Dalla promessa di democrazia alla democrazia delle promesse

Nel primo numero di Dromo on line ci siamo occupati della distanza esistenziale dell’ultima generazione da quelle che l’hanno preceduta. La distanza di una generazione che nel rapporto annuale di dicembre del Censis viene descritta come «abissale», che vede «infrangersi il mito del progresso inteso come crescita inarrestabile dell’economia e dei consumi» ed è sempre più convinta che «occorre adottare stili di vita più rispettosi dell’ambiente». La terra non è più in vista.

“Saremo l’inferno che ci avete lasciato” è il grido che riflette questa incomunicabilità generazionale ed esprime la protesta contro la distruzione in corso. È la ribellione per una vita intrappolata in un funzionamento mortifero che obbliga ad essere sterilmente performanti, il disagio di chi sente il proprio destino posto su un crinale, tra degenerazione e salvezza. È come se tutto dovesse essere salvato: innanzitutto, il pianeta dalla produzione estrattiva e dal furore del consumo; ma anche l’economia dalla finanza, i popoli dalla guerra. Insomma, le generazioni dalle degenerazioni, l’umanità da sé stessa.

Anche i giovani hanno bisogno di un orientamento che possa salvarli, di una direzione in grado di metterli in movimento. “Ultima generazione” dice qualcosa di una fantasia da fine del mondo. Quando cade la speranza nel futuro si guarda ai giovani, ma poi non si fa nulla per lasciare loro spazio e favorire il passaggio del testimone. Una parte sempre più estesa di loro si sente vittima di un dogma cinico che li obbliga a dedicarsi a ciò che è utile per ottenere successo e farsi spazio in un mondo del tutto frammentato, il cui motto è: «non c’è tempo da perdere». Ma per andare dove, poi nessuno se lo chiede veramente. Quelli che non riescono a conformarsi devono farsi carico di una responsabilità davvero gravosa: per loro il presente è stato espropriato da un altro obbligo: riparare ai danni. Ci sono emergenze continue, di varia natura, e si vive con angoscia il compito di ricreare buoni condizioni di abitabilità. Ce ne siamo occupati, ma dovevamo continuare a dar conto di una generatività tradita.

Abbiamo pensato allora di allargare il focus per comprendere questo spaesamento senza precedenti. Dalla prospettiva dei giovani, della loro sensibilità – almeno di quelli che sono mossi da un desiderio di alternativa e che dichiarano apertamente il loro «preferiscono di no» (seguendo l’esempio di Bartleby) – il mondo appare preda di logiche distruttive perché contrarie ad una logica relazionista (supportata a tutte le scale, anche quello della teoria quantistica) che vede ovunque legami, connessioni: ogni cosa, una qualsiasi entità elementare, è ciò che è in forza del contesto con cui è in interazione. Lo stesso individuo è tale in rapporto alla rete che lo lega ad altri agenti e la sua identità muta al mutare di quella rete. Questo è ontologicamente il punto di vista di quelli che sono venuti dopo, che non hanno conosciuto il “mondo di prima”. Ora cambiamo punto di osservazione e assumiamo la prospettiva degli ascendenti, tutti cresciuti dentro l’immaginario ottimista del secolo scorso e che ora vivono con angoscia l’incontro catastrofico (nel senso di una forte discontinuità, di un cambiamento di paradigma) tra le promesse (entro l’immaginario della modernità) e le attuali crisi sistemiche. Il problema fondamentale non è rappresentato tanto da un futuro minaccioso che annulla le certezze, ma è dato da un presente caotico in cui sembra impossibile trovare una qualsiasi strada da percorrere, una bussola per orientarsi. Il termine “caos” nomina ciò che viviamo come emergenza della complessità[1]. Se i discendenti sono nati nella frammentazione e aspirano a ritrovare legami e vincoli (ontologia relazionista), perché esser legati non vuol dire essere collegati, gli ascendenti, che hanno conosciuto ciò che lega e vincola entro un mondo più rigido e lento, hanno bisogno di sviluppare una metafisica all’altezza della molteplicità caotica di cui fanno quotidiana esperienza. Non più il migliore dei mondi possibili garantito dall’armonia prestabilita, ma biforcazioni, divergenze, disaccordi (“incompossibilità”) appartenenti ad uno stesso mondo variegato.

