Bandite le grandi ideologie della modernità, il progetto di emancipazione dell’uomo e di rinnovamento della società è stato consegnato interamente ad un principio astratto e universale, quello del denaro. “Il tempo è denaro”: c’è stato insegnato ovunque, con questa idea assillante siamo cresciuti. Salute, benessere, divertimento, carriera, sesso, potere, ogni aspetto della nostra vita è mediato dal denaro. Il denaro è lo spirito del tempo o, più prosaicamente, è la nostra unità di misura privilegiata. Si può misurare tutto con il denaro. Misura i rapporti, rende confrontabili i valori delle cose e dei servizi differenti tra loro. Il denaro è l’equivalente di tutti i valori, il valore di tutte le possibilità, posto ad un’altezza tanto astratta da rimuovere il portatore (Simmel). Ecco allora le misurazioni accurate di indici e valori economici per fotografare con precisione la realtà, predirne gli sviluppi futuri, e quindi controllare e indirizzare i comportamenti. È la metafisica del nostro tempo, che avanza pretese di verità universali e che pretende di fornire i criteri di ciò che è bene travestendosi da scienza.[1]
A ben vedere nella espressione “il tempo è denaro” i due termini, seppur posti in una relazione di identità, non sono però identici. Qui è il denaro ad avere la priorità e finisce per privilegiare una caratteristica del tempo: lo spazio. In questa equazione il tempo diventa qualcosa di misurabile, un tempo spazializzato, fatto di istanti tutti uguali fra loro e indipendente dallo stato psichico della persona. L’uomo è innanzitutto volontà di dominare il flusso continuo della vita in cui consiste il tempo vero e proprio. E la società, di conseguenza, diviene sempre più performativa, spingendoci a pensare a noi stessi come macchine efficienti e non come organismi che hanno ritmi e caratteristiche che cambiano continuamente. Questa macchina che è l’uomo può agire con efficacia se trasforma il flusso continuo del tempo in una successione di punti statici. La performance in questo caso segue un ritmo lineare sempre identico a sé stesso, che risponde ad un tempo fatto di istanti tutti uguali e punta ad un risultato misurabile, misurato cioè in un tempo numerico reso uguale al denaro.
Come equivalente di tutti i valori il denaro è identificato all’infinita possibilità di soddisfazione, che poi non è altro che il modo in cui pensiamo la felicità. Siamo convinti che per essere felici occorre essere tanto, il che equivale ad avere tanto, e consumare tanto; e che, per questo sia necessario crescere senza sosta, ad ogni costo. É il mito della crescita infinita, un’idea che invade tutto lo spazio della vita e trasforma in performance ogni momento della giornata. Quando si parla di crescita non si fa altro che veicolare l’ideologia del tempo, secondo cui si deve costantemente correre, crescere, accumulare, aumentare il fatturato personale così come si fa con quello di un’azienda. Spinti ad essere performativi dobbiamo ottimizzare il tempo. Siamo perennemente indaffarati, pieni di impegni e di cose da portare a termine, che ci spingono a procrastinare il momento in cui ci si potrà concedere tempo. Dobbiamo agire e farlo in fretta perché il tempo passa inesorabilmente, fugge.
Sentirsi soddisfatti diventa qualcosa di perennemente desiderato ma inattingibile se non per qualche istante, nel tempo parcellizzato. Si possono vivere anche grandi momenti di soddisfazione, ma effimeri. Nell’equazione “il tempo è denaro” non possiamo non vivere con un costante e sotterraneo senso di nullità (i filosofi parlerebbero di nichilismo). Siamo pieni e appagati grazie al denaro, ma questo appagamento è temporaneo e ci lascia un senso di insoddisfazione (come le botte di dopamina in seguito ai like ricevuti nei post, che durano poco e lasciano un senso di vuoto). Allora siamo spinti a provare ancora una volta a ricercare la stessa sensazione con l’illusione che duri di più. Il meccanismo è infernale, ci spinge a fare di più, ma niente di duraturo e di veramente appagante uscirà da lì.
