Perché Dromo

di Raffaele Bracalenti

Una giovane donna, in tenuta sportiva, sdraiata su di un tappetino, sudata e felice: in evidenza i due arti superiori artificiali, così come l’arto inferiore sinistro. Il destro, anch’esso artificiale, è lì distaccato dal corpo a pochi centimetri. Ed ecco l’esclamazione ironica della donna: “Sono a pezzi”. Nulla più di questa immagine è in grado di restituire la trasformazione che il corpo ha subito: sempre più un ibrido, integrato, riparato, ricostituito grazie alle biotecnologie. C’è chi ritiene obsoleto parlare di corpo umano, essendo ormai giunti al trans umanesimo. E tuttavia, a parte le trasformazioni biotecnologiche, quell’immagine ci dice anche molto su come sia cambiata l’immagine sociale del corpo e di quella che una volta era considerata la disabilità; corpi che venivano celati, con imbarazzo, poiché distanti da un’idea sociale di normalità. L’idea stessa di ciò che è intimo, privato, non esibibile sembra, fortunatamente, profondamente trasformata. Senza seguire i più arditi trans umanisti nelle ipotesi di una radicale, profonda trasformazione dell’essere umano, tanto da collocarci, per l’appunto, in un tempo in cui l’idea stesa di mortalità dovrà essere ripensata, è però indubbio che il corpo di cui si occupa la medicina, ma anche qualsiasi altra professione di cura, non è più lo stesso, così come il rapporto che ognuno di noi, nel mondo occidentale, almeno, stabilisce con esso. La cosiddetta bio-politica che da Foucault a Agamben ci ha allertati all’uso che il potere può fare del controllo capillare del nostro corpo e delle pratiche necessarie per garantirne il buon funzionamento, non poteva, forse, predire la tendenza sempre più diffusa ad un rapporto con un corpo sempre più macchina non soltanto per la presenza di molteplici protesi con le quali dobbiamo interagire, ma anche per il controllo che ognuno di noi esercita, con vari device, delle sue performance (dalla frequenza cardiaca, al consumo di calorie, alla pressione arteriosa, ai valori ematici).

Dei cambiamenti che hanno investito la famiglia, la cellula naturale della società, così come recita la nostra costituzione, molto si parla ovunque: è un fenomeno così pervasivo che è impossibile non constatare la frammentazione delle famiglie tradizionali e la ricostituzione in agglomerati sempre più cangianti, o le nuove configurazioni arcobaleno, più o meno assistite dalle biotecnologie. E tuttavia questa trasformazione è sovente indicata come la causa di tante patologie sociali. In particolare ci si lamenta da anni che l’evanescenza o la morte del padre destrutturi le menti e la vita intrapsichica delle nuove generazioni: se il padre è morto e la sua legge non può strutturare edipicamente i nostri figli, che ne sarà di loro? In realtà è in atto da anni una profonda rivoluzione nel concetto di genitorialità con cui la maggior parte dei professionisti ormai lavora: non più ruoli, funzioni, generi sessuali distinti, ma competenze relazionali comuni a padri e madri, o meglio alle figure genitoriali di riferimento, questo conta. Saper ascoltare, saper stabilire una relazione affettiva, saper aiutare, saper sostenere e accogliere. E così, mentre tanto cambia nelle configurazioni famigliari e nella funzione attribuita ai naturali care giver, sempre più sostenuti, controllati, integrati da altre figure educative, anch’esse chiamate a mostrare le stesse abilità relazionali, sembra che alcuni vagheggino ancora una certo ormai distante e probabilmente non da rimpiangere autocratica famiglia pseudopatriarcale.

Che, poi, la socialità fosse stata ripensata e riplasmata da un uso pervasivo delle tecnologie digitali, bene anche questo, è un dato così frequentemente ripetuto da apparire una stanca banalità. E molte volte abbiamo sentito ripetere che la virtualità induce/evidenzia il timore della presenza del corpo dell’altro, esponendoci tutti al rischio di precipitare nello stato di hikikomori; così come la predominanza dei social network stimoli il narcisismo e il vacuo esibizionismo. Analisi sociologiche e psicologiche non hanno potuto evitare confronti con i bei tempi che furono, confronto dal quale la contemporaneità è naturalmente uscita perdente perché vuota, esibita, superficiale rispetto alla concretezza delle relazioni, potremmo dire pasoliniane, di un tempo. Poi il coronavirus ha fatto piazza pulita di tutto questo buon senso e ci siamo trovati tutti a magnificare la virtualità. Persino i più rigidi psicoanalisti hanno fatto ricorso alle sedute virtuali, ndone, come per ogni cosa, pregi e difetti. L’asino carducciano ha smesso di rosicchiare il suo cardo, e si è accorto che il treno sta cambiando il mondo. E forse vale la pena salirci.

Le professioni di cura si occupano di corpi, di emozioni, di famiglie e relazioni amicali, di processi educativi e contesti lavorativi. Il bisogno di protezione, di amore, di realizzare i propri desideri sono forse i medesimi da sempre e forse non cambieranno: per il resto è innegabile che molto è cambiato poiché l’essere umano è un animale culturale prima che politico e la cultura cambia e ci trasforma.

Ci pare, però, che queste trasformazioni che impegnano storici, politici e soprattutto scienziati, nello sforzo di ridisegnare il mondo che sarà, lascino al momento disorientati e forse spaventati proprio coloro che si occupano dell’uomo e delle sue relazioni: gli operatori del sociale, i professionisti della salute mentale, gli educatori, spesso peraltro alle prese con quanti fanno fatica a salire sul treno di questo cambiamento epocale.

Questa rivista vuole proporsi come un luogo nel quale queste professioni, che paiono obsoleti retaggi di un mondo che fu, sappiano farsi interpreti del loro ruolo, ricollocando questo ruolo in questo spazio tempo presente che è già futuro, evitando di divenire i servi sciocchi di un potere sempre più occhiuto e pervasivo e quindi asserviti ad una acritica idea di progresso, ma neppure costretti alla costante difesa di un passato che non c’è più.

Dromo, ovvero il punto di riferimento che agevola la navigazione, è parso scelta opportuna sia per l’inevitabile rimando a Odisseo quale modello dell’umano cercare di chi a questa rivista contribuisce, sia per il ruolo che vorrebbe assumere per coloro che ad essa si rivolgeranno come lettori. La locuzione per il terzo pensiero accoglie sia il senso generatore che la nostra cultura attribuisce al terzo, compresa la funzione costitutivamente riconciliativa del terzo settore, con l’ambiguità che il termine pensiero ha nella nostra lingua e che potrebbe rimandare tanto al logos quanto al nous della cultura greca.

Questa proposta editoriale è sorta, come progetto, prima della pandemia e dei suoi effetti, ma la pandemia è giunta come fatto straordinario e se vogliamo rivoluzionario. Dice Sloterdijk che la rivoluzione genera schiume, ovvero configurazioni instabili, che lentamente torneranno a configurazioni più stabili. Oggi a noi, immersi nella schiuma del coronavirus, provare a leggere cosa sta accadendo. Come ogni fatto rivoluzionario questa pandemia ha un epicentro e, se vogliamo, un luogo simbolo. Nel nostro paese la Lombardia: siamo voluti partire da lì, unendo l’indagine giornalistica alla riflessione più di taglio saggistico. L’ambizione è quella di creare anche un luogo di riflessione e incontro che leghi generazioni. Ci auguriamo buona fortuna e buona lettura a chi vorrà leggerci.