Con queste mani

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla





La diversità sessuale, intesa sia come diversità dei corpi che dei desideri e degli orientamenti, è certamente un dato ineluttabile. Che questa diversità sia riconducibile alla bipolarità maschile/femminile forse è oggi convinzione meno solida di un tempo, e tuttavia è innegabile che una guerra dei sessi ha attraversato i secoli e le culture, guerra che troppo spesso ha significato e significa umiliazione e violenza sul corpo dei più deboli, o meglio delle più deboli. Questa guerra rappresenta la quotidiana smentita della promessa che inerisce la relazione d’amore con l’altro/a.

Questo numero di Dromo su Promessa e Chimera non poteva quindi non dare voce al dolore di quante sperimentano il tradimento più odioso della promessa d’amore e, attraverso le parole dure e grondanti di violenza di Mariella De Santis, partecipare alla campagna di Unite.


Raffaele Bracalenti

Nota dell'autrice

Il testo che segue è stato ispirato da una coraggiosa intervista di Emilio Quadrelli ad Anna (nome di fantasia), apparsa su Alias (nr. 10 anno 5 del 3 febbraio 2007), inserto culturale del quotidiano il Manifesto, allegato al giornale ogni sabato. Dall’articolo riporto quali veri il rapimento di Anna nel 1996, a 13 anni, per essere portata a lavorare in una fabbrica italiana, i ripetuti stupri e la deportazione in un bordello per militari, paramilitari e civili operanti in Albania dal 1998, la liberazione a mano armata nel 2004 da parte del fratello al comando di una milizia di trafficanti d’armi e la sua condizione di vita al momento dell’intervista.
Molto altro di quello che ho scritto mi è stato raccontato da donne immigrate incontrate vivendo… Per questo motivo nel mio testo, la protagonista l’ho chiamata Milena e non Anna.

Il resto è da considerarsi mia creazione artistica cosa questa, come sappiamo, non sufficiente ad attribuirle lo statuto di finzione.

Questo mio testo è dedicato ai giornali e ai giornalisti indipendenti che molestano le nostra visione delle cose, alle colonne della mia famiglia Lina, Angela e Roberta e alle migliaia di sorelle ignote che vorrei tutte abbracciare.

CON QUESTE MANI

Drammaturgia in versi per voce sola e indignazione molta

“Tra uccidere e morire c’è un’alternativa. Vivere.”

“Non per l’odio reciproco, ma per il reciproco amore sono nata.”

Personaggi:

Milena, 35 anni, veste abiti che le occultano il corpo. Il viso è indecifrabile, non bello, non brutto, ma austero, inalterabile. Il portamento è rigido, quasi marziale. Le mani sono la sola parte del corpo che quasi suo malgrado si muove, avanza, segna lo spazio, quasi indipendenti da lei.

L’azione si svolge in una stanza semiscura.

In scena, accanto a Milena c’è un cumulo ordinato di indumenti da donna (scarpe, una borsa, biancheria intima, un cappello, gonna, pullover) in penombra.
Quegli abiti “sono” una prigioniera a cui Milena si rivolgerà nel corso del monologo.

Una radio è accesa.
Milena  si avvicina all’apparecchio  spegnendolo. Sembra annoiata. Sta fumando. Siede su una sedia comoda, allunga le gambe. Indossa pantaloni di una tuta mimetica e una maglia informe, calza anfibi. Al polso ha un vistoso orologio d’oro.  La luce è solo su di lei, bassa, ma si intravede alla sua sinistra un cumulo di indumenti e accessori da donna.  

 

Erano belle le canzoni prima, ora niente mi piace.
Una volta ascoltavo e cantavo e credevo che io anche
sarei un giorno stata una di quelle ragazze cantanti
belle belle di nero vestite con quelle gonne corte corte
che chissà come facevano a non farsi vedere le mutandine.
Io pensavo che quando sei lì sopra un palco bella ci diventi.
Così pensavo allora e con queste mani mi schiaffeggerei
(Solleva le mani dinanzi a sé; tutto il corpo rimane in ombra e solo le mani rimangono come sospese nell’aria. Questo si ripete ogni volta che lei dice: “con queste mani”).
E poi forse mi piaceva se me le vedevano le mutandine.

