è probabile che il caos dentro di me si sia ricomposto, il ritmo del cuore abbia rallentato e la respirazione sia tornata regolare.
Chiudo gli occhi.

Un vento leggero gioca con i miei capelli, i raggi del sole sono alti e gentili, il loro tepore è una lieve carezza. La spiaggia è quasi deserta: onde alte si rifrangono sulla battigia e schizzi vivaci mi lambiscono. Respiro e l’aria fresca fluisce rapida dentro di me galvanizzandomi fino all’estremità dalla punta dei piedi. «Attenta a non bagnarti!» urla mia madre raccogliendo i lembi della gonna in una mano e parandosi con l’altra gli occhi dal sole abbacinante. «Coraggio, è ora di andare, fra poco sarà arrivato». Io tremo per l’emozione. Prima di seguirla guardo un’ultima volta il mare: lo temo e al contempo mi affascina; basterebbe poco per perdersi del tutto fra i flutti viola eppure mi sento sopraffatta dal languido desiderio di scomparirvi dentro, di essere trasportata e trascinata, alga scura in balia della corrente.

Tutto per strada vibra di vita e luminosità: gli alberi scintillano di verde e i limoni sono sfere corrusche; mia madre, davanti a me, sembra quasi una creatura vegetale mentre incede sottile e sinuosa nel suo vestito bianco e una cascata di capelli rossi sobbalza lungo la schiena. Ci fermiamo al banco del pesce: viscido e rilucente il pescato esposto emana un odore così pungente da farmi starnutire, allora la mamma accetta un ciuffo di menta che le porge il pescivendolo e me lo mette sotto il naso; mi sorride con sguardo complice. Prendiamo il branzino per pranzo – il preferito di papà – e poi passiamo dal fornaio per comprare pagnotte fragranti e focacce con olive. Ogni sabato si replica il rito, la preparazione è elettrizzante: ogni suo gesto, così come l’attenzione che ripone nei dettagli, è un antico e nobile cerimoniale che va in scena nei giorni di grande festa. La casa risplenderà e profumerà di lavanda, lei si dedicherà alla cucina mentre io apparecchierò la tavola: uccellini gialli e rossi rallegreranno il bianco nitore della tovaglia, i piatti in porcellana saranno disposti con estrema attenzione, piegherò i tovaglioli in cotone come lei mi ha insegnato e li porrò con la punta rivolta all’esterno, poi correrò in giardino per selezionare un mazzo di fiori che trionfi a centro tavola: le ortensie gialle, le mie preferite. Le reciderò con precisione e le comporrò con cura dentro la cesta di vimini. Mia madre mi fa cenno, la seguo in bagno e mi siedo sul bordo della vasca, punto privilegiato per osservarla nell’atto di raccogliere i capelli ramati in uno chignon e appuntarli con un fermaglio a forma di farfalla cosparso di pietrine turchesi. I suoi occhi chiarissimi mi sorridono allo specchio: sa che adoro guardarla mente si trucca e osservare la rapidità e la sicurezza con cui dispone la cipria sul volto e l’eleganza con cui allunga le ciglia fulve. Infine, si asperge con due gocce di profumo, una fragranza delicata e fresca, e poi fa segno di avvicinarmi. Mi posiziono davanti a lei e guardo il mio riflesso allo specchio: una bambina di otto anni dai grandi occhi nocciola e dall’incarnato ambrato mi osserva perplessa. Non le somiglio affatto – penso – non ancora. Mi spazzola i capelli e li acconcia in due grandi trecce, quindi mi spruzza due gocce del suo profumo. Ora resta soltanto l’attesa: col tempo sono divenuta esperta in quest’arte. Mi siedo su una poltrona del salotto dalla quale posso vedere la porta d’ingresso; mia madre è seduta al mio fianco con un libro in grembo: cerca di celarla ma respiro la sua apprensione, guarda l’orologio, poi di nuovo il libro, poi l’orologio: l’una e trenta. Da che abbia memoria mio padre è una presenza sullo sfondo, una comparsa dei fine settimana, in arrivo il sabato verso ora di pranzo e in partenza già la domenica nel primo pomeriggio. Adesso che sono passati più di vent’anni e ripenso a lui, la sua immagine è evanescente: un uomo alto, dalle gambe lunghe e un po’ arcuate, sempre vestito elegantemente con completi grigi e una valigetta nera nella mano destra. Il suo volto invece si è quasi perso nei meandri della memoria. Di lui restano spesse sopracciglia nere e un naso dritto e sottile. Delle labbra invece non rammento nulla, come delle parole, eco ormai estina di un lontano passato, che scompaiono come i ricordi, come l’acqua che scorre vorticosa lungo lo scarico quando svuoto la vasca. Mi avvolgo nell’accappatoio e con i piedi nudi cammino sul marmo freddo della casa. Il cuore batte normalmente, nessun pensiero negativo attraversa la mente. Ci si abitua a tutto, penso, mi abituerò anche alla sua assenza. «Vedrai, sarà per poco tempo» mi ha detto poche sere fa quando, annunciandomi della promozione, ha aggiunto, quasi fosse una nota a margine, che prevedeva il suo trasferimento in un’altra città, a centottanta chilometri di distanza. Nel descrivere la nuova posizione, i suoi occhi brillavano entusiasti – ovvio che non ci pensava due volte – mentre sentivo che la mia faccia andava assumendo una maschera: una paralizzata quanto falsa contentezza, e la realtà tutt’intorno si sgretolava – la casa in cui abbiamo vissuto per tre anni, le foto che ci ritraggono insieme, e io stessa a poco a poco iniziavo a scompaginarmi, come un vecchio libro che da tempo immemore nessuno sfoglia più.  

