Di cotte e di crude.
Etica del cibo tra individui e sistemi

Dopo il primo numero “Saremo l’inferno che ci avete lasciato” e, successivamente quello dedicato a “Promessa e chimera”, temi drammatici, conflittuali, palingenetici, da narrazioni forti, Dromo decide di occuparsi di qualche cosa che potrebbe sembrare un cedimento alla moda e ai modi, una postura da salotto che però, ci rendiamo conto, non è mai stata assente da narrazioni, mitologie, bisogni: il Cibo.

Una piccola concessione al gusto, termine qui assai appropriato, dei tempi ci verrà perdonata perché, come nostro solito, cercheremo di sollecitare l’emersione di terzi pensieri o, in questo caso, di inusitati sapori e saperi. Tale e tanta è l’attenzione legata al cibo ai nostri giorni che, ci fa notare Andrea Tagliapietra nella sua introduzione a, non casualmente, “l’uomo è ciò che mangia” di Ludwig Fuerbach, da essere l’argomento di conversazione più comune.

Il cibo suscita molto più interesse di sport o politica, forse al suo pari è il sesso ma il cibo ha il vantaggio di essere meno imbarazzante per le conversazioni in società. In un bell’articolo di alcuni anni fa, Marino Niola ricordava come il pensiero filosofico di Fuerbach fu praticamente oscurato dal successo clamoroso dell’aforisma del titolo della sua pubblicazione sopra ricordata. Il successo della frase, interpretata in modo semplificato e un poco rozzo, non rende il senso del lavoro dello stesso Fuerbach: vero programma di educazione alimentare e potremmo dire assai attuale. Solo una sana alimentazione consente una vita efficiente e un sano pensare. Insomma: niente junk food.

Ma torniamo all’onnipresenza del discorso sul cibo: in effetti il pensiero del cibo è un assillo costante dei tanti Arlecchin batoci o del mediterraneo Pulcinella, costretti ad una fame mai saziata. E potremmo ricordare le tante traversie vissute dai personaggi delle fiabe e, ancora più, dagli animali delle favole e, non ultimo, è all’atto del mangiare un frutto ancorché proibito che si lega la dannazione della specie umana nella religione cristiana. Non diversamente lo è per i molti che, sulla scorta di Fuerbach, con varie app o con i blog dei molti e diversi nutrizionisti sempre in testa, si muovono nell’infinita offerta di cibi ricordando che mangiare è un’azione rischiosa, come sanno bene i topi, dotatisi di un complesso sistema sociale dove l’autorizzazione al cibo è concessa dai più saggi ed esperti, i topi assaggiatori, un poco come facevano alcuni tiranni dei tempi andati, e pare anche dei tempi attuali, timorosi di essere avvelenati. Vale qui ricordare come la più sartriana delle condizioni umane, la nausea, non è causalmente così centrale nel pensiero del filosofo francese.
La nausea, infatti, è forse uno degli strumenti adattativi più importanti nell’evoluzione umana, radicato nelle risposte archipalliane, e deputato a consolidare una reazione di avversione, attraverso un meccanismo di tipo pavloviano, verso cibi non edibili e velenosi. Da un rapporto con il cibo di tipo binario (buono/cattivo, avvelena/non avvelena), si è giunti oggi, però, ad una visione più dinamica, più complessa, più sottile: anche ciò che fa bene fa male.
Il mondo non offre risposte rassicuranti, come avevano ben inteso i greci, nella cui lingua pharmakon è tanto il farmaco quanto il veleno.

La nausea, infatti, è forse uno degli strumenti adattativi più importanti nell’evoluzione umana, radicato nelle risposte archipalliane, e deputato a consolidare una reazione di avversione, attraverso un meccanismo di tipo pavloviano, verso cibi non edibili e velenosi. Da un rapporto con il cibo di tipo binario (buono/cattivo, avvelena/non avvelena), si è giunti oggi, però, ad una visione più dinamica, più complessa, più sottile: anche ciò che fa bene fa male. Il mondo non offre risposte rassicuranti, come avevano ben inteso i greci, nella cui lingua pharmakon è tanto il farmaco quanto il veleno.

