“An-alfa-beta o dei sentimenti” di Nicole Janigro

N. 1 -

Anno 2026

(...) un percorso di vita e scrittura ricco e composito, che integra pensieri, esperienze, riflessioni.

Nicole Janigro, psicoterapeuta, psicoanalista, membro della Società italiana di analisi biografica, insegna a Philo – Scuola di pratiche filosofiche, con una lunga esperienza giornalistica ed editoriale (attualmente collabora con la rivista online Doppiozero) ha dato alle stampe, per i tipi di AnimaMundi Edzioni, un volume (315 pagine) che, come dice la bandella di copertina “dà voce a un percorso di vita e scrittura ricco e composito, che integra pensieri, esperienze, riflessioni.”

In effetti, la lettura di “An-alfa-beta o dei sentimenti” colpisce per molti e diversi motivi. Certamente la forma. Composto da 54 elzeviri, di varia lunghezza, che spaziano da temi più intimi e autobiografici, a riflessioni sulla vita ai tempi del covid, sino all’attualità delle guerre.

Poi lo stile: le parole scorrono via con la leggerezza, per l’appunto, di un elzeviro, e poi si fanno pensose come in un saggio, sempre comunque dense di immagini e riferimenti artistici, letterari, e naturalmente psicoanalitici.

Infine, perché ci si rende conto di trovarsi dentro qualcosa di nuovo e originale: Nicole sta cercando una forma, uno stile, una lingua, un senso, della sua vita, naturalmente, e della vita in generale.

Questa sensazione-emozione è proposta in molti modi, ed è la ragione, a mio parere, del titolo: come dice sempre la bandella di copertina

“L’autrice riflette su come si resti analfabeti in qualunque lingua e per tutta la vita, perché le parole necessitano di un lungo apprendistato e la lingua è sempre eco di un passato-presente in quell’altro luogo, quell’Est di cui è originaria.”

Così in quel an-alfa-beta c’è chiara la dichiarazione di non essere giunti, di sentirsi privati di qualche cosa, di dover cercare affannosamente seppure si sappia già che non si giungerà al traguardo e, proprio per questo, è necessario darsi da fare, per cercare di andare il più avanti possibile. Non è possibile rallentare perché, come dice il titolo di uno dei suoi elzeviri, rallentare stanca; e tuttavia, anche vivere sempre in apnea non è facile. Ho detto, Nicole sta cercando una forma, uno stile un senso della vita. Queste non sono mie letture o interpretazioni, sono riflessioni proposte dalla stessa autrice.

Partiamo dalla forma del libro.
Sin dall’inizio ci dice delle sue esitazioni nello scrivere un’autobiografia; delle ragioni che consigliano di evitarlo; delle difficoltà proprie di uno/a psicoanalista abituato/a a dare importanza ai dettagli, a domandarsi cosa celi un racconto oltre a cosa dica quel racconto, a soffermarsi su ciò che rimane taciuto, oltre e forse più di ciò che si impone alla scrittura.

“Mi dico: la mia autobiografia è qualcosa di troppo vicino per poter essere detto, raccontato…. E poi cosa è materiale autobiografico, qual è la sua verità?” (p. 18-19)

Torneremo su questo punto.
Il tema della lingua è centrale in tutto il libro: l’italiano fa fatica a emergere sul serbo croato, ma il croato rimane lingua madre, e poi il serbo-crato è già doppio, contiene già due lingue e due alfabeti. La lotta per padroneggiare (si, questo è un bel termine, per chi ha orecchio psicoanalitico) la lingua, diviene una lotta per padroneggiare il senso, per sconfiggere l’originale castrazione che lacanianamente il linguaggio ci impone.