E se non volessi abituarmi a questo vuoto, che pesa, più opprimente del pieno?
Mi dico a un tratto, come svegliandomi dal torpore, e a mano a mano che mi rivesto questa idea diventa martellante. Dopo tutto, perché dovrei, non ho forse anche io il diritto di scegliere per me?
Il pensiero allora corre a mia madre, ignoro se abbia avuto questa possibilità, forse non ha potuto – non lo saprò mai – non abbiamo più parlato di lui. La prima settimana dopo quel sabato profumato l’ho vista consumarsi fra lacrime di rabbia e disperazione. Come aveva potuto lasciarci? Me lo chiedevo senza sosta. Lo amavo immensamente, di quell’amore spontaneo e totalizzante di cui sono capaci i bambini. Benché adesso non ricordi la forma delle sue labbra né il suono della sua voce, non dimenticherò mai l’emozione con cui lo attendevo ogni sabato pomeriggio, seduta in silenzio trattenendo il fiato, il nervoso scorrere delle lancette, il freddarsi del pranzo perché tardava sempre, e poi la gioia infinita e infantile di mia madre, alla vista di lui che apriva la porta e lasciava all’ingresso la valigetta, lo slancio con cui si gettava fra le sue braccia, che non si aprivano mai del tutto per accoglierla, sempre un po’ troppo strette e legnose.  «Tuo padre non è bravo a mostrare le sue emozioni, ma ci vuol bene» era solita dirmi. Io le stavo dietro, intimidita, fino a che non si staccava dal suo petto per rivolgersi  a me, invitandomi a farmi avanti, e così avanzavo con passi timorosi.  Lui allora si abbassava sugli stinchi per essere alla mia altezza, mi dava un piccolo e affettuoso buffetto sulla guancia e tirava fuori dalla valigetta qualcosa: di solito erano bambole un po’ scolorite e fuori moda che trovava di passaggio nelle aree di sosta dell’autostrada, regali anonimi e freddi come gli scaffali dell’Autogrill, ma che collezionavo e serbavo gelosamente. Dopo pranzo saremmo usciti tutti e tre per fare una passeggiata lungo la spiaggia. La passione per il mare, quella, l’avevo ereditata da lui. Saremmo andati alle giostre e avremmo assaggiato mele caramellate e zucchero filato: io a precederli e loro due insieme, un passo indietro. Credevo che sarebbe stato così in eterno, che la nostra famiglia sarebbe stata per sempre la mia famiglia, fino al sabato in cui lo attendemmo invano, una accanto all’altra, la tavola apparecchiata per pranzo mentre già imbruniva e le ortensie avvizzivano.  Le settimane successive lei era smarrita e distratta, il suo sguardo mi trapassava senza soffermarsi e quando le raccontavo le mie giornate mi rispondeva come da una distanza siderale. C’era sempre una nube ad oscurarla, aveva smesso di incipriarsi il naso e di canticchiare. Il rituale di preparazione si era estinto. Io non capivo ancora, e mi ripetevo che sarebbe tornato, che non poteva essere scomparso nel nulla. Ci sarebbero stati altri preparativi, altri sabati, altre bambole asettiche, mi dicevo. Poi, giorno dopo giorno, smisi di sperare, e crebbe in me lentamente una piccola e invisibile crepa. Spesso non ci facevo caso, perché ero sempre lesta nel rinzepparla: poteva essere la parola gentile di un’amica, il complimento di un insegnante oppure, crescendo, lo sguardo d’intesa di un ragazzo. Ma bastava che l’amica cambiasse scuola, che l’insegnante mi correggesse per un errore o che il ragazzo si allontanasse distratto, ed ecco che l’antica ferita si risvegliava, ed io sprofondavo in un baratro di disperazione e terrore, ove mi annidavo per mesi, convinta che non ci sarebbe stato mai più il calore di un viso accogliente o il conforto di una parola amica e che nessun sabato sarebbe di nuovo arrivato.

