LA GRAVITA’ DEL REALE

N. 2 -

Anno 2026

Non dimenticherò mai il viaggio che ci condusse al collegio.
Troppo grande è l’influsso che ebbe sulla mia vita. 

E benché sia certa che anche la minima inezia si sia impressa nella mia mente, ogni qual volta mi ritrovi a rimemorare gli avvenimenti, i luoghi o i protagonisti della vicenda, ecco che i dettagli sfumano, sbiadiscono. Per preservare l’autenticità degli eventi, ho deciso, ora che volgo verso gli ottant’anni e del sentiero del passato stento a intravedere il cancello, di trascrivere nel modo più fedele possibile i fatti, o meglio, ciò che di essi ricordo.

Era una giornata fredda; lo deduco dal cappotto che mi avvolge- quello nero con il pellicciotto beige, allora il mio preferito, – e dall’alone di vapore che si addensa sui finestrini del treno che corre veloce diretto a nord. Di fronte siede il mio accompagnatore: un ragazzo alto e snello, gambe accavallate, lunghe dita bianche e sottili che reggono un libro in alto dinanzi al volto celandone i lineamenti. È mio fratello maggiore, Carlo. Io avrò avuto diciassette anni e lui ventitré.
O forse la memoria mi inganna e tutto questo è avvenuto qualche anno dopo, quando avevo già compiuto vent’anni? In tal caso Carlo non può avermi accompagnato, allora era già in Argentina. Se così stanno le cose il giovane di fronte a me deve essere Marcello, il mio ragazzo del tempo. Sicuramente gli avrò parlato della storia di Stefano e lui si sarà proposto di accompagnarmi.
Perché non riesco a ricordare?
Se solo questo tipo scostasse il libro dal viso, oppure se mi avvicinassi un po’ e riuscissi a distinguere il titolo del testo, da questo forse potrei risalire al lettore, ma la visione, come la memoria, è offuscata. Frugo nella borsa, tiro fuori il telefono e apro la casella di posta.
Di questo sono sicura: l’intera durata del viaggio, due ore, le passai a leggere e rileggere le mail che mio fratello Stefano mi aveva inviato nel corso di quei sei mesi. 

Esse mi avevano permesso di trascorre con lui, quasi in contemporanea, le giornate in collegio, fin dal suo arrivo. Molte sono state cancellate, allora non potevo prevedere sarebbero state le ultime parole scambiate fra noi.
Altre invece si sono salvate in modo inatteso. Queste le tengo ancora con me. Le ho stampate e custodite nel primo cassetto dello scrittoio e adesso sono qui, sulla scrivania, davanti a me.

Come è potuto passare dall’entusiasmo febbrile a un silenzio totale?  
Questo è il mistero che ci accingevamo a scoprire. L’obiettivo del viaggio, infatti, era di rivederlo e capire cosa fosse accaduto, se stesse bene o se invece quel luogo, che tanto aveva agognato, lo avesse intristito o deluso. L’anno precedente il test di ammissione Stefano, di due anni più grande di me, lo aveva trascorso in uno stato di esaltata eccitazione, consumando giorno e notte nella sua stanza, immerso nella lettura di trattati filosofici. Era una scuola universitaria aperta da pochi anni, ma aveva già acquisito fama di eccellenza e attraeva giovani brillanti, aspiranti intellettuali, da tutto il paese. Lo studio non l’aveva indebolito, anzi i suoi occhi era divenuti di giorno in giorno più brillanti e lucenti.