Non solo dunque l’”inferno” che vede avanti a sé chi sente di dover rimediare ai disastri di un modello di sviluppo ormai palesemente distruttivo. Eravamo partiti dalla fine, dal presente catastrofico. Ora dobbiamo avvolgere il nastro della storia e ritrovare il filo delle nostre aspettative, delle illusioni, di ciò che era senso comune, adesso perduto. É dentro un “paradiso” promesso e mancato che dobbiamo guardare per rintracciarne la genealogia[2]. Come emerge quel bisogno, da dove nasce? Cosa rimane del mondo come lo immaginavamo, delle speranze, delle attese, delle promesse di pace, benessere, libertà, diritti? Cosa ne è tanto delle promesse che non si sono realizzate quanto di quelle in cui ancora crediamo e che hanno preso strade diverse per realizzarsi? Promesse che sono nate da una certa idea di democrazia, di cui oggi non sappiamo quasi più nulla della loro provenienza, della loro complessità e della loro fragilità. Per cui non è neanche più chiaro se gli individui le desiderano ancora veramente, cosa sono disposti a fare o a rinunciare per esse. Promesse che erano emerse da un mondo nato dopo la Seconda guerra mondiale (con la fine delle dittature di destra), sulla base di un’alleanza tra le idee di libertà delle società borghesi (legate ad un assetto individualistico, proprietario e parlamentaristico) e le idee di uguaglianza, con il loro concetto di inclusione di cui era portatore il popolo pensato ora come insieme di tutti gli individui. Era il tempo dello Stato liberaldemocratico, di una forma di governo che includeva, che tutelava i diritti individuali e il pluralismo, che dava spazio alle lotte operaie, alle rivendicazioni egualitarie delle donne, ai movimenti per la pace, e che era stato anche “promotore” del benessere.

“Promessa”, ecco la parola che può farci da guida.
Che storia ha questo termine e che effetti di realtà ha prodotto?
Forse dietro la promessa c’è un certo tipo di soggetto umano. Nietzsche chiama la promessa “memoria della volontà”.
Ma chi promette? E cosa è stato promesso?
Promettere (da pro-mittere, mandare avanti) è costituire un obbligo per il parlante, è una pratica performativa in cui un soggetto in cui si assume un’obbligazione (rispetto ad un certo stato di realtà) che determina in un altro soggetto un’aspettativa. La promessa implica la performatività della praxis, la quale rinvia a sua volta alla responsabilità (re-spondeo, rispondere, dove spondeo significa anche promettere). Sul piano politico la promessa di democrazia deriva dalla Costituzione (basta leggere il primo articolo dove si dichiara esplicitamente che la sovranità appartiene al popolo). Ma il momento costituente di uno Stato, quella “decisione” in cui vengono fissati gli ideali, dei valori promettenti, può esaurire la vita democratica di un popolo? E poi, è opportuno aspettarsi la realizzazione delle speranze di vita buona da idee ben fatte (sancite nella Costituzione) piuttosto che partecipare ai processi di costituzione della realtà. Le aspettative non inducono una posizione passiva, che si riflette in quella forma di governo che Foucault definiva «governamentalità», il “governo dei viventi” tutto economia e sicurezza? La sicurezza, come attitudine esistenziale che punta ad uno stato finale di protezione e godimento dei beni, non è per definizione una falsa promessa, visto che comporta la delega delle scelte a chi promette di avere la soluzione e dunque il sacrificio delle proprie libertà? Non sta in questo rimettersi al potere il pericolo insito in ogni promessa?

Dovremmo allora smuovere le acque torbide dell’autolegittimazione della nostra democrazia, secondo cui le lotte per gli ideali democratici sarebbero acquisizioni garantite per sempre, perché la sua trionfalistica tautologia si sta rovesciando in una navigazione manovrata da forze economiche e politiche sempre più opache e potenti, i cui interessi non hanno più niente a che fare con l’interesse generale. Quando la Finanza prende il potere lo sviluppo diventa tutt’al più un sottoprodotto di un mondo trasformato in un grande casinò. Come Gramsci a suo tempo anche noi dobbiamo parlare di una classe al potere non più «dirigente» ma unicamente «dominante». Le tante crisi di un mondo lanciato nel progresso non sono state affrontate dalla politica e vengono invece oggi da essa cinicamente sfruttate. Si soffia sulla insicurezza per legittimare un governo sempre più sganciato dalle libertà reali. Quando la paura è troppo grande si è spinti senza volerlo a difendere chi la alimenta piuttosto che chi cerca di aprirci gli occhi. Proprio nel momento in cui è richiesto un surplus di lucidità, fiducia, energia per affrontare le dinamiche strutturali di lungo periodo. È ancora il Censis a dirci che «la società italiana sembra affetta da un sonnambulismo diffuso». Se ci pensiamo, nel sonnambulismo né si dorme né si è svegli e dunque non si può né sognare né essere attivi. Sembra una metafora per descrivere gli automatismi dei morti viventi, dove ogni scelta è esclusa per principio. Anche il conatus spinoziano, che ci dovrebbe agitare e mantenere sempre inquieti, sembra neutralizzato.