La casa è ancora silenziosa, ma di un silenzio calmo e avvolgente. Nel corso dei miei venticinque anni, spesso sguardi accoglienti mi sono stati rivolti insieme a parole gentili; talora, invece, l’indifferenza dell’altro mi ha lasciato nuda, e solo la solitudine mi è stata compagna. Anche di questa ho imparato a godere. I miei capelli si sono allungati come fronde, e al cambiare della stagione li ho recisi per vederli ricrescere più folti e fulvi di prima. Ho vissuto in appartamenti spogli e incolore che ho abbellito con foto di volti familiari, per poi lasciarli all’improvviso e cercare posti nuovi da battezzare come casa. Estranei sono divenuti amici e antiche conoscenze si sono trasmutate in cenni superficiali lanciati dal marciapiede opposto per la via. In mezzo a tutti questi mutamenti, oggi, mi chiedo: la paura che attanaglia o l’angoscia che soffoca sono poi le stesse di quella bambina dagli occhi nocciola e dalla pelle color dell’ambra? Sicuramente sì, eppure c’è dopotutto qualcosa di diverso in me, non sono la stessa di allora, non posso esserlo. In quel tempo ormai lontanissimo, non avevo potuto rincorrerlo per la strada urlando «fermati!». Quante volte ho sognato di farlo. L’ha reso impossibile. Ero una bambina, un virgulto delicato, ma adesso…

Esco. Ha smesso di piovere ma l’aria è ancora odorosa di temporale. Scivolo lungo i viali alberati, la gente al primo raggio di sole si è riversata per le strade, la vita palpita e io sono come una goccia nel fluire dell’esistenza. La ferita è ancora aperta, forse non si chiuderà mai, ogni tanto tornerà a sanguinare e io la ricucirò di nuovo. Nel vuoto imparerò a stare, fuor dell’attesa di qualcuno che venga a colmarlo: come i gabbiani che levitano in cielo e coi vuoti d’aria giocano, disegnando audaci circonvoluzioni, così lo esplorerò, calibrandone il peso, e lo addomesticherò per librarmi e con lui danzare. Sono in spiaggia. I marosi si inseguono, dei bambini corrono dietro un pallone, un aquilone oscilla sonnacchioso. Non aspetto nulla, sono un’onda, sorgo, mi trasformo, mi estinguo e rinasco.

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