Me li immaginavo a mille a mille tutti giù dal palco
a chiamare me, solo me e io bellissima a mandare baci da lontano.
Che poi io ero tale e quale a quella ragazza che stava alla televisione
a presentare il Festival col nome del santo che adesso
neanche quello mi ricordo più qual era ma un santo bugiardo
come a tutti gli altri, quello era. (Sputa a terra).
Un santo maschio e bugiardo. Sicuro.

Quanti fiori che c’erano in quel teatro, lo vedevo alla televisione
e mia zia mi diceva che in Italia bisognava andare
che se c’erano i soldi per tutti quei fiori, figurati per il resto cosa c’era.
Cosa c’è, le chiedevo io? Cosa c’è in Italia per noi? Vestiti nuovi,
mi rispondeva, uno diverso al giorno, ragazza mia, e uomini belli
che noi donne albanesi a loro gli piacciamo, dai nonni lo sanno
quanto sono belle le donne d’Albania. E come lo sanno i nonni,
chiedevo io? Chiedevo e sognavo già la vita nuova, una vita tutta
fatta per ridere, mangiare bene e smettere di obbedire, che
tanto a me come femmina di obbedire mi toccava. Ma là in Italia
si vedeva che tutto era diverso. E io là dovevo andare.
(Canticchia “Vorrei incontrarti  fra cent’anni” di Ron, motivo popolare nel 1996. Si alza e gira intorno al cumulo d’abiti alla sua sinistra).
Quando la voce di Maria con la mia accanto questa canzone intonava

poteva capitare sentissimo un morso di fame
ma niente peggio di quello ci immaginavamo
potesse nelle nostre vite stare.
La sola paura era che quel morso nello stomaco durasse.
(Rivolgendosi al fagotto).
Dimmi invece della vita bella che in quegli anni facevi tu in Italia.

Non ti vergognare, quello che tu avevi allora io oggi lo posso avere.
E di più anche, più di quanto si possa desiderare.
Dici che era fatica la tua vita allora?
(Con un leggero sarcasmo).Ti piace di più questa di ora?
Studiavi nella tua calda casa, avevi una madre un padre
dei fratelli con cui giocare di questo momento qui, di ora,
di adesso lo potevi immaginare?
(Si alza, cammina intorno al fagotto, gira intorno lentamente più volte).
Chissà se è vero quanto dici, di voi stranieri non ci si può fidare.

Anzi no, di nessuno ci si può fidare. Si può trovare un padre, una madre,
una sorella pronti la tua vita a barattare. È legge di natura la prole
preservare vera quanto quella di doverla se necessario mangiare.
Piangi? Perché tu piangi? Avanza la paura, la minuscola sorella del
terrore? Dici che per pena di me tu piangi e io non credo a queste tue
lisce parole senza ruga senza sangue senza grinza. No, non permetterti
di dire che la vita tua difficile fu quanto la mia. Della mia ancora non c’è
lingua che sappia raccontare.
(Ha smesso di camminare, è irata, ferma di spalle agli indumenti, solleva una gamba come per sferrare un calcio ma si trattiene).
Non piangi di paura mi ripeti. Leggera tu dici sarebbe la morte se una vita con un’altra potesse pareggiare, dici che bene sarebbe morire se mi potesse riparare. Cose mai udite sono queste, falle tacere. Capire le parole e non sapere cosa stiano a dire non può portare sollievo o giovamento.

(Torna a sedersi, porta la testa tra le mani e poi solleva il busto).
Ma niente mi ha fermata, tu non mi fermerai.

Andiamo avanti, seguo il tuo cammino di preda che non sfugge
al suo destino. Quando tanti a mille e decine di mille uniti la notte
infilarono, affacciandosi al mare forestiero, troppo troppo piccola ero.
Invece allora nella tua terra sarei dovuta venire. Case da un giorno all’altro vuote poi arrivavano foto e cartoline di parenti, cugine con quei vestiti belli, capelli pettinati e mia zia diceva: aspetta Milena aspetta ancora un poco che la terra rossa della Puglia la baciamo anche noi.
Ah, tu ricordi?
(Scuote la testa, sarcastica).
La vittima e il carnefice dal ricordo uguale vuol dire che io e te

guardavamo lo stesso telegiornale.
(Con leggera sorpresa).
Quello che mi racconti non è acqua che scorre senza lasciare macchia