Dopo qualche decennio di ubriacatura generale si sente parlare di nuovo di un bisogno di salvezza. Questa nel corso del Novecento aveva perduto il suo carattere religioso si era trasformata in una categoria economica affidata alla tecnica. E così al suo posto era subentrata la promessa di felicità: pacifica, tranquilla, un po’ beata. Era venuto meno il peso del tempo. Avevamo deciso che il passato non esisteva più. In fondo, cosa c’è di più piacevole del vuoto? È di questo che abbiamo gioito, perché minimizzando il carico del tempo si schiudeva il piacere di vivere. Una salvezza come promessa di felicità immaginaria ottenuta attraverso la mancanza, il vuoto di preoccupazioni e responsabilità. Bastava vivere. E poi se la verità dovesse essere troppo cruda, allora Don’t look up, non alzare lo sguardo, continua a negare l’evidenza dei fatti. D’altro canto il passato è uno dei grandi rimossi della cultura attuale, come se ogni cosa avesse solo un rapporto con l’immediatezza del presente e fosse esente dal peso delle categorie strutturali del vivere in comune. Tanto poi, per tutto ciò che non va, per le ingiustizie e le disuguaglianze insopportabili, si può sempre ricorrere alla vecchia idea di incompletezza, per cui le sofferenze, l’oppressione, le pene del lavoro di oggi servono per il salario di domani, per la redenzione futura, per il “Sol dell’Avvenire”. La promessa ha coinciso con l’idea dell’avanzata del progresso, che ha rappresentato l’unica bussola capace di orientare conferendo senso e valore agli sforzi nel presente. Con ingenuità avevamo immaginato che le nuove tecnologie avrebbero plasmato un mondo in grado di aumentare l’accessibilità democratica, e non ci accorgevamo che ci stava rendendo automi e passivi. L’ideologia della incompletezza ci ha predisposto a vivere un presente senza valore, prigioniero della promessa illusoria di un futuro radioso. C’è qualcosa di ipnotico nella promessa stessa e facciamo di tutto per non risvegliarci (il ché non vale per tutti, perché sono ancora molti a guadagnarci da questo stato di cose). E così dalla promessa di una democrazia compiuta, in via di realizzazione, ci ritroviamo in una democrazia di sole promesse, che ruotano intorno ad una idea di libertà ristretta all’utile personale che sta determinando disuguaglianze sempre più insostenibili.

La globalizzazione può avere soltanto il senso di una religione dell’indefinito progresso, l’Impero delle grandi potenze economico-finanziarie che a parole promettono benessere ma di fatto fagocitano ogni energia promettente? Oppure c’è ancora spazio per la democrazia intesa come potere costituente sempre in atto? Qual è il ruolo svolto dal “promettere” nel salvaguardare la libertà e la pluralità dell’agire umano e nel ristabilire il valore della politica? Dovremo capire se la promessa in politica offre ancora opportunità per il futuro, e lo faremo attraverso il confronto tra chi, come Nietzsche, pensa che essere attivi non abbia a che fare tanto con la memoria quanto con la capacita di “dimenticare”, dunque con una forza che agisce in senso contrario a quello del promettere (inteso come “memoria della volontà”); e chi, invece, come la Arendt, ritiene che “promettere” voglia dire costruire «isole di certezza in un oceano di incertezza» contro l’imprevedibilità del presente e del futuro. Secondo la filosofa tedesca, è «come se avessimo trasferito nella natura la nostra stessa imprevedibilità, ovvero il fatto che nessun essere umano ha chiare davanti agli occhi le conseguenze delle proprie azioni» («siamo noi gli imprevedibili e gli inaffidabili»). E allora, per un’esigenza quasi salvifica di sopravvivenza, in un mondo di incertezze e di errori, non possiamo fare a meno del performativo del promettere (insieme a quello del “perdonare”). Se nessuno può garantire dai rischi connessi all’azione né tantomeno prevedere il corso storico degli eventi, allora diventa essenziale la promessa come facoltà della memoria che riporta le persone al momento in cui si sono accordate. Ma forse la Arendt qui manca di radicalità: vede la pericolosità delle azioni umane solo nella imprevedibilità delle loro conseguenze e non pensa mai che ad essere responsabile delle catastrofi possa essere l’assolutizzazione stessa dell’agire umano.