“Per l’An-alfa-beta o dei sentimenti il concetto di ostalgia condensa la passione per l’Est e la vita all’Ovest, senza dimenticare l’algia, il vissuto doloroso che accompagna ogni trasformazione.” (p. 22)

L’autrice sembra in questo passo restituirci la propria autobiografica sensazione di non riuscire a stare completamente in una lingua, a sentirsi sempre parzialmente afasica, ma dall’altra rimanda ad una condizione esistenziale che appartiene agli esseri umani, a sapere di essere piuttosto parlati dalla lingua che realmente parlarla e qui, come già detto più sopra, il riferimento a Lacan è d’obbligo. Sul senso della vita, beh, mi pare che il titolo del libro unisca questa sensazione di analfabetismo ai sentimenti, e credo che tutto il libro sia pervaso da una inquietudine proprio suscitata dai sentimenti; dall’urgenza che talvolta si percepisce di doverli addomesticare, in qualche modo renderli “umani”, sapendo che è un compito impossibile (ricordate le tre professioni impossibili di cui parla Freud? Educare, curare, governare. Non hanno forse tutte a che fare con i sentimenti?), e forse anche maledettamente pericoloso. Nei sentimenti si annida una eco del divino, del sovraumano, guai a immiserirli a misura di una mediocre e “normale” umanità. Ma l’abisso dell’odio, della cupidigia, del desiderio di potere, è così profondo, scuro, terrifico, che non addomesticarli ci espone alla brutalità del mondo.

Ma torniamo alla biografia: questo libro è o non è una biografia?
Credo che si possa dire che no, non è una biografia in senso classico. Infatti ho scritto, poco sopra, che è un insieme di elzeviri, eppure alla fine del libro sentiamo di aver conosciuto Nicole, e di avere condiviso la sua vita. Nicole è riuscita, cioè, a fare una autobiografia a modo suo. Come già citato poche righe sopra, Nicole ci dice che la sua vita è stata un gioco di equilibri tra un qui e un là, e ce ne dà notizia autobiografica in tanti passi del libro, che colgono questa lotta in fasi diverse della vita; dall’infanzia, momento della rottura con Zagabria e della scoperta di Milano; alla fase matura, caratterizzata dallo sguardo partecipe e dolente di chi vede un mondo trasformarsi e dissolversi non soltanto nella nostra memoria (si legga ad esempio Choco Banana); sino all’oggi, in cui, a mio parere, questa biografia, serve a capire come la vita trascorsa abbia consentito questo impossibile equilibrio in cui l’abbondanza del due costringe alla sofferenza del non-uno.

Così, anche la sua biografia non sta in una identità: non è una biografia, eppure lo è. Lo è in forza dei frammenti della sua vita che dissemina qua e là, talvolta con la mano leggera di chi sente la distanza da qualcosa di distante e fragile; tal altra ancora con l’irruenza di chi, come ci dice l’autrice, forse ha dovuto farsi, da bambina introversa, mediatrice con il mondo per la propria madre depressa.
Lo è perché ci restituisce le linee di tensione della sua vita: il femminismo; la passione etica e politica; la psicoanalisi e il desiderio di prendersi cura; la curiosità per ciò che è umano (Nihil humani a me alieno puto) mentre, se non sono stato un lettore disattento, poco spazio è stato dato al mondo animale e relativamente poco al rapporto con la natura, a parte la presenza sporadica del mare.

Lo è perché ci fa entrare con delicatezza e in punta di piedi nel suo lavoro di analista, offrendoci acute vignette cliniche. Infine, ci offre con grande generosità il suo percorso intellettuale erratico e onnivoro, per ammissione dell’autrice: in ogni elzeviro si ha l’impressione che tutti i testi, le mostre, i film, che spinta da una passione ossessiva, ha consumato, spingano per trovare un loro posto, per essere detti e scritti; ma è solo una sensazione che l’autrice ci trasmette raccontandoci del suo rapporto sempre eccessivo con libri e parole, sensazione che si stempera in una prosa sempre molto controllata (eccolo lo sforzo di padroneggiare il linguaggio, di controllare le emozioni).

Certo, c’è molto non detto: le figure genitoriali sono appena accennate, anche se incombe, potremmo dire, maestosa e lontana la figura del padre. Ma chi volesse saperne di più dovrebbe, come ho fatto io, andarlo a cercare altrove.
Su questo Nicole preferisce non dire.

Un analista può parlare del proprio io, può tenere un diario? Accennare frammenti della propria storia senza che questo appaia un eccesso di protagonismo impudico?

 
 
 
 
Anno edizione: 2025
 
 
 
Collana: PhiloVie
 
 
 
ISBN: 9791257170035
 
 
 

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