Ben noto poi di come non sfugga all’ossessiva idea del cibo la vita contadina, e non solo di quanti costretti a condizioni di vita in cui la fame è compagna fedele, poiché l’essenza stessa della vita contadina prevede che ogni attività sia finalizzata a trasformare in pietanza ciò a cui si presta cura.

Scrive Domenico Rea in Ninfa Plebea: “La sua testa andava dalla rana al rano, dalla vacca al toro, e da sua madre a Di; pervenendo alla conclusione che era tutto così tra uomini e fra animali; e che forse quella cosa era il motore della vita”. Ebbene, nel mondo contadino ogni azione è rivolta a porre la sera qualcosa in tavola. In effetti, non solo a orecchie psicoanalitiche, lo slittamento di senso tra cibo e sesso viene facile. Se il sesso è il motore della vita, il cibo è il carburante che fa girare il motore.

Ecco cosa dice Zola, nel Ventre di Parigi, parlando del mercato alimentare di Les Halles, da poco costruito nel cuore della città: “Era come un grande organo centrale che batteva furiosamente, lanciando li suo umore vitale in tutte le vene. Era un movimento incessante di mascelle colossali, un baccano d’inferno, un brusio senza fine…” 

Ma cosa è del resto la città se non una grande cucina costantemente all’opera per sfamare i suoi abitanti, o come meglio ci dice Zola, un grande ventre sempre in funzione?

Forse, quindi, ad essere proprio del nostro tempo non è tanto la quantità di tempo, parole e pensieri dedicati al cibo, ma il tipo di parole e pensieri. Oggi la dimensione violenta legata al cibo e al nutrirsi si è fatta più evidente e meno tollerabile. Mangiare è certamente un atto carico di violenza, e questo è stato ben studiato da psicoanalisti e da antropologi: è l’atto stesso di procurarsi il cibo che costringe a dire è mio e non tuo, ad espropriare per appropriarsi; a ribadire che mors tua vita mea; a esaltare l’egoismo della vita sull’altruismo dell’amore. Per cibo si conquista, si uccide, si sfrutta: persone, cose, animali.

Il diffondersi del vegetarianismo e del veganesimo muove dal ribrezzo per l’uccisione degli animali, delle modalità di allevamento intensivo, dal ribrezzo che cibarsi di cadaveri provoca, proprio perché mette a nudo il tronfio gesto di chi, vincitore, solleva la testa dal fiero pasto. Si, c’è un ribrezzo nel sentirsi la specie che ha vinto, che ha invaso il pianeta distruggendo altre specie animali; sottomettendo il pianeta; sfruttandone ogni possibilità. 

Qual è il senso di tutto questo espandersi, occupare, distruggere?
È questo il fine collettivo di una specie, per altro intenta in una incessante e veramente peculiare tendenza all’omicidio intraspecie?
Oppure l’esito dell’azione di tanti singoli individui mossi da ambizioni e vanità del tutto individuali che per uno strano almanaccare della storia si trasforma in fare collettivo?
O, ancora, come ci ricorda Dawkins, il semplice spingere del gene egoista, che tra le sue strategie di riprodursi è stato capace di armare questa macchina distruttiva chiamata uomo?

E tuttavia, quale che sia il senso di questo sterminato e sterminatore programma di occupazione del mondo, forse, oggi, il rumore assordante di quelle mascelle che divorano ogni cosa, che uccidono, inquinano, infliggono sofferenze, per alimentare il proprio corpore sano, si fa troppo pesante da reggere.

Ma di nuovo Zola ci sorprende per aver anticipato questi sentimenti.
Ecco cosa dice il giovane pittore Claude, ancora nel Ventre di Parigi: “Per lui quei “dannati” ortaggi erano stravaganti, matti e sublimi. Sosteneva che non erano morti ma, sradicati il giorno prima, avevano aspettato il sole dell’indomani per dirgli addio sul suol di mercati. (…) Lui sentiva in quel luogo il rantolo delle vittime proveniente da tutti gli orti dei dintorni”. Una sorta di pensiero jainista nelle pagine cariche di una teoria di descrizioni di maiali, vitelli, oche, eventrate, lardellate, arrostite.