anche se ormai per me tutto quel che vedo ascolto e so
non vale stupore nè offesa. Rabbia odio, odio e rabbia sono
i soli argomenti del corpo mio.
Saperti piccola tu quanto me non nell’immaginata casa ma
orfana  e ignorata da ogni carta di quelle indispensabili a dire
che una vita esiste, un poco mi sorprende. Avrai conosciuto
notti di buio e rumore, battiti alla porta da far balzare il cuore
(accusa un lievissimo cedimento, ma lo controlla subito) sebbene…
quel che io ho visto ascoltato e so bocca non ripete.
Era l’anno 1991 arrivavano nel porto della bella Bari le navi
piene e maleolenti, con quelle foto poi fece fortuna l’astuto tessitore,
i colori marci della fame li usò per vendere sogno di mercanzia. Otto
gli anni tuoi otto quelli miei futuro incerto il mio quanto quello tuo.
Ma tu, almeno sino ad oggi la ferocia l’hai scampata.
Ora siamo qui tu rapita io rapitrice tu solenne creta ed io umida cripta.
Siamo qui bandiere lacerate di patrie malfamate. La tua quanto la mia.
(Fa un repente balzo all’indietro e si nasconde le mani dietro la schiena).
Non ti permettere, né la punta del piede né lembi dei miei capelli devi tu toccare.

(Si ripete il movimento delle mani tese in avanti).
Con queste mani tu non sai che ho fatto e cosa potrei ancora fare.

(Guarda lontano, immersa nel ricordo).
Donne a migliaia il mare affrontavano, madri, sorelle, amiche, mogli,

da un giorno all’altro dietro un’onda ci lasciarono.
Case vuote, letti sfatti, figli da chiamare in un futuro che si sperava non lontano rimanevano ad abitare un presente disumano.
Ma ho saputo poi che florida sorte non arrise a molte.
Marciapiedi, squarci sul ventre, notti lunghe  con la paura di clienti pochi e botte
molte intanto arrivavano alte bionde ancora più giovani juke box del sesso quei venti centimetri di notte ad assediare.
Tutte insieme saremmo un esercito di demoni pronte alla vendetta
ma fame, paura e maledetto istinto di sopravvivenza fanno di noi carne da macello.
Questo tu lo sai, lo vedi e scrivi sui tuoi giornali giorno dopo giorno.
Pensi che basti per farti a noi sorella?
Assistenti sociali, educatori di strada, suore, case d’accoglienza o come le chiamate…sai qual è la cosa vera? Noi a voi diamo da mangiare.
L’operazione Alba e prima quella Pellicano, con quei nomi belli e pieni di poesia portate qui di voi i peggiori che non terreste a casa nemmeno a pagamento.
Le chiamate azioni umanitarie. (Con un riso sarcastico). Lo sono, è vero, ma soltanto a vostro beneficio.
(Dal buio prende un fucile, lo imbraccia, prende la mira e spara una due tre volte. È indifferente. Parla cercando di non manifestare emozioni, ma la voce è roca).
Ecco, così va meglio. Questo solo oggi mi piace. Un’arma tra le mani mi piace ma ancora meglio è, con queste mani… (ripetere inquadratura).

(Guarda la sua prigioniera con sfida ma subito cambia espressione, turbata).
Se ancora ricordassi cosa esattamente vuol dire essere buoni,

questo direi tu sei. Mi ricorda il tuo viso una foglia docile al vento,
le tue braccia un canestro pronto a dondolare. Ma non capisco più
quella parola. Bontà è polvere e cemento che mi solca il labbro,
mi dissecca il senno.
Va bene, insisti. Ora ti racconto. Ti racconto come vivendo
su un pugnale ci si può infilare
come urlando si deve continuare a camminare
sanguinare, maledire e bestemmiare.
Ora ti racconto con ordine il terrore.
Attraverso parole accostate. Le stesse che usano
per le previsioni del tempo,
quelle con cui i mariti chiedono
cosa si mangia oggi e le mogli rispondono che hanno mal di testa.
Non ce ne sono altre. Devo usare quelle di tutti i giorni
come fossero abiti buoni per i campi, la guerra, la festa.
Ma quello che ti racconto, no, non esisteva prima nella mia testa.
No, non esisteva nella mia né in quella di Dalia, Teresa, Maria, tutte noi che diventammo scarto di pattume, macelleria.
(Si siede nuovamente, il volto è nel buio. Le braccia, le gambe, si muovono sotto la luce. Come se la voce provenisse da un corpo decapitato).
Fabbriche italiane in Albania.