“Sara” diceva alle volte entrando nella mia camera, quando interrompeva la lettura per qualche minuto “se solo riuscissi a accedere a quella scuola, allora la mia vita avrebbe finalmente un senso; coglierei il vero sapere e non avrei più dubbi sul mio futuro”. Di dubbi ne aveva sempre avuti a iosa – la sua d’altra parte, era una mente dubitativa, un’anima in costante ricerca. I temi che ricorrevano nelle sue interminabili speculazioni erano rivolti al futuro – chi sarebbe diventato, se sarebbe stato all’altezza di scrivere un trattato filosofico che da tempo andava meditando – ma anche e soprattutto al passato. L’adozione aveva di certo contribuito a renderlo inquieto: noi, tre fratellini provenienti dal Nord, eravamo arrivati nella casa dei coniugi Martinelli che io, la più piccola, avevo appena compiuto un anno, Stefano tre e Guido, il maggiore, sei. I Martinelli per me erano i nostri genitori, i soli e da sempre. Ci hanno amati di un amore infinito, per cui non sono mai riuscita veramente a comprendere il perché in Stefano ciò fosse insufficiente e vi fosse come uno spigolo invisibile contro il quale ritornava a sbattere. Sapevamo che i nostri genitori biologici erano morti entrambi tanti anni prima nel corso di un incidente stradale, che cosa altro avremmo potuto sapere?

“Cara sorella” mi scrive in una delle prime e-mail:
“Questo luogo è proprio come lo avevo immaginato. È un tesoro inestimabile e vorrei che prima o poi potessi venire a vederlo di persona. Sai che vige la regola che noi studenti non possiamo allontanarci da qui il primo anno e so anche come la consideri, tu che verso le regolamentazioni nutri spesso una diffidenza critica. Ma sappi che qui tutto è come dovrebbe essere e non potrei sentirmi più felice. Le giornate sono scandite dalla prima ora del mattino al momento di andare a dormire. Si cammina per questi lunghi corridoi, si salgono e scendono le scale che paiono innumerevoli e si è sempre certi di sapere dove si sta andando. In realtà al mio arrivo sono stato dotato di una piantina dell’edificio che in effetti per un inesperto può essere confondente. Si incontrano volti di giovani assetati di sapere come me, la maggioranza però appare costituita da individui riservati e schivi. Li comprendo, in quanto so che, come me, fremono dalla voglia di conoscere e non ambiscono certo a perdere tempo nella libera conversazione che, come ti dico sempre, è la morte della parola. I corsi sono tutti interessanti. Certo, molte cose le conosco già, ma so benissimo che il primo anno è solo una preparazione alle conoscenze degli altri tre. In merito a questo, ti deluderà sapere che non ho scoperto molto: la segretezza sui corsi è assoluta e, del resto, gli studenti degli anni superiori risiedono in un altro edificio e con essi i contatti sono pressoché impossibili. Come ti dicevo l’organizzazione qui lascia poco spazio al tempo libero e ciò in realtà è un bene perche, terminate le lezioni, l’offerta di sport o corsi serali è sconfinata. Alla sera ci si riunisce nella cucina comune- siamo in tutto quindici- e si consuma il pasto; spesso non ci si ritrova per incompatibilità di orari e molti preferiscono cenare nella propria camera. Comunque io arrivo a fine giornata tremendamente stanco e, a eccezione di due o tre ragazzi con cui mi son ritrovato a scambiare opinioni sulla scuola, non ho avuto tempo né modo di fare amicizia.”.

Il treno si ferma presso una piccola stazione periferica.
Pioveva? No, nevicava: un nevischio leggero e turbinoso. Ci incamminiamo in silenzio: usciti dalla stazione prendiamo un sentiero sterrato, che si addentra nel bosco. Regna un silenzio glaciale. Solo i miei passi odo scricchiolare sopra il manto bianco. Il tempo pare essersi fermato. Procediamo per una ventina di muniti, in cui non incontriamo nessuno. Quindi il sentiero si apre in una radura, lo sguardo vaga nello spazio, in cerca di punti di riferimento, che trova unicamente nella geometria anonima e imponente di una struttura dalla strana forma cilindrica, grigio chiaro, e dalle ampie finestre che ruotano attorno alla circonferenza per almeno sei piani.

