Promessa o Chimera?

È al cinema, mentre scriviamo questo editoriale, un film di Alice Rohrwacher dal titolo La chimera. Ci si dispone alla visione senza aspettarsi un lieto fine poiché non è questa la prerogativa della chimera. Il mito ci dice di una creatura fantastica, composta da più parti animali, rutilante nelle staffilate di fuoco emesse dalla bocca, che viene infine ridotta alla soccombenza da Bellerofonte e dal suo cavallo alato Pegaso proprio utilizzando il varco dell’offesa. Si narra infatti – e nell’Olimpo ancora se ne parla- che dall’alto del suo destriero, Bellerofonte fece cadere una lancia di piombo nelle fauci aperte e fiammeggianti sì che il piombo si fuse e la annientò.

Le simbologie legate a Chimera sono molteplici e sostanzialmente riconducono alla potenza ingovernata degli elementi vitali rappresentati dagli animali di cui è composta. Nel film citato la smania di appropriarsi di reperti etruschi, una certa animalità a guida della propria vita, l’assenza di cura di cose e persone quale reale elemento nobile dell’esistenza, portano al crollo. Sono la lancia di piombo nella gola fiammeggiante del mostro. Ma nel riflettere a ridosso del film, tra mitologia e cinema, la mia attenzione è stata sempre più attratta dal povero Bellerofonte che di inganno in inganno si trova ad assolvere un compito immane da cui nessuno, sino a quel momento, era tornato vivo, anzi il compito gli viene assegnato proprio perché fosse causa della sua morte. Vince e riceve anche un “premio”, la sposa regale figlia di Iobate ma poi irriterà gli dei con il peccato da loro più odiato, la dismisura, l’hybris con la conseguenza che viene mandato un tafano a disarcionarlo da Pegaso, lasciandolo offeso nel corpo e nelle sorti.

Qui siamo a una sorta di traslazione, l’impossibilità di realizzare qualcosa, da sempre associata alla parola “chimera”, di fatto è propria di Bellerofonte. È lui che non potrà godere appieno delle fortune susseguenti alla sua impresa. Se dovessimo quindi dare un nome per figurare qualcosa che mai si realizzerà, dovremmo chiamarla col nome dell’eroe e non del mostro.

Eppure…chimera ci chiama.
Chiama a una colpa, la colpa dell’averla rifiutata. Di non averla accolta nel consesso dei viventi, disgustati dall’orrido aspetto, non chiedendoci se il suo sputare fuoco fosse una richiesta di parola. E non sarà un caso che Bellerofonte discenda da Sisifo:

«Qui visse Sísifo, che era il più astuto degli uomini, Sísifo, figlio d’Èolo; e un figlio generò Glauco; e Glauco generò Bellerofonte perfetto»[1]

…cosa possiamo noi per fermare l’eterna fatica, l’inesausta lontananza dalla mèta?
Possiamo inventare la promessa, sorella buona di chimera che non ha corpo mitologico, non ha immagine ma è solo logos, pura parola fondativa a cui affidiamo il compito di sbarrare la perenne rovinosa caduta del macigno.

Nella cultura cristiana esiste il richiamo potente della terra promessa, sempre da qualche parte, sempre irraggiunta e spettro di conflitti tra popoli. Ma di promesse abbiamo bisogno, promesse intime, amorose, affettive e nel risvolto del discorso pubblico, promesse di benessere, pace, salute. La promessa implicita nel patto politico diviene dispositivo e come tale di ambigua connotazione. Deleuze nella sua ultima conferenza pubblica[2] a Parigi, nel 1988, si chiede com’è possibile che nel mondo appaia qualcosa di inedito posto che i dispositivi sono nomi di variabili in cui la costante è soppressa. Rimane possibile solo la stima di una variazione continua. Se utilizziamo questa lente per leggere la promessa dentro la quale sono cresciute le generazioni dal secondo dopoguerra ad oggi, non possiamo che ricevere conferma di come tutto quello che ci sembrava garanzia del patto di benessere del nostro occidente fosse solo un dispositivo di governo indipendente da costanti che davamo per assunte.

Per questo motivo ci sembra necessario in questo nuovo numero tematico di Dromo di fare i conti con la promessa: di come la promessa di ieri, quella che fu la nostra promessa, possa lasciare spazio alla promessa che serve alle nuove generazioni; come la promessa con il suo carico di invitabile scacco e delusione possa esprimere comunque il potenziale di passione e desiderio e si liberi, almeno un poco, dai suoi connotati di dispositivo; su come la promessa pervada e, forse, perverta le relazioni umane, se è vero, come disse Sigmund Freud alla fine della sua lunga vita, che tre sono le professioni impossibili, proprio perché fondate sulla promessa: educare, curare e governare.
Ma è nell’impossibile che l’essere umano cerca e spesso trova l’entusiasmo per celebrare la speranza, la volizione, la sfida che sfiora la dismisura non sempre essendone vinta. Anticamente ci siamo messi su vascelli su cui oggi non faremmo neanche una gita al largo per conoscere luoghi lontanissimi, sino ad arrivare oggi a passeggiare a duemilacinquecento metri nei fondali del Pacifico custoditi dal sottomarino Alvin o analizzare minerali sparsi nell’universo.

Se questo è possibile, crediamo e vogliamo sia possibile rifondare patti di disarmo, di benessere, di diritti civili e umani e ritrovarci in questa agorà immateriale che Dromo si propone di essere.

NOTE

[1]Omero, Iliade, libro VI, versi 153-155; traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

[2]Gilles Deleuze, Che cos’è un dispositivo?, Cronopio, 2019.

 

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