Non ci sembrava vero che pure a noi
toccava di stare dentro quelle cartoline
che le sorelle spedivano dall’Italia
senza dover rischiare la frontiera
o le ire del mare affaticato da zattere immorali.
Non ci sembrava vero ma presto iniziarono le donne dalle fabbriche a tornare.
Non era come l’Italia ci dicevano: i turni durano giorni e non ore,
dei piccoli controllori ti trovi a forza le voglie a soddisfare.
Non c’è quel cibo della televisione fumante e colorato e se ti ammali, ci dicevano, bene è sparire non farsi ritrovare.
Fu per questo che tante ritornarono nei villaggi a mangiare pane e miseria ma a morire per conto proprio e non di uno straniero.
Così fu. E rabbia crebbe, in pochi mesi ognuno volle un poco di quel che gli spettava. Assalti ai magazzini, rivolte nelle aziende.
Ma che modi sono questi? Anche un popolo incivile si vuole ribellare?
Questo debbono aver pensato i vostri imprenditori mentre all’altare si andavano a comunicare.
Così mi presero un giorno dal villaggio e mi portarono in fabbrica, neanche troppo lontana da casa a faticare.
Tredici ormai i miei anni, vedi che insolente il tempo? Avesse un poco accelerato il passo, sarei adesso accanto a te in Italia a lavorare.
Invece siamo qui a nutrire odio che fornisca impegno alla società futura.
Tu non mi odi, dici?
Mi spiace per te ma non so cosa ci posso fare. Odiarmi ti conviene, si sopporta meglio il male del nemico che quello dell’amico.
Cosa si sapeva di noi a casa tua? Che il paese era finalmente in ordine?
Che stava rifiorendo l’economia?
E come mai allora verso la vostra costa ancora imbarcazioni? Pidocchi d’albanesi come si permettevano, fannulloni e ubriaconi, con tutte le aziende che ormai c’erano…questi hanno zero voglia a lavorare…
L’anarchia violenta del paese, sentivo che si portava dietro ogni speranza mia.
Arrivano i soldati, bisogna fare presto, non di solo pane vive l’uomo ma di molto, molto sesso.
E siamo al 1998, se non fossi stata schiava era quello l’anno in cui sarei partita anch’io.
Ma dalla fabbrica mi vengono a chiamare. Mi dicono: oggi basta a lavorare. Mi danno da mangiare.
Cibo buono, abbondante, profumato, crema per le mani, sapone per il viso e balsamo per corpo.
Adesso quasi sembro una vera quindicenne. Siamo in quattro o cinque giovani più delle altre come loro belle.
Domani niente lavorare, pensate a riposare ci dice il capo vecchio, quello che la più piccola di noi faceva disgustare quando le annunciava che quella sera per lei aveva un regalino.
(Accende una sigaretta, lentamente, e aspira boccate lunghe, nel buio si vede l’intermittenza della brace).
È morto il vecchio adesso. (Pausa). Era ora che qualcuno gli desse il permesso di smettere di lavorare.

(Si alza, va verso la luce, in piedi, riprende il fucile da terra, punta in lontananza e spara).
E glielo diedi io. Così, con un colpo secco arrivò il giorno che il permesso glielo diedi io.

(Guarda la sua interlocutrice).
Cosa è questo volto tuo stravolto? Siamo all’inizio, il peggio deve ancora cominciare. Questo non è un triplo salto mortale.

Qui c’è la morte fatta vita. Dove pensi si possa scappare? Continuo? Hai coraggio, mi chiedi ancora di continuare.
(Torna a sedersi. Ora è di nuovo interamente in luce).
Ogni giorno di benessere più della fatica ci tormentava.