“C’è qualcosa nel sapere che ancora mi sfugge. Sento di essermi avvicinato tanto alla meta, ma il tempo mi pare così breve e devo assolutamente accelerare il percorso. Solo così saprò tutto: l’origine di ogni cosa, il perché di certi miei pensieri o paure. Forse c’è un modo per raggiungere prima il mio obiettivo. Ne ho parlato con un mio Professore, quello di Teoretica, Andreas. È un ometto basso e grasso, dai radi capelli, ancora perfettamente neri, e dai baffetti all’insù. Credo di averlo colpito fin da principio, e non solo per la mia preparazione. La prima volta che è entrato in aula a me, che sedevo in seconda fila all’esterno, ha rivolto uno sguardo acuto e penetrante, che combinava stupore e soddisfazione. Non so cos’abbia visto in me. Dopo qualche giorno ho preso coraggio e mi sono avvicinato per chiedergli consiglio su un testo di approfondimento. Da quella semplice curiosità è nata una frequentazione assidua: una volta a settimana ci incontriamo all’ ingresso del collegio e facciamo una camminata nel bosco, discutendo di etica, teoria e prassi. Lui non è bello, ma ha un fascino quasi ferino, satiresco. Quando argomenta, le parole vengono fuori dalla sua bocca rotonde, avvolgenti e terribilmente ammalianti.”

Eravamo attesi. Un uomo in nero, elegante e dal sorriso rilucente, ci introduce nella grande sala d’attesa: un ambiente spazioso, il cui pavimento è rivestito da tappeti rosso porpora. La parete che dà verso sud è una vetrata con una bellissima vista sulla valle. Nel camino sfrigola un fuoco azzurro.

“È deciso! Conoscerò il Rettore! Grazie ad Andreas potrò incontrarlo e parlargli. È un’occasione straordinaria perché solo gli studenti dell’ultimo anno di norma entrano in contatto con lui. Ne ho discusso con Andreas a cena stasera. Mi ha invitato nel suo appartamento, un piccolo monolocale arredato con infinito buon gusto. Ho parlato apertamente: ho bisogno di sapere di più- gli ho detto- sono arrivato sin qui, ma non è sufficiente, deve esserci di più, voglio accedere direttamente al quarto anno.” Gli ho domandato se vi fosse una possibilità, magari sostenere degli esami integrativi, e lui mi ha risposto che una cosa del genere non è mai accaduta, ma che un modo ci sarebbe e per farlo sarebbe necessario rivolgersi direttamente al Rettore. Quindi si è alzato da tavola, chiedendomi di scusarlo per qualche minuto, e poi è ritornato con un album, l’annuario del suo anno di laurea; l’ha sfogliato con estrema cura, come un collezionista di antichi testi sacri. Quindi si è fermato sull’ultima pagina, quella che ritrae l’intero corpo docente del suo anno, e col dito ha indicato una figura al centro, alta ed elegante. Cara Sara, non puoi immaginare la mia sorpresa e meraviglia, perché quell’uomo ritratto nella foto sono Io, o meglio, è quale potrebbe essere il mio Io fra trent’anni: i suoi occhi sono i miei, solo di una freddezza e distacco tali che paiono guardare da terre remote e comunicano irraggiungibilità, la fronte è alta come la mia e leggermente accigliata al centro, la linea della mandibola scende con fermezza gentile, le lebbra sono atteggiate a un sorriso enigmatico. Ho guardato Andreas incredulo ed egli annuendo mi ha sorriso. Adesso sono qui in camera, è mezza notte e un quarto, ma il sonno non potrebbe essere più remoto.  L’incontro è fissato per domani alle dieci, ma che dico, è già oggi. Cara Sara, sento che da questo incontro dipenderà il mio futuro, chi sono sempre stato e chi potrò diventare. Non più dubbi né incertezze, Il Rettore sarà la chiave.”

Questa è l’ultima mail che Stafano abbia mai mandato. Passarono settimane, quindi due mesi, anche i genitori, che sapevano del nostro carteggio, iniziarono a preoccuparsi. Chiamammo il collegio. Dapprima non fu semplice ottenere notizie: Stefano non aveva autorizzato la condivisione delle informazioni con i familiari e poi era al primo anno, quindi i contatti con l’esterno erano vietati. Solo dopo un’altra settimana e grazie alla nostra insistenza, ci arrivò una telefonata da parte della segreteria: ci comunicava che Stefano da oltre un mese aveva rinunciato agli studi e lasciato il collegio. Su dove fosse non sapevano aiutarci.

Fu così che decisi di partire; anche se i miei genitori non condividevano, io era certa che la risposta ci attendesse lì, che risiedesse in quell’incontro con il Rettore.