Il presentismo vuoto sta svelando un volto inquietante, funzionale alla neutralizzazione del radicalismo proprio dello spirito critico. Se di salvezza si vuole parlare, la prima àncora è la critica e l’autocritica, perché il principale nemico la nostra società lo trova nella mancata riflessione su se stessa. Promettere è sempre anche promettersi, disporsi a rispondere di sé nel futuro. C’è sì l’assunzione di un impegno verso altri e un’attesa da parte di questi ultimi sulla base di un impegno preso nel passato; d’altro canto però non si può né promettere né credere a qualsiasi cosa, perché la dismisura della promessa diventerebbe menzogna e quella della credenza ingenuità, credulità. E soprattutto non bisogna perdere di vista il fatto che la finalità non può essere la (promessa di) pace, il benessere, la libertà acquisizioni definitive, perché il massimo a cui umanamente possiamo aspirare è la democrazia, che insieme a queste condizioni di prosperità incorpora anche la politica in quanto conflitto. Perciò occorre capire cosa abbiamo voluto mettere davanti ai nostri occhi come futuro a cui credere ed evitare di sistematizzare il proprio obiettivo (la democrazia) rispetto ad un futuro che non si può mai conoscere in anticipo. C’è bisogno di concretezza, di ridare spessore al presente in modo che non sia soltanto una parentesi in vista di un futuro sempre di là da venire.

Da quanto detto è chiaro che la promessa implica tempo, perché è un impegno che prendo nel presente e che impegna il futuro. C’è una storia da ripercorrere. La promessa di libertà pace e prosperità non è stata vissuta allo stesso modo dalle diverse generazioni, perché l’idea stessa di libertà è cambiata nel tempo. Se i più anziani l’hanno maturata attraverso le lotte per i diritti, essa è stata poi considerata come un’acquisizione garantita per sempre, mentre oggi la vediamo sfumare davanti ai nostri occhi e trasformarsi in una promessa non realizzata o meglio tradita. Ma senza partecipazione attiva non c’è il rischio che la promessa si trasformi in un’illusione, in una speranza senza alcun fondamento? Il momento unitario di uno Stato, la decisione del potere costituente, non può esaurire la democrazia. Questa vive di critica, di discorsi, dibattiti anche aspri e polemici sui mezzi e sui fini della vita associata. Il concetto di democrazia perdura soltanto se mantiene viva la dialettica tra il sistema “costituito” e il momento creativo e imprevedibile (“potere costituente”) che incalza da parte di quella che un filosofo recentemente scomparso (Toni Negri) chiamava “moltitudine”.

La promessa è indissolubilmente legata al tempo, ai diversi modi di intenderlo, di viverlo. Il futuro come promessa di emancipazione e di giustizia, l’idea che ci fosse un senso della Storia, un progresso ineluttabile, tutto ciò fa parte di un immaginario che l’ultima generazione non ha conosciuto. Come guarda quel “mondo di prima”, quel mondo promettente, pieno di promesse, chi ha vent’anni e non si è mai potuto sentire parte di ciò che accadeva intorno a lui perché è nato dentro una separazione tra individuo e mondo? I giovani attivisti stanno provando a generare attenzione attraverso azioni simboliche non violente, puramente dimostrative, di disturbo della quotidianità. I loro atti fanno pensare ai gesti del teatro brechtiano con la sua sistematica interruzione dell’azione, che voleva suscitare esperienze di choc in grado di generare intervalli per limitare l’illusione del pubblico e bloccare la sua predisposizione all’immedesimazione. Queste forme di disobbedienza civile stanno dimostrando una inusuale fiducia nella riformabilità della società, dunque nelle sue istituzioni. Per loro non c’è nessuna promessa disattesa, ma solo un immenso ecosistema da riparare. Questa generazione si definisce “Ultima” per segnalare che non c’è più tempo. Da qui la necessità dello choc, l’interruzione della quotidianità e della continuità lineare del tempo, perché arrestare l’attitudine a credere in promesse non più sostenibili. Come abbiamo visto nel primo numero, tra etica e legge si è aperto uno iato da colmare.

