Occhio ai giovani

Introduzione

Il cinema guarda il mondo dei giovani: tema che direttamente o indirettamente attraversa la cinematografia di tutti i tempi.

Pertanto la selezione arbitraria di chi scrive è strumento necessario di cui farsi carico e comunque sempre discutibile. Tuttavia il suggerimento implicito nell’inquietante affermazione del murales: siamo l’inferno che ci avete lasciato già indica una linea di discrimine da cui certamente vale la pena di partire.

Nel ‘ci avete lasciato’ già è forte la voce di una comunità di giovani che si rivolge – non certo per ringraziare – a chi per età la precede. Quindi partiremo dall’individuazione di questo disagio che per definizione accompagna l’età della trasformazione per eccellenza. Seguiremo, attraverso la trasfigurazione filmica, le diverse modalità in cui tale malessere si manifesta in relazione alla mutazione dell’ambiente circostante, poiché la società tutta, se pur millenaria, è comunque organismo in costante divenire.

Riflettendo sullo slogan rabbiosamente scritto da mano anonima su un muro della Garbatella, potrebbe emergere anche un’indicazione più dinamica. Forse il misterioso writer vuole assumere su di sé la potenza della fiamma non solo per distruggere, ma anche per accendere nuove prospettive. Lì dove la carenza di valori ha fatto il deserto, chi impugna la fiaccola del fuoco purificatore potrebbe illuminare le menti assopite o corrotte, e forse concepire ciò che ancora non riusciamo neanche ad intuire e il ‘siamo l’inferno’ si trasformerà in ‘saremo’ l’unica possibilità di cambiamento.

Il progetto di ricerca sembra allargarsi oltremisura e perdere così le sponde necessarie per proporre un’ipotesi di senso.

Lasciamo che sia il cinema a dire la sua, ché spesso l’approccio immaginifico può esprimere nell’invenzione qualche verità per certo poco oggettiva, ma stimolante. Perché rinunciare all’utopia, in fondo abbiamo poco da perdere.

Ci affideremo un po’ alla memoria di capolavori condivisi, un po’ a più recenti interpretazioni filmiche del tema, senza seguire un ordine preciso.

Indicazioni anarchiche che confidano nell’intreccio spontaneo tra ricordi, entusiasmi, delusioni, sogni, fantasie, ipotesi.

GIOVENTU’ BRUCIATA

di Nicholas Ray
Premio oscar 1956, 59° film nella classifica dell’American Film Institute che propone la lista dei 100 film statunitensi più belli di tutti i tempi.

Indimenticabile James Dean con il suo giubbetto di cuoio rosso, un’icona che nel sovrapporre alla vicenda del personaggio quella dell’attore, affonda il coltello nell’America degli anni ’50. Un’America che, dopo avere sganciato la prima bomba atomica, avere concluso la guerra di Corea e sul punto di intraprendere la guerra in Vietnam, al proprio interno va costruendo l’immagine di una nazione borghese, vincente e democratica. Ma non si fa carico del rovello che infiamma la nuova generazione. Eppure il senso dell’onore si presenta ancora come un possibile legame che collega padre e figlio, quasi che un concetto vibrante valori bellici possa dare dignità ad una sfida che tra i ragazzi è solo una maschera per camuffare l’oscuro intreccio tra fame di vivere e paura esistenziale. È calore di emozioni oscure e violente, mentre la Nazione tira le fila della Guerra Fredda.

L’ETA’ INQUIETA

di Bruno Dumont
Ambientato nelle Fiandre nel 1997.

Bailleul è un piccolo centro nella provincia cupa, immobile, xenofoba del Belgio. Le strade del villaggio tagliano un paesaggio svuotato, la città è meta lontana dei desideri inconsistenti di ragazzi senza ruolo. I corpi si esibiscono nella piattezza di voglie meccaniche. Basta un banale triangolo amoroso – la stessa ragazza oggetto del desiderio/possesso di due giovani maschi – per fare esplodere l’istinto belluino latente che spacca con facilità lo strato sottilissimo del pensiero cosciente. Il linguaggio è primitivo, ridotto all’essenziale tanto da pensare che l’eliminazione del sonoro, se si fa eccezione per il rombo costante di moto in corsa, poco toglierebbe alla comprensione del film. Il bianco e nero sottolinea l’essenzialità della vicenda dove l’essere giovani è solo una spinta vitale destinata a ripiegarsi su se stessa.

LA TERRA DEI FIGLI

di Claudio Cupellini
2021, un film distopico e apocalittico girato nel delta del Po e zone limitrofe.

Le acque hanno lasciato poche terre emerse, un disastro planetario non meglio identificato ha inghiottito intere popolazioni. I pochi sopravvissuti ricordano a mala pena le vecchie abitudini e i gesti di affetto che nessuno è più in grado di fare. All’esplodere della catastrofe, tutti i figli sono stati uccisi: è meglio vederli morire piuttosto che vederli imputridire nel tempo dei veleni . Ma uno si è sottratto alla strage. Il ragazzo conosce solo la fame e la ferocia, è cresciuto accanto ad un padre che non gli racconta nulla della vita prima del disastro, lo lascia crescere analfabeta e terrorizzato, obbligandolo alla sopravvivenza bestiale. Quando il padre muore comincia la rinascita del figlio, comincia la ricerca, ma per prima cosa ha bisogno di qualcuno che gli insegni a leggere. L’alfabeto è strumento primario di senso.

Certamente si tratta di un film dai tempi dilatati, esige la pazienza dello spettatore, ma certamente lascia una traccia e addirittura una speranza, quella che può rinascere solo dopo che l’inferno ha bruciato ogni ricordo di una umanità maledetta e un barlume di amore può indicare una nuova strada.

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