Ha cessato di nevicare e una debole e opaca luce filtra dalle finestre. Una lacrima mi scorre lungo il volto, avverto che questa è l’ultima possibilità per scoprire la verità. Sento stringermi la mano e alzo lo sguardo verso l’uomo seduto accanto a me, il quale però adesso non ha più i tratti di un giovane, ma è un uomo anziano, mio padre. Certo, ora ricordo perfettamente che eravamo andati insieme. Mi sorride e con gli occhi neri e scintillanti sembra consolarmi dicendomi che tutto si aggiusterà.

L’uomo che ci ha accolti all’ingresso ci fa cenno di seguirlo e ci conduce in una sala mal illuminata, ove si intravede un tavolo lungo e ovale con circa quindici sedie intorno. Non vedo più mio padre, non so se mi ha seguito o se è rimasto in sala d’attesa. Sento tossire, aguzzo la vista e realizzo che in fondo, proprio a capotavola, siede qualcuno. Mi prega di avvicinarmi e prendere posto accanto a lui. La sua voce è calda e carezzevole. Nel momento in cui mi siedo, le luci divengono poco più intense rendendo visibile l’uomo. Non può essere il rettore, troppo dissimile mi sembra dalla fotografia descritta nell’email di Stefano.

“Sei Andreas?” domando.
Quello risponde affermativamente.
“Credevo che avrei parlato con il Rettore” proseguo delusa.
Andreas scuote la testa. “Questo non è possibile”.
Un’ ondata di rabbia mi assale e quell’uomo mi diviene detestabile.  
“Cosa è successo a Stefano?”
“Tu cosa pensi? “
domanda lui in risposta. 
Esito. Mi interrogo.
Se si fosse semplicemente ritirato da scuola ce l’avrebbe sicuramente comunicato, forse non ai miei, con loro i rapporti erano sempre più freddi, ma a me certamente avrebbe scritto.
“Non tutti tollerano la gravità” bisbiglia lui
“Che gravità?” gli faccio eco.
“Ne ho visti tanti come Stefano” replica il Professore “ragazzi di talento e con alte aspettative: c’è chi crede di essere destinato a divenire un celebre scrittore, chi vorrebbe perseguire la carriera di professore illustre. E di questi, la maggioranza l’ ho vista lentamente arrancare, incespicare e spesso soccombere al cospetto della gravità del reale”.

Un senso di sopraffazione e di ingiustizia erompe in me, le lacrime iniziano a sgorgare. Cosa insinuano queste parole infide?
La delusione della sconfitta o l’intollerabilità del dubbio?  

“Stefano sarebbe riuscito a sostenerlo!” esclamo gemendo
Andreas sorride.  “E tu Sara, tu puoi tolleralo?”

Proprio in quell’attimo la porta alle spalle di Andreas si apre, entra la sagoma nera di un uomo, con in mano un libro, cerco di vedere il volto, ma la penombra lascia scoperta solo la bocca, che pare una rosa appassita. Andreas si alza e indietreggia, immergendosi nell’oscurità. Io allora mi sforzo, lotto contro la memoria, mi dibatto contro la paura, contro il dolore, ma tutto si confonde in un’unica immagine, un vortice caotico e oscuro, e sono di nuovo da sola alla scrivania, nella mia stanza.

Le mie mani sono segnate dal tempo e tremano sopra il taccuino dove ho cercato di tracciare la nostra storia, lascio andare la penna. Da una parte ci sono le copie delle mail di Stefano, dall’altra una foto che ritrae noi due, sorridenti e bambini. Avremmo avuto cinque e sette anni. Siamo – credo – allo zoo; dietro di noi si intravede una gabbia e della vegetazione, ove le nostre menti inventive hanno immaginato nascondersi una creatura esotica, ma che appare vuota. Ci stringiamo e, guardandoci, sorridiamo. Appariamo speranzosi e bramosi di abbracciare un futuro che ignoriamo e che proprio per questo ci sospinge in avanti, alla ricerca di quella creatura prodigiosa che sta nascosta e attende di essere svelata.

Ultimi articoli