Attraverso le discontinuità ci accorgiamo del tempo, ci rendiamo conto che alla base del nostro modo di vivere si muovono diverse concezioni del tempo. C’è il tempo come scadenza che potrebbe risvegliare le coscienze dei “sonnambuli”. E cosa ci potrebbe inquietare di più della forma e della direzione che sta prendendo l’attuale iperpoliticizzazione del mondo, con il crescente ruolo politico delle emergenze e l’incombere della guerra? O degli choc dovuti alle numerose catastrofi ambientali che colpiscono ormai le nostre città e non più luoghi remoti? Oppure dell’esplosione delle coazioni tecniche sulla vita delle persone a seguito della rivoluzione digitale? Eppure, poco o niente sembra muoversi. la tecnica è considerata la nuova promessa di salvezza, capace di porre rimedio anche ai problemi che essa stessa crea, e nessun pensiero critico può rallentarne la corsa.

Presentismo, futurismo, ma anche il tempo come Destino, Fato. Tempi diversi, che fanno la differenza nel modo in cui si affrontano i problemi del presente. C’è la questione ambientale, il cui limite è forse il fatto di essere presentata ancora come un problema troppo indeterminato (perché diretto verso l’umanità intera) e per questo sottovalutata. Mentre invece occorre capire che è una questione vitale, di abitabilità della Terra, che va collegata alle contraddizioni del nostro mondo, alle aporie che ne bloccano il progresso, sociale politico ed economico. Le giovani generazioni meritano di avere nuovi schemi inventati per loro e soprattutto da loro; e quindi nuovi futuri, perché i nuovi arrivati non possono essere trattati come chi eredita solo guai e crisi. Si devono riaprire le possibilità, questa volta collegandole ai vincoli del pianeta, alla necessità di ciò che siamo, per un reale progresso che non sia la maschera di un delirio di onnipotenza delle ultra-forze tecno-scientifiche e finanziarie, dove troviamo l’ipertempo delle temporalità che accelerano. C’è un tempo pieno di angoscia per il futuro, un tempo che scade, ce n’è uno legato al mito del progresso, su cui poggiano le promesse ma di cui si dovrà verificarne l’adeguatezza e l’autenticità. Questi tempi, sui quali l’uomo proietta il proprio immaginario, fatto di desideri e ossessioni, rappresentano il centro attivo di diverse visioni del mondo.
Che lo scontro e la battaglia tra i tempi, con le loro promesse, sia l’origine del disorientamento contemporaneo?
Che la promessa abbia a che fare essenzialmente con una certa idea di progresso che si sta rivelando immaginaria e con effetti autodistruttivi al di là delle intenzioni?
L’emergere del caos non costituisce di per sé una condanna ma una sfida che può aprire nuove possibilità. Con uno sguardo rivolto al futuro, sentiamo di dover sottrarre il presente alla continuità lineare del tempo (una continuità a cui molti vorrebbero rimanere fedeli, addirittura rimettendo indietro le lancette dell’orologio) e di sospenderlo alla nostra decisione, finalmente responsabile, su ciò che siamo e su cosa possiamo essere, in modo strutturato e non solo emergenziale. Se ci si sente traditi dalle promesse bisogna chiedersi: in quale tipo di benessere, di pace, di libertà abbiamo creduto? Quale benessere (del godimento individualistico?), quale libertà (del consumo privato?), quale pace (quella ottenuta esportando la guerra?)? Nel tipo di libertà che conosciamo non c’è il rischio che venga meno il demos, ovvero un “noi” responsabilmente coinvolto nella perenne costruzione dell’edificio sociale e civile? Che spazio c’è ancora per una democrazia capace di esercitarsi non più sulla vita (secondo il modello paternalistico della cura medica) ma per la vita? Del resto l’uomo non nasce libero e la libertà si afferma solo nel conflitto contro l’esigenza di ogni “potere costituito” ad apparire legge di natura o destino cui non sarebbe dato altro che obbedire. Quel tempo come l’antico Fato entro cui stiamo inesorabilmente scivolando. A quel punto non resterà che affidare le promesse alle guerre, “ultima risorsa” per mobilitare le persone, una forma di “promessa” che però non prevede alcun perdono.

NOTE

[1]Del resto, già solo in quanto moderni sentiamo come un compito mettere in questione la nostra condizione a partire da una strutturale indeterminatezza. Cosa siamo diventati, cosa vogliamo decidere di essere, cos’è l’oggi nelle sue contraddizioni e nelle sue potenzialità, cosa del presente possiamo assumere come un dato (qualcosa che ha un passato alle spalle) e quali possibilità latenti si possono liberare?

[2]Il pensiero genealogico non è ricerca dell’origine (in cui si troverebbe l’essenza della cosa) ma dell’emergenza, della provenienza, ripercorre il gioco delle forze, la loro lotta.



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