Nessuno ci diceva cosa ci aspettava la piccola andava ora spontaneamente dal vecchio e lo supplicava: mi manderai a casa, pigolava?
Lui rideva, il porco rideva e le diceva: ti ho fatto scuola io e mi ringrazierai.
E vennero un giorno a prenderci, pioveva, ci ripararono ognuna con un ombrello, troppa premura io mi ripetevo e imploravo Dio: fa che io muoia Padre mio, questo terrore non lo posso sopportare.
Non morii in quel momento né, come vedi dopo di allora.
Il corpo non morì, io però da tempo non sono  più persona.
Ci mettono su un autobus, intanto siamo aumentate, per trentasette donne sei guardiani armati. Due erano belgi e quattro gli italiani.
Arrivammo in quella casa da cui per anni non sarei più uscita.
Ancora uomini ad aspettare. Quindici ne contai ubriachi e lerci, a caso di noi scelsero qualcuna e sotto i nostri occhi nei loro teneri corpi i loro marci vi affondarono ridendo, godendo.
Poi prendono i cani, ci spogliano in cortile e ce li buttan contro.
Attente pecorelle, urlano tutti in coro, da oggi siate brave chè a queste bestie la carne cruda piace. I soldati li dovete far divertire e niente facce tristi o ricordatevi di chi sarete il pasto.
E il peggio doveva ancora arrivare.
(Mentre Milena parla, si sente un pianto sommesso provenire dal fagotto d’abiti. Milena continua imperterrita, il corpo è contratto e immobile come di marmo).
Ora ho iniziato e non mi posso più fermare. Non so cosa è successo. Non immaginavo che l’orrore avrei saputo raccontare.

Adesso è un’altra la fabbrica avviata e chi lo ha detto che gli italiani sono cattivi imprenditori? Il sesso per i soldati è certo rendimento.
Sulla nostra carne di tutto si può fare.
Chi tra noi ha più coraggio muore togliendosi la vita.
Sono andate anche Dalia e Maria in una notte che durava da ventiquattro ore venti uomini per quelle due senza più fiato neanche a maledire i maschi tra le gambe, i grembi delle madri e i lombi dei padri che li hanno messi al mondo.
Soldati in missione di pace
quei poveri nostri inermi corpi scempiavano di guerra.
Logistico eravamo al pari di armi, zaini o rancio.
Logistico è parola che non produce pena.
E peggio di quella casa c’era il bordello dei civili, chiamato il capolinea, ricetto per pedofili, sadici, cocainomani impotenti uniti in viaggio premio, vacanza dal lavoro, ritiro dalla monotonia domestica.
Europa, transeuropa vicino e medio oriente mercato trasversale
alla bandiera e all’ora di preghiera imbrattano
le stanze della storia senza lasciare traccia
in libri o fogli di giornale.
L’odore di bruciato per le sigarette smorzate sulla pelle,
il sangue per le scale,
le urla sotto le risa vorrei da qualche parte depositare.  
Chi a casa prega e nel bordello fotte può darsi che rispetti la regola di lasciare a Cesare quanto è di Cesare ma se a Dio arrivano le preghiere dove finivano le nostre urla e i lamenti? 
(Si alza, si muove. Non ha più la baldanza che l’ha caratterizzata. È come sfinita, ma continua, camminando, muovendosi, avvicinandosi e allontanandosi dagli indumenti in terra).
Ma arrivò anche per me il giorno della paga.

Come vedi mi hanno liberata. Non soldati di pace né di guerra. Né vostri cooperanti o politici illuminati.
Quello che lasciai piccolo fratello oggi m’ha salvata.
Non gli ho mai chiesto se lui è uno di quelli che ci va in bordello.
Già la mia storia è troppo da sapere. Non altro, non altro questo corpo può
contenere.
È arrivato con armi e banditi. Quelli che trovarono di guardia li hanno tutti uccisi.
Ma come mai queste notizie sui vostri giornali non arrivano? Dimmi, come mai? Vi dispiace per i turisti morti nell’attacco kamikaze, ma dei morti maledetti è meglio non parlare…
E adesso? Adesso io con queste mani (inquadratura), con queste mani, con queste mani uccido.
Posso sparare, mitragliare, ma meglio di tutto è la lama seghettata del mio coltello e quello sguardo supplice che implora perdono e comprensione, allora con queste mani uccido e per un istante, un lampo, lo scorcio di un momento, dimentico.
Viviamo in branchi armati, rubiamo, deprediamo, non è lotta politica è solo lotta e basta. È solo rabbia e basta. È solo odio che non mi basta.
(Si gira verso l’altra donna. Si guardano per un breve interminabile momento. L’aria è tesissima. Milena va verso gli indumenti, si inginocchia)
E ora, ora io con queste mani io ti libero.

Con queste mani io ti libero e dico, vai, vai e scrivi quanto hai sentito e visto.
Vai e consegna quel poco che rimane di coscienza al mondo.
Sii la mia bocca, il mio volto, il mio seno guarito, sii la memoria di me e l’amore che non so più dire, il bene che non so più fare.
All’odio lascia resti attaccata io.
(Buio)         

                                     Fine

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