Oggi il monito l’uomo è ciò che mangia, non vale più nel senso riduttivo di una sorta di materialismo spiccio: l’uomo è ciò che mangia nel senso che l’uomo è la violenza di cui si ciba. Le pratiche rituali di purificazione ben note agli antropologi, effettuate dopo l’uccisione degli animali, non sono state sostituite e l’uomo moderno, che ha allontanato da sé macellazione e lavorazione delle carni, pensando così di rimuovere, come direbbe Ariès, la morte e il rimorso, si trova più esposto alla potenza aggressiva e violenta del cibo e sviluppa infinite pratiche di domesticazione, per così dire, del rapporto con quella violenza.

Si ha l’impressione, però, che per quante Prove del cuoco e Masterchef prolifichino, per quanto il bere e mangiare si faccia arte raffinata, tutto ciò non basti a mettere a tacere il brusio di quelle mascelle, il rantolo di quegli ortaggi, il belare degli agnelli sgozzati, insomma le vittime della protervia dell’uomo vincitore. È come se il costante parlare del cibo rappresenti un tentativo di capire il senso di questo quotidiano gesto di sopraffazione che è il mangiare, tale che Prometeo si fece beffe degli Dei per lasciare la parte più buona dell’animale sacrificato agli uomini: di capire se sia possibile contenerne il portato di violenza sugli animali e sulla natura.

I mistici, gli anacoreti, gli stiliti, e chissà, forse i moderni anoressici, in forme diverse, talvolta cariche di sofferenza hanno provato e provano a ribellarsi a questa legge di natura e indicare una strada diversa. E tuttavia, questa pare una ingenua speranza: l’uomo vincitore, il dominatore, colui che si fa leone, continua a risorgere ogni giorno, più determinato, più violento, perché no, più ricco e forse più ammirato. E l’industria del cibo si espande, inquina, opprime animali, processa alimenti con utilizzo di elementi nocivi, per produrre sempre più profitti. Sembrerebbe proprio che Socrate l’avrà sempre persa con Callicle.

Come noto, infatti, Callicle nel Gorgia così argomenta: “Esattamente per queste ragioni si dice ingiusto e brutto per legge questo, il cercare di avere di più dei più, e lo chiamano commettere ingiustizia, credo invece che la natura stessa metta in luce che il valente abbia di più del peggiore e chi ha maggiori capacità di chi ne è più provvisto. (…) noi plasmiamo gli eccellenti e i più forti tra di noi prendendoli fin da bambini, come leoni, e incantandoli e stregandoli li riduciamo a schiavi, a forza di dire che bisogna avere tutti in egual misura, che questo è bello e il giusto. Ma, qualora, credo nascesse un uomo di una natura abbastanza forte, d’un tratto si scuoterebbe via di dosso tutto questo (…) e rialzandosi lo schiavo si farebbe luminosamente nostro padrone…”.

La tesi di Callicle è nota, ed è nota la forza di quella posizione, poiché ha tutta la forza che le deriva dalla realtà storica e sociale che ne dà triste conferma.
Ma come sappiamo il mondo è ricco di storie, così accanto ai Callicle che plaudono al padrone, vi sono i Socrate che invitano a seguire un altro bene, o come nel libro di Zola qui più volte citato, accanto alla storia degli agiati salumieri delle Halles, scorre la storia del povero Florent, intento a combattere contro le ingiustizie del mondo, e affetto da inguaribile magrezza.

Così, in questo numero Dromo si propone di raccontare la storia del rapporto con il cibo che sin qui ha dominato la nostra esperienza, ma anche le altre storie che pure sono oggi patrimonio sociale. Storie che aiutino a capire l’angosciata arte del mangiare con il suo carico di violenza individuale e sociale; i molti riti che gli umani hanno sviluppato per convivere con questa violenza, e forse anche i tentativi di costruire modalità diverse di produrre, allevare, e magari tristemente uccidere.

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