Se misuro una sola grandezza altero la realtà, le altre variabili diventano incerte (come nel principio di indeterminazione). Siamo tanto nel fluire continuo del tempo, nel quale la vita si dispone spontaneamente, quanto nello spazio che ci viene aperto dalle azioni e dalle parole. In realtà si tratta di un’unica sostanza, il monismo di chi siamo, il monismo dello spazio-tempo che si dà in tanti modi. Viviamo nel tempo e agiamo nello spazio che trasforma il tempo in un tempo misurato. Non dobbiamo confondere i due piani, che poi sono Uno, la profonda intransitività della vita, il chi siamo, perché alla fine siamo sempre noi a vivere e a pensare, a stare nel tempo, a stare nello spazio. Nella formula “il tempo è denaro” c’è un nesso regolare che fa dipendere il tempo dalla produttività. La ragione che presiede al commercio con il denaro è una ragione contabile, calcolante. Qui il tempo non è qualcosa che posso sprecare, non ne ho mai abbastanza, si consuma velocemente, ho bisogno di accumularlo.
Ma se proviamo ad invertire la formula e diciamo “il denaro è tempo”, cosa otteniamo? Sembra qualcosa di insensato. Fermiamoci un attimo, prendiamoci tempo (in fondo è proprio di questo che stiamo parlando).
Non è vero che abbiamo poco tempo, ma siamo nel tempo e dunque in base a come siamo nel tempo abbiamo più o meno la percezione di avere poco tempo (Seneca docet). Proviamo a invertire i termini, “il denaro è tempo”: è un po’ come andare controcorrente, un risalire a monte in quel vuoto di significati dove non troviamo più quantità identificate, cose definite. Non più il “già fatto” ma il “da farsi”. Scopriamo un’altra metafisica, più complessa, dove il termine “metafisica” non significa che sta “al di là”, ma significa che sta dove le cose si delineano, dove prendono forma, nel flusso continuo del tempo. In questo continuo scorrere c’è di più: c’è una maggiore intensità e una maggiore ricchezza di realtà rispetto alla serie di istanti separati e immobili che troviamo nella metafisica del denaro. Il tempo non passa più come al solito. Alla durata oggettiva ed esterna, misurabile, subentrano i ritmi imposti dal nostro coinvolgimento. Agire soltanto nel senso della utilità (“il tempo è denaro”) vuol dire isolare le cose dalla loro processualità. Per questo occorre risalire alla fonte dell’esperienza, a monte di quella svolta decisiva in cui l’esperienza si piega nel senso della nostra utilità (Bergson). “Il denaro è tempo” significa allora vedere più di quanto vediamo abitualmente, immergerci in una dimensione in cui tutti i significati stratificati e compresenti, tutti i pensieri trattenuti nel sottosuolo della coscienza, si mettono in movimento. È immergerci in una percettività diffusa, “inutile” ma utilissima, scatenata in ogni direzione. É il tempo libero degli antichi (scholé), in cui si faceva fiorire quella parte geniale presente in ciascuno, un tempo che oggi giudicheremmo inefficiente.
Nella prima formula si vede il tempo passare in fretta, consumarsi, bruciarsi rapidamente, un tempo ridotto ad un semplice trascorrere. É per questo che cerchiamo di ottimizzarlo, di infilare mille impegni, di riempire ogni spazio vuoto, di capitalizzare ogni prodotto che si genera da questo passare, di strappare plusvalore dagli scambi col prossimo all’interno di un gioco a somma zero. Se ogni cosa diventa urgente, però, vengono meno le architetture del tempo capaci di stabilizzare la vita, spariscono tutte quelle pratiche intense cariche di tempo quali l’impegno e il coinvolgimento. Nella seconda formula, il denaro, il valore di tutti i valori, non è altro che tempo, e il tempo non è più qualcosa che non fa altro che finire. È abbracciare un’altra metafisica, immersi in un tempo che ci connette al nostro senso profondo, e che dà la misura a ciò che è là fuori, ad un mondo che ora entra in risonanza con le nostre esperienze. É rendersi conto che molti desideri che abbiamo non sono nostri ma indotti dall’esterno, inautentici e ossessivi. Significa accorgersi che potrebbero già esserci tutti gli elementi per essere felici (Ricoeur diceva che la felicità “è ciò che mette un punto fermo alla fuga in avanti del desiderio”). Per avere felicità, infatti, devo affiancare qualcosa all’essere soddisfatto, pieno, contento, appagato da un contenuto (contentus, participio passato di continere che vuol dire contenere, indica anche il contenuto, dunque essere contenti di qualcosa). Una vita felice non è per forza una vita piena di guadagni, ma è innanzitutto una vita che ha un senso per chi l’ha vissuta. Sarebbe un errore riduzionista continuare a pensare che il tempo possa essere il simbolo del denaro, che si possa ridurre l’infinito aperto del tempo al chiuso utilitarismo del denaro con il suo calcolo numerico. Più appropriato è casomai il contrario, che sia il denaro simbolo del tempo. Un cambio di prospettiva radicale, che a noi pare bizzarro, addirittura impensabile, il cui sforzo vale la pena intraprendere.
Questo cambio di prospettiva lo vediamo bene anche nel lavoro.
Quanto guadagni l’ora? Quanto vale un’ora di lavoro? Il denaro è la misura del tempo di lavoro.
La prima preoccupazione nel mondo del lavoro è capire quanto denaro consente di comprare il tempo delle persone, in base alla loro formazione, al loro contributo. L’individuo accetta di dare il suo tempo a condizione di essere pagato per il tempo fornito alla prestazione. Il contratto permette lo scambio di tempo in cambio di denaro. Ma ecco che questo contratto appare squilibrato, perché le due parti dell’equazione, il tempo e il denaro, sono di natura diversa. Il tempo in questione non è una semplice quantità, monetaria, ma è il tempo del soggetto, ciò che propriamente lo fa esistere, è qualità esistenziale. Nella interpretazione puramente quantitativa del tempo si può perdere o guadagnare tempo, mai viverlo e abitarlo. Se il tempo è denaro, per guadagnarne il più possibile bisogna correre, imboccare la strada più breve, evitare l’attesa, l’indugio, il ritorno sui propri passi. Ma l’esistenza non è solo efficienza, è fatta anche di deviazioni, tentativi, delusioni, ripensamenti e smarrimenti. È esplorazione dei propri possibili, di ciò che si è e si desidera.
Tutto ciò diventa chiaro quando si sente dire «ho dato quarant’anni della mia vita alla azienda»: in che rapporto sta il denaro ricevuto con l’impegno di una vita? Il tempo è concreto, mentre il denaro è astratto per cui, per quanto desiderabile, rimarrà sempre fuori dal cuore dell’esistenza.[2] Si dice che il denaro non ha odore, mentre il tempo riguarda l’intimità stessa dell’individuo. Come dice Chabot, «Non ci si porta la carta di credito al crematorio, si brucia solo la materia che è stata attraversata dal tempo trascorso». La differenza di natura tra tempo e denaro genera una sorta di ingiustizia metafisica: il tessuto temporale dell’essere stesso non può essere comprato.
Ci sono diverse forme di ingiustizia, ma quello che qui è in questione, l’ingiustizia dell’equazione che formalizza lo scambio di tempo per denaro, riguarda piuttosto il riconoscimento. Se il denaro non può essere il giusto corrispettivo in grado di pagare il tempo, il tempo di attività di ciascuno deve essere in grado innanzitutto di retribuire sé stesso. Il primo essenziale riconoscimento è un autoriconoscimento, ossia la soddisfazione che si prova per la propria attività, la convinzione che il tempo impiegato su un lavoro arricchisce la propria esistenza e contribuisce a darle un senso. Contrariamente al denaro, e parafrasando Marx, in questo caso ciò che io sono e posso è determinato dalla mia individualità. Il tempo vissuto propriamente arricchisce, il tempo è denaro. E poi, dopo l’autoriconoscimento, si può dispiegare la legittima richiesta di riconoscimento rivolta all’altro, in modo da completare il riequilibrio dell’equazione asimmetrica tra la qualità del tempo e la quantità del lavoro. È la richiesta di essere considerati come chi dona il proprio bene più intimo, il bene più prezioso, il proprio tempo.
Sul piano della equivalenza con il denaro, c’è un’ulteriore piega di senso. Come cosa di cui disponiamo e che va ottimizzata, il tempo diventa il più grande tesoro che tutte le attività (dalle aziende piccole alle multinazionali) si contendono. Ora è il tempo del singolo individuo, nel senso della sua attenzione, a divenire propriamente denaro. Ovunque, nella vita on line, nelle serie tv o in qualsiasi altro prodotto, si sviluppano continuamente strumenti di neuromarketing e tecniche che possano attrarre attenzione. L’attenzione è un capitale preziosissimo, che finisce frammentata in mille occupazioni diverse, in mille offerte, che sembrano dare soddisfazione. Questo appagamento poi rivela il suo tempo breve, immediato perché indotto, che lascia passivi perché non risponde ad una domanda di senso, perché la cosa a cui dedichiamo attenzione non entra in risonanza con noi stessi.
Anche qui possiamo operare una conversione, una metanoia come dicevano gli antichi, a partire da un tempo non più secondario e dipendente dal denaro. L’attenzione cambia statuto e diventa, secondo la geniale espressione di Simone Weil, “la forma più rara e più pura della generosità”. Quella dimensione in cui posso sospendere il pensiero legato ad una azione determinata lasciandolo permeabile agli stimoli e disponibile ad incontrare il mondo. É uno sforzo che però non deve rincorrere niente e nessuno. È la disponibilità a sacrificare qualcosa dell’appagamento per fare spazio al gioco della vita. Non c’è propriamente un contenuto di cui appropriarsi, ma un “lasciarsi andare attentamente”. Non si tratta di ciò che stiamo facendo, ma di come lo facciamo: conta la qualità della nostra attenzione, non il suo oggetto.
Pensiamo a quelle situazioni in cui l’attenzione viene completamente assorbita dall’attività. Ci si immedesima talmente in quello che si sta facendo che non si pensa più a sé stessi come separati dall’attività in corso. L’attività in cui siamo calati diventa la propria ricompensa. Se molto di quello che facciamo abitualmente (ad esempio al lavoro) non ha valore intrinseco e lo facciamo solo perché vi siamo costretti in attesa di qualche beneficio futuro, qui invece l’alienazione cede il passo al coinvolgimento e la passività all’energia psichica impiegata per rinforzare il sentimento del sé invece di venire consumata per realizzare degli scopi esterni.
Ecco perché si tratta di generosità, perché unisce la sensazione di essere già pieni con il desiderio di far crescere qualcosa che è nato dall’incontro tra noi e il mondo (ma altrettanto bene si potrebbe pensare alla generatività). Forse è questa la felicità a cui possiamo aspirare (felice viene dal latino felix, che ha la stessa radice di fecundus, fertile), una sensazione di pienezza che rimarrebbe sterile se non fosse accompagnata dal desiderio di mettere e mettersi al mondo (generare nel bello, direbbe Platone). Desiderio che cova nel tempo vuoto dell’attesa. Tempo che vale in sé, come convertibilità delle cose in valore. É la felicità dell’antica virtù del temperare (che deriva sempre dal latino tempus, letteralmente mescolare) i diversi tempi che ci compongono, integrando attivismo e introspezione, piano di azione e dimensione dell’anima, progetti e talenti, creando fra di essi una feconda circolarità. Forse è questo ciò a cui si può aspirare: ciascuno a suo modo, essere una felice piega del tempo.
NOTE
[1] Il denaro (e qui sta il suo significato filosofico, individuato da Simmel nel concetto di Wechselwirkung) «costituisce l’immagine più chiara e la realizzazione più definitiva della formula dell’essere in generale, in base alla quale le cose trovano il loro senso l’una rispetto all’altra e la reciprocità dei rapporti, in cui sono sospese, determina il loro essere e essere così». Detto in modo più semplice, il denaro è simbolo della relatività delle cose, ovvero delle relatività del loro valore economico. Questo è decisivo naturalmente per comprendere il nostro presente, quello di una civiltà dominata dalla economia monetaria, ovvero da un sistema socio-economico improntato al dogma produttivista in cui il “funzionamento” satura lo spazio esistenziale. Ci sono solo obiettivi prefissati da raggiungere e il criterio generale è quella della utilità.
[2] Non si vuole minimamente negare la straordinarietà del dispositivo denaro (soprattutto in una civiltà monetaria come la nostra), la sua importanza come mezzo per cooperare con efficacia nelle attività del commercio e dell’industria, senza contare la qualità di vita anche sul piano individuale, soprattutto per chi non ha particolari risorse o è pienamente identificato con l’antropologia dell’homo economicus-consumens. Questo aspetto è stato presagito da Shakespeare e da Goethe in versi poi ripresi da Marx nei suoi scritti giovanili: «Shakespeare rappresenta la natura del denaro in guisa eccellente. Per intenderlo cominciamo con la spiegazione del passo goethiano. Ciò ch’è mio mediante il denaro, ciò che io posso, cioè può il denaro, comprare, ciò sono io, il possessore del denaro stesso. Tanto grande la mia forza quanto grande la forza del denaro. Le proprietà del denaro sono mie, di me suo possessore: le sue proprietà e forze essenziali. Ciò che io sono e posso non è, dunque affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto ma posso comprarmi le più belle donne. Dunque non sono brutto, ché l’effetto della bruttezza, il suo potere scoraggiante, è annullato dal denaro. Io sono, come individuo, storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe: non sono